
Nel 1974, con La polizia chiede aiuto, Massimo Dallamano mette in scena uno dei film più inquietanti e civili del cinema di genere italiano. Dietro un titolo che fa pensare a un poliziottesco tradizionale si cela invece un thriller giudiziario di rara lucidità, costruito su un’indagine che tocca corde delicate: la prostituzione minorile, il potere politico, la manipolazione delle prove.
Lontano dagli spari e dalle fughe del poliziesco d’azione, Dallamano costruisce un film dove la vera tensione è morale, e dove l’istituzione che dovrebbe difendere la verità finisce col soffocarla.



La vicenda si apre in una cittadina lombarda (Brescia) apparentemente tranquilla, sconvolta dal suicidio di una ragazza quindicenne, Silvia Polvesi, trovata impiccata nella soffitta di una casa borghese. Il commissario Valentini (Mario Adorf) avvia l’inchiesta, ma i primi rilievi lo portano a sospettare qualcosa di più torbido. Padre di famiglia, decide così di affidare il caso al collega Silvestri (Claudio Cassinelli), più libero da legami e più disposto a scavare.
A coordinare l’indagine è il sostituto procuratore Vittoria Stori, interpretata da Giovanna Ralli, figura inedita per il cinema italiano dell’epoca: una donna di legge, razionale e inflessibile, che si impone in un ambiente tutto maschile senza bisogno di alzare la voce.
Cassinelli è l’investigatore che crede ancora nel mestiere; Adorf il poliziotto esperto che, nel momento in cui scopre che la propria figlia è coinvolta nella rete di prostituzione, si ritira inizialmente schiacciato dalla vergogna, ma poi ci ripensa; la Ralli, invece, è la presenza salda che tenta di tenere insieme una giustizia ormai allo sbando.
L’indagine sembra progredire tra nastri magnetici, diari segreti e interrogatori, ma a ogni passo avanti corrisponde una porta chiusa: i nomi che emergono sono troppo importanti, uomini influenti, politici, notabili locali. Quando la verità si avvicina, la macchina del potere si mette in moto per fermarla. Le prove spariscono, i testimoni vengono eliminati, le istituzioni tacciono.

È allora che entra in scena la figura più inquietante del film: il motociclista nero armato di machete, una presenza muta e inesorabile che colpisce chiunque sappia troppo. Il killer diventa il simbolo stesso del potere che si autoprotegge — un’esecuzione in moto che attraversa la notte della provincia, scagliandosi contro la verità come una mano invisibile dello Stato. Dallamano lo filma con uno stile secco, quasi horror, in cui la violenza non esplode ma trafigge, improvvisa, inevitabile. Arrivando sino a colpire la viceprocuratrice
Cassinelli (doppiato) affronta tutto questo con una recitazione contenuta, asciutta, mai enfatica. Il suo commissario Silvestri non è un eroe disperato, ma un uomo metodico che si scontra con l’assurdo: la scoperta che l’ordine che difende è anche il primo a tradirlo.
Giovanna Ralli, nel ruolo del procuratore Stori, dà vita a una figura di sorprendente modernità: un personaggio femminile di potere e coscienza, lontano da qualsiasi cliché, che tiene testa ai colleghi e tenta di salvare almeno un brandello di verità. È la mente lucida in un film popolato da uomini che fuggono, cedono o tacciono.
La presenza di Farley Granger, nei panni del padre della vittima, aggiunge un tocco internazionale ma non incide davvero sulla struttura narrativa. È una comparsa di lusso, un’ombra di dolore che resta ai margini della tragedia collettiva.
Visivamente, Dallamano firma un film tesissimo, costruito su spazi chiusi, uffici, cortili e scale, in cui ogni angolo sembra trattenere un segreto. La sua regia, sobria e chirurgica, evita il sensazionalismo per lavorare sull’angoscia dell’attesa. L’ex direttore della fotografia di Sergio Leone trasforma la provincia italiana in un labirinto morale, dove le luci artificiali e i riflessi metallici raccontano più delle parole.

La colonna sonora di Stelvio Cipriani è un altro elemento fondamentale. Niente melodie sentimentali o lirismi: il compositore sceglie temi percussivi, ritmi ossessivi e frammenti elettronici che seguono il battito dell’indagine come un impulso nervoso. Le sue sonorità sono fredde, urbane, quasi industriali, e traducono perfettamente l’angoscia di un mondo in cui tutto è controllo e silenzio.
Quando l’inchiesta frana sotto il peso delle connivenze politiche, il film abbandona ogni speranza di catarsi. Non c’è giustizia, non c’è vendetta, non c’è neppure un vero colpevole da punire: solo un sistema che protegge se stesso, e uomini e donne travolti dalla verità che hanno osato toccare.
Dallamano chiude il film come lo ha aperto: con il silenzio. Nessuna esultanza, nessun trionfo. Solo la consapevolezza che la legge, in Italia, può chiedere aiuto ma non ottenerlo.
La polizia chiede aiuto resta così uno dei film di genere più coraggiosi e disillusi degli anni Settanta: un poliziesco che diventa indagine morale, un thriller che parla di potere, un giallo che finisce per accusare chi dovrebbe garantire la giustizia.
E nel volto fermo di Giovanna Ralli e nella rabbia trattenuta di Cassinelli, Dallamano trova il vero centro del suo discorso: non c’è innocenza possibile, quando la verità appartiene ai potenti.





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