Pubblicato da Dino Audino editore, “I soliti ignoti” di Andrea Minuz e Andrea Nobile, è l’analisi della sceneggiatura di Age&Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico e Mario Monicelli, regista di uno dei film più belli della nostra cinematografia, un capolavoro. Scritto e girato a ridosso del boom economico, “I soliti ignoti” sono una brillante-geniale ripresa di un film francese (Rififì, 1955, regia di Jules Dassin, tratto dal romanzo di Auguste Le Breton), tant’è che fra i titoli originariamente proposti, si era pensato anche all’orripilante Rufufù. Per fortuna l’idea fu abbandonata.

Al di là della trama, che tutti conoscono, il film di Monicelli intreccia diversi generi: il caper movie, la commedia all’italiana, il neorealismo; e nella fusione brillante di questi generi spiccano temi, situazioni, gag, scene comico-umoristiche e di persistente attualità socio-economica: sullo sfondo di un’Italia proletaria, povera ma laboriosa e in moto verso il benessere, spicca l’arte di arrangiarsi di un eterogeneo gruppo di persone dalle storie quanto mai diverse: Tiberio (Marcello Mastroianni) fa il fotografo ma non se la passa bene (per giunta deve stare dietro al pupo lasciatogli dalla moglie che nel frattempo è a Regina Coeli); Peppe soprannominato er Pantera (Vittorio Gassman) accarezza velleitarie aspirazioni a diventare campione di pugilato, ma viene atterrato dopo qualche secondo sul ring da un diretto. Capannelle (l’attore è l’inconfondibile Carlo Pisacane) è un uomo ormai anziano dal fisico secco-asciutto sempre affetto da una fame compulsiva e bulimica; Ferribotte (Tiberio Murgia) vive fra espedienti, trafficando, è il tipico ritratto anche fisico del meridionale geloso e sospettoso. Non meno tranquilla è la vita di Mario Angeletti (Renato Salvatori) allevato e cresciuto in un orfanotrofio da due amorevoli mamme adottive.

Insomma siamo in quella zona grigia fra criminalità e sottoproletariato nella quale si muovono personaggi spesso originali, brillanti, vitali, anche intelligenti, ma relegati ai margini dalla società borghese. L’occhio del regista e degli sceneggiatori è però sempre umoristico e benevolo: tutti finiamo per simpatizzare con questi quattro ladri dilettanti convinti di essere dei seri professionisti. Il film può essere infatti letto anche come una sottile parodia dell’improvvisazione e del suo contrario, il metodo scientifico, la tecnica: anche i ladri devono andare incontro alla modernità, adattarsi ai tempi che cambiano. Per rubare, per fare il grande colpo, serve un piano, una preparazione, un approccio scientifico, anzi sc-sc-scientifico come sottolinea a più riprese il tartagliante Peppe er Pantera (Vittorio Gassman), boxeur mancato e rintronato, ma solerte organizzatore della banda. E per elaborare un furto doc ci vuole anche un esperto di casseforti, quel Dante Cruciani (Totò) che ricorda -durante una memorabile lezione en plein air, sulla terrazza in cima al caseggiato- agli aspiranti ladri, oltre al metodo Fu Cimin (non era cinese: era veneto! Fu Cimin), anche che “la lubrificazione dev’essere continua ed ininterrotta!”. Ripetiamo: i quattro brancaleoneschi scassinatori sono interpretati da Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia alias Ferribotte, e Carlo Pisacane al secolo Capannelle. Personaggi diversissimi l’uno dall’altro, con tic e aspetti caratteriali unici e tipizzanti. Renato Salvatori (Mario Angeletti nel film) fa parte del gruppo di amici, ma alla fine si tira fuori dall’iniziativa per trovare un impiego (maschera al cinema) e vegliare sulla sorella di Ferribotte, Carmela della quale Mario è innamorato.

Il libro di Minuz e Nobile ripercorre scena dopo scena il film per farne emergere con chiarezza l’architettura. Un lavoro di analisi che rivela quanto la brillante caratterizzazione di ogni personaggio, e il sapiente dosaggio di realismo, commedia e dramma, siano il risultato di una perfetta padronanza delle strutture narrative, dei linguaggi e degli archetipi profondi della drammaturgia. Leggere I soliti ignoti in questa prospettiva è come studiare un classico del cinema e insieme un grande manuale di sceneggiatura. Il libro contiene il testo completo della sceneggiatura originale del film.
A proposito di modernità, vi ricordate come Ferribotte (Tiberio Murgia) custodiva la sorella Carmela (Claudia Cardinale) segregandola in casa per tenerla lontana dagli occhi indiscreti di qualunque spasimante? Quando il fidanzato suona il campanello, Ferribotte invita la sorella a “comporsi” nonostante fosse già abbondantemente vestita e coperta. La saggezza popolare si mescola all’ironia e all’umorismo: la scena in cui i componenti della banda vanno a portare gli estremi saluti a Cosimo (Memmo Carotenuto), Dante Cruciani sentenzia, sospirando con mestizia: “Così è la vita: oggi a te, domani a lui…” ripiegando in modo originale un ritornello fin troppo ripetuto nella vita quotidiano. Cosimo aveva rivelato i dettagli del “colpo” (luogo, via, abitudini del caseggiato) a Peppe er Pantera, in carcere: Peppe esce prima e batte sul tempo Cosimo che gli serberà eterno rancore, salvo morire investito da un tram mentre scappa dopo un tentativo di scippo.

I soliti ignoti è anche un raro caso in cui il sequel non è di qualità inferiore all’originale: ne “L’audace colpo dei soliti ignoti” (1959, regia di Nanni Loy) l’azione si sposta da Roma a Milano. E anche in questo film abbondano gli spunti comici: una deliziosa e sensuale Vicky Ludovisi cerca di far imparare a Peppe er Pantera (Gassman) il milanese e in particolare la pronuncia della ü: “Uè ti, möves”. Inutile dire che Gassman non riesce proprio a far suo quello strano suono nordico…




Lascia un commento