Madrid, estate 2011. La città, impantanata nella crisi economica, è alle prese con l’ascesa del movimento degli “indignados” e l’imminente visita di Papa Benedetto XVI. È in questo clima di tensione che l’improbabile coppia Alfaro e Velarde si ritrova a dover indagare su un serial killer di tipo molto particolare, un superdotato che uccide donne anziane dopo averle stuprate. I due ispettori, sotto enorme pressione, sono anche costretti ad agire con la massima discrezione.

Le vite di Velarde e Alfaro sono decadenti e pittoresche e la caccia offre loro un breve momento di redenzione. Velarde, una sorta di analista geniale più che introverso a causa della balbuzie, si confronta con nuove esperienze (l’amicizia, il terrore di essere ucciso) che gli risultano di difficile comprensione e gestione. Alfaro, il “macho” incline a impulsi violenti, rischia di autodistruggersi dopo aver scoperto l’infedeltà della moglie e affronta le indagini con rinnovata serietà, riconciliandosi con i suoi ex nemici all’interno delle forze dell’ordine. La trama vira verso un finale tragico. Velarde dimentica l’ora del suo incontro con Alfredo tra le braccia della donna che ha finalmente conquistato, e Alfredo, ancora guidato dall’istinto, corre il rischio di rimanere solo nell’appartamento dell’assassino, dove viene assassinato. La resa dei conti con il criminale in un giorno di pioggia, tre anni dopo, non risolve nulla per Velarde, che rimane più solo che mai.
“Che Dio ci perdoni” (Que Dios nos perdone, 2016) è guidato da una direzione energica e dalle interpretazioni impressionanti dei protagonisti. Il regista rispetta scrupolosamente il genere che abbraccia: nessuna ironia condiscendente sulla narrazione o sui personaggi, né alcun ricorso a un immaginario grandguignolesco sanguinario e stilizzato; il giovane regista spagnolo punta a un classicismo efficace e avvincente. Personalmente ritengo un pregio del film la scelta di non concedere ampio sviluppo al contesto politico e sociale in cui è ambientato: il regista si limita a presentare Madrid non come un elemento strutturante, ma come un parco giochi in cui i dettagli (strade affollate, tensioni per la sicurezza, il caldo soffocante dell’estate, strade labirintiche…) influenzano solo marginalmente la narrazione, perdendo la loro dimensione politica a beneficio del ritmo dell’indagine.

Forse si potrebbe invece accusare il film di non fondere le storie private dei due poliziotti Velarde e Alfaro (Antonio de la Torre e Roberto Álamo, entrambi eccellenti e qui alla prima collaborazione con Sorogoyen) in modo fluido con il resto della storia, causando oscillazioni nel ritmo e, in definitiva , minando la tensione crescente. Queste sequenze intime mantengono tuttavia un’importanza all’interno della struttura complessiva del film, che, quando si concentra sulla caccia all’uomo, riacquista slancio e sostanza: l’intero film affronta la questione della mascolinità come genere in continua evoluzione nella Spagna contemporanea. L’allusione religiosa nel titolo e i numerosi riferimenti all’interno dell’immaginario (il Papa, l’importanza della Chiesa e della Messa nello svolgimento stesso dell’indagine) indicano un accresciuto senso di identità e una messa in discussione del modello tradizionale di società fondata sulla cultura cattolica.
Sorogoyen procede poi a creare una sorta di tipologia dell’”uomo spagnolo”, evidenziando caratterizzazioni opposte, anche a rischio di ricorrere talvolta alla caricatura. Così, i tre personaggi principali (i due poliziotti e l’assassino) condividono una frustrazione sessuale che li porta a mettere in discussione la propria virilità. Il primo è esacerbato: Alfaro, un poliziotto culturista, ostenta la sua arroganza, eterosessualità e volgarità, ma è impotente quando la moglie lo lascia, abbandonandolo ai suoi doveri di padre. Il secondo è negato: Velarde, un poliziotto cerebrale, febbricitante e balbuziente, vive isolato nel suo appartamento, al riparo dallo sguardo femminile che lo paralizza, ma gradualmente e goffamente si apre al fascino di una vicina. L’ultimo è represso: l’assassino (Javier Pereira), un giovane emaciato e androgino, nutre un delirio edipico incontrollabile che lo spinge a violentare e uccidere donne anziane per compensare la morte imminente della madre.

Ciò che ha successo nel racconto non è tanto l’istituzione di questo sistema di tre vasi interconnessi quanto il modo in cui lo svolgimento dell’indagine agisce da catalizzatore, mettendo in moto tutte le posizioni stabilite all’inizio del film. In questo senso, l’eccellente maestria classica del film gioca pienamente il suo ruolo, garantendo la coerenza della dimostrazione. Quando rimane ancorato a questa cornice narrativa senza soffermarsi troppo sui dettagli estranei, Sorogoyen è in grado di sviluppare un quadro elegante e sordido: una luce giallastra che porta con sé la sporcizia e gli odori nauseabondi, vecchi appartamenti madrileni inebrianti e opprimenti al tempo stesso, corpi senili brutalizzati mostrati con una distanza che impedisce qualsiasi compiacimento.
Un’atmosfera riuscita, tradizionale e autentica funzionale a una narrazione realistica, sufficiente a fornire un contesto significativo e distintivo, dove lascia un enorme margine di manovra per gli attori…




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