Ma quella “selva oscura”, “esta selva selvaggia e aspra e forte” nella quale si perse Dante Alighieri “nel mezzo del cammin di nostra vita”, dov’era? Corrisponde a un luogo esatto, geograficamente identificabile? Sempre che abbia senso porsi questo interrogativo: se c’è, infatti, una metafora universalmente valida per tutti è proprio la selva dantesca, “la selva erronea di questa vita” (Convivio, IV, XXIV, 12),  e tutti i commentatori, soprattutto quelli antichi, sono concordi nel sostenere che la selva è la metafora della vita peccaminosa, di un periodo storico-esistenziale caratterizzato da ignoranza e smarrimento. L’aggettivazione prevalente della selva dantesca rimanda, in effetti, nel suo significato letterale, alle caratteristiche di una vera boscaglia, fitta e buia: “selvaggia” vuol dire incolta, disabitata; “aspra” vale intricata, ispida di pruni;  “forte” indica la difficoltà di percorrerla conseguente alla sua spessa vegetazione, alla contorta trama di alberi e rami.

Secondo la coppia di scrittori Rita Monaldi e Francesco Sorti, l’enigma sarebbe risolto. Sembra che la “selva selvaggia” nella quale Dante si smarrì tra 25 marzo e 15 aprile 1300 sia da individuare nei monti Sibillini. Secondo Monaldi e Sorti, quando l’Alighieri si perdette nella selva, si trovava nel territorio dell’Abbazia cistercense Chiaravalle di Fiastra, davanti ai monti Sibillini, fondata da San Bernardo di Chiaravalle. Il documento di San Ginesio (borgo dei monti Sibillini, roccaforte francescana) riporta un “Dante” senza il cognome Alighieri. Il che, a mio modestissimo avviso, non dà una certezza totale della sua autenticità. Dato il prevalente, se non assoluto, valore metaforico della “selva oscura”, poco importa al lettore se essa sia da collocare in un preciso ambito geografico. Questo documento non è mai stato studiato doverosamente, secondo la coppia di scrittori, e non è citato nelle più recenti e dettagliate biografie dell’Alighieri (cito, fra le altre, quelle di Marco Santagata, Alberto Casadei, Alessandro Barbero, Paolo Pellegrini).

Una veduta dei Monti Sibillini

“Si tratta per ora di una mera ipotesi, peraltro già avanzata nel 1968 dallo studioso Giacinto Pagnani” commenta Alberto Casadei, già docente di letteratura italiana a Pisa, dantista autore di diversi saggi sull’Alighieri, e scrittore (La suprema inchiesta, Il Saggiatore). “Al momento, sono solo riprese di dati già noti e mai considerati sufficienti dagli studiosi: per essere certi di una missione di Dante in territorio marchigiano, nel 1300, così come di una presenza successiva di suo figlio Iacopo ci vorrebbero riscontri ben più forti. In ogni caso, nuove indagini tra Fermo e San Ginesio sarebbero utili”.

“L’ipotesi è, difatti, già nota; ma va approfondita” conferma Gandolfo Cascio, professore di letteratura italiana all’Università di Utrecht “come curiosità, coincidenza tra vero e verosimile. Tuttavia, che lo sia o meno, poco importa. Ciò che conta è che la Foresta – quella ‘reale’ – è e rimarrà quella della Commedia. Immutabile, compiuta perché è menzogna e, perciò, sortilegio”. Nel documento riscoperto o rispolverato dalla coppia di scrittori, Dante è preceduto dal termine “baiulo”, parola dotta, dal latino, che significa “portatore”, e che compare nella Divina Commedia, in Paradiso VI 73, “il baiulo seguente”, il portatore dell’Aquila, segno e simbolo dell’Impero, dopo Cesare, cioè Ottaviano Augusto. 

L’attualissima geo-idrografia di Dante

Il francese Jean-Jacques Ampère, il primo dei pellegrini danteschi, e il tedesco Alfred Bassermann, seppure a notevole distanza di tempo, il primo nel 1839, il secondo nel 1897, sono i primi grandi esempi di viaggiatori danteschi, cioè di turisti stranieri che utilizzano la Divina Commedia come baedeker geografico per scoprire i luoghi e le città italiane legati alla vita e alle opere dell’Alighieri. Grazie a Dante rivitalizzano il classico voyage en Italie, una fortunata consuetudine amata da scrittori come Montaigne, Goethe, Stendhal. Per Alfred Bassermann la geografia di Dante deriva dalla conoscenza e dall’osservazione diretta dei luoghi, non dai libri. Vero, ma fino a un certo punto: non tutti i toponimi e i luoghi che troviamo citati nella Divina Commedia sono stati oggetto di visita diretta da parte di Dante: altrimenti dovremmo concludere che il Poeta è stato a Pola e nel Carnaro, cioè in quelli che allora venivano considerati i lembi orientali d’Italia; o che l’Alighieri sia passato anche per Parigi, argomento molto dibattuto. 

Ravenna vista dall’alto

Tre sono le città chiave nella vita dell’Alighieri: Firenze, dove nacque, Verona, la città di Bartolomeo e Cangrande della Scala, che fu il primo importante “rifugio e ostello” nella sua vita raminga post esilio, e Ravenna, la bizantina, sepolcrale mistica e nel contempo  dorata-solare città di Francesca,  dove si spense. La guida del viaggiatore dantesco di Raffaella Cavalieri aggiunge fra le tappe salienti la Roma dei pellegrini, Arezzo, chiave d’accesso al Casentino, Pisa e il ricordo dell’orribile torre (dove fu imprigionato il conte Ugolino), la Lunigiana con gli ospitali Malaspina. Ma una guida ancor più interessante sarebbe quella dell’idrografia dantesca. Nessuno dei grandi fiumi è omesso nel Poema: oltre l’Arno, il Tevere, e ovviamente il Po, non mancano il Piave, l’Adige e il Tagliamento, confini fluviali della Marca Trevigiana, e il Bacchiglione. Ma il poema abbonda anche di corsi d’acqua meno noti, ma non meno importanti sul piano locale e storico come il romagnolo Reno, “l’Archian rubesto” (Purg. V,125), l’Arbia “colorata di rosso” (per il sangue delle vittime). E poi: Lamone, Santerno e Savio, tre fiumi romagnoli esondati nella primavera inoltrata del 2023, sono già citati nella Divina Commedia:

“Le città di Lamone e di Santerno 
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte dalla state al verno.
E quella, cu’ il Savio bagna il fianco, 
così com’ella sie’ tra’l piano e’l monte,
tra tirannia si vive e stato franco” (Inf. XXVII 49-54)

Lamone e Santerno, come dire: Faenza e Imola. E il fiume Savio indica, sempre in virtù di un’efficace sineddoche idrografica, la città di Cesena.

Ma, fuori dalla ristretta cerchia dei dantisti, ed eccettuati ovviamente gli abitanti delle zone bagnate da quei corsi d’acqua, chi aveva prima udito i nomi di questi fiumi? E quanti fuori da Senigallia, o dalle Marche, conoscono il Misa, che quando piove più del dovuto o del solito, riversa i suoi disastri a bigonce? Ma potremmo andare avanti a lungo: se ci spostiamo a Genova, nemmeno io, che pure ho vissuto tanti anni in quella splendida-poetica-salmastra città, mi ricordavo del Fereggiano, un rio reo di rovinose ruine rotti gli argini causa rovesci. 

Uno scorcio della Valtiberina

Insomma, coming down to brass tacks, l’Italia è piena di fiumiciattoli, rii, torrenti, corsi d’acqua sconosciuti al grande pubblico italiano, spesso asciutti e disseccati tutto l’anno, trascurati persino dalla popolazione locale, che all’improvviso si risvegliano diventando demoni idroscatenati, violenti e involontari stupratori acquei delle terre e delle abitazioni, orde fangose di Unni ondosi alleati alle piogge torrenziali.

Vassi in SanLeo, e discendesi in Noli

Per dare l’idea al lettore della faticosissima salita che Dante deve affrontare al primo balzo del monte del Purgatorio, il poeta cita alcuni luoghi impervi dell’Italia: San Leo, città dell’antico ducato d’Urbino, non lontano da San Marino; Noli tra Savona e Finale Ligure; Bismantova nell’Appennino tosco-emiliano, e Caccume, “che potrebbe essere il monte Caccume che ora, sulla superstrada che conduce da Frosinone a Latina (e da cui con una breve deviazione si può raggiungere Fossanova) mi si staglia davanti” nota Giulio Ferroni nel suo monumentale viaggio nei luoghi danteschi. “Può darsi che a questo monte si riferisca Dante per far percepire la difficoltà della salita su per le rampe del Purgatorio, proprio subito dopo l’incontro con Manfredi: egli evoca i ripidi pendii si San Leo, di Noli, di Bismantova e forse di questo  Caccume, anche se molti leggono ‘montasi su in Bismantova in cacume’ cioè a Bismantova proprio sulla vetta, eliminando questo monte Caccume, che comunque Dante potrebbe almeno aver visto da Anagni, sul versante opposto della valle del Sacco”. 

“Vassi in San Leo, e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova in Caccume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli,
dico, con l’ale snelle e con le piume
del gran disìo, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume” (Purg. IV, 25-30)

Il forte rinascimentale di San Leo

San Leo, località a 583 metri sul livello del mare, famosa per il forte arroccato sulla punta più alta dello sperone montuoso, è passata nel 2009 al comune di Rimini in seguito a un referendum nel quale la maggioranza degli abitanti ha optato per l’uscita dalla provincia storica di Pesaro-Urbino. San Leo è uno dei 7 comuni della Valmarecchia che hanno deliberato il passaggio dalle Marche all’Emilia Romagna. Nella fortezza di San Leo, adibita un tempo a prigione, morì il conte di Cagliostro nel 1795. Come carcere ospitò anche Felice Orsini (1844). 

Bismantova (più precisamente Pietra di Bismantova) è un comune in provincia di Reggio Emilia, nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano. Dante è stato il primo a menzionare per iscritto questo luogo. Questa Pietra si trova accanto al paese di Castelnuovo de’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, tra i rilievi che separano il bacino dell’Enza dal bacino del Secchia. 

Anagni, la terra dei Papi

Anagni (Alagna) viene ricordata da Dante nella celebre e dolente rievocazione fatta da Ugo Capeto sulla dinastia dei re da lui discesi, ultimo dei quali Filippo il Bello, che si macchiò, fra l’altro, di due gravi delitti storici (rievocati da Dante), l’aggressione a Bonifacio VIII passata alla storia come lo schiaffo d’Anagni, e la soppressione dei Templari:

“Perchè men paia il mal futuro e il fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e’l fele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
porta nel Tempio le cupide vele” (Purg. XX, 85-93)

Anagni

In tre terzine Dante, per bocca di Ugo Capeto, cita due fatti storici cruciali: il famigerato schiaffo di Anagni (patria e residenza preferita di Bonifacio VIII, papa dal dicembre del 1294) e la persecuzione dell’ordine dei Templari: il “novo Pilato” è Filippo il Bello che sfoga la sua cupidigia con la dissoluzione illegale (“sanza decreto”) dell’ordine dei Cavalieri del Tempio soppresso nel 1312 da papa Clemente V per volontà del suddetto re francese. 

Ecco come Dino Compagni, (II 35) ricorda l’episodio di Anagni: «Sciarra della Colonna, in sabato a dì VII di settembre 1303 entrò in Alagna, terra di Roma, con gente assai e con quelli da Ceccano e con uno cavaliere ch’era quivi per lo re di Francia [Guglielmo Nogaret, cancelliere di Filippo il Bello]  e con la sua insegna (fiordaliso) e con quella del Patrimonio, cioè delle Chiavi. E ruppono la sagrestia e la tesoreria del papa e tolsonli molto tesoro. Il papa, abbandonato dalla sua famiglia [dalla sua corte] rimase preso…e tennesi fusse congiura fatta col re di Francia, perchè il papa s’ingegnava d’abbassarlo».

Bonifacio VIII è citato nel passo dantesco come vicario di Cristo: Dante rivive l’episodio di Anagni come una nuova crocifissione (i due ladroni alludono agli esecutori principali dell’attentato: Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna), e l’espressione “novo Pilato” (riferita a Filippo il Bello) allude al fatto che il re francese lasciò il papa oltraggiato e catturato dai suoi sgherri in balia dei Colonna, i suoi storici nemici. Il tramonto di Bonifacio VIII, uno dei pontefici più influenti e longevi nella storia della Chiesa, cominciò dallo scontro con la Francia di Filippo il Bello che inviò Guglielmo di Nogaret ad arrestarlo ad Anagni. Liberato dopo pochi giorni, Bonifacio VIII morì nello stesso mese. L’oltraggio dello schiaffo aveva cominciato a circolare col suo arresto. 

Bonifacio VIII

Anagni è definita anche “terra di Papi”. L’aver dato i natali a 4 pontefici (fra i quali Bonifacio VIII), ha forse contribuito all’arricchimento architettonico e artistico di questa cittadina della Ciociaria, tra Roma e Frosinone, con edifici eleganti e austeri, chiese romaniche, campanili, logge, piazze, senza dimenticare il palazzo di Bonifacio VIII, il Palazzo Civico, la Cattedrale con la splendida cripta che custodisce affreschi di uno dei cicli più interessanti del Duecento, e Casa Gigli, un palazzo medievale ristrutturato nel XIX secolo dal pittore svedese Albert Barnekow, che avrebbe dato ospitalità a Dante, e il monastero di Santa Maria della Gloria, realizzato per volere del cardinale Ugolino di Anagni, poi papa con nome di Gregorio IX. 

Il primo papa anagnino fu Lotario Conti, che assunse la carica nel 1198 con il nome di Innocenzo III e il cui pontificato si distinse per una crociata (la quarta, nel 1202) che invece di Gerusalemme, conquistò la più appetibile Costantinopoli. Inflessibile contro l’eresia, scatenò una crudele crociata contro Valdesi, Catari e Albigesi. A suo nipote Ugolino Conti, papa Gregorio IX, si deve l’istituzione del Tribunale della Santa Inquisizione affidato ai domenicani. La dinastia dei Conti prosegue con Rinaldo, nipote di Gregorio IX, a sua volta papa con il nome di Alessandro IV.  Anagni era il cuore della comunità degli Ernici, in una terra distribuita fra le città saturnie, le 5 città dell’attuale Ciociaria, fondate dal dio Saturno. Con Anagni, Arpino, Atina, Ferentino e Alatri, nota per l’acropoli preromana cinta da mura megalitiche. 


LIBRI

Giulio Ferroni, L’Italia di Dante, Viaggio nel paese della “Commedia”. La Nave di Teseo, 2019 
Raffaella Cavalieri, L’Italia con gli occhi di Dante, Minerva, Bologna, 2015
Marco Santagata, Dante e il Romazo della sua vita, Mondadori, 2012
Alberto Casadei, Dante, storia avventurosa della Divina Commedia dalla selva alla realtà aumentata, Il Saggiatore, 2020
Alessandro Barbero, Dante, Laterza, 2023
Paolo Pellegrini, Dante. Una vita. Einaudi, 2021
Rita Monaldi, Francesco Sorti, Dante di Shakespeare,  Com’è duro calle, Solferino editore, 2024 (terzo volume della trilogia iniziata con Amor ch’a nullo amato (2021) e Ahi! Serva Italia (2022)
Gianluca Barbera, Atlante dantesco. I luoghi di Dante e della Divina Commedia, Rizzoli, 2022

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