
Nel mondo della mafia, Nick Lanzetta (Henry Silva) è un solitario, uno specialista nei “colpi” audaci. Scagnozzo di Don Giuseppe D’Aniello, lui stesso luogotenente principale di Don Corrasco (Richard Conte), Nick Lanzetta approfitta del fatto che la famiglia nemica è riunita in un cinema per decimarla con un lanciarazzi. Per ritorsione, Cocchi (Pier Paolo Capponi), erede del defunto Don Attardi, ordina il rapimento di Rina, figlia di Don D’Aniello, e fa sapere che libererà quest’ultima solo in cambio dello stesso Don D’Aniello. Ricatto, rapimento, omicidio, ecc. Questo evento scatenerà una violenza senza limiti tra le due famiglie.

Autore di un’opera essenzialmente incentrata sul cosiddetto cinema “di genere”, Fernando Di Leo elabora sempre nei suoi film una fotografia politica, sociale e culturale dell’Italia del suo tempo. Un’osservazione che, allo stesso tempo, rivela le sue opinioni personali e le sue profonde convinzioni. Nonostante ne abbia scritti molti, è rilevante notare che Di Leo non ha mai diretto western. Tuttavia, con i suoi personaggi di gangster solitari, le sue bande rivali, i suoi duelli, le sue varie alleanze e i suoi numerosi colpi di scena, i suoi thriller ne riprendono senza dubbio i codici trasponendoli in un universo urbano contemporaneo. Il boss (1973) contiene meno umorismo di altre opere di Di Leo, ed è incentrato principalmente sulla demistificazione della mafia.
L’amore di Di Leo per il genere noir deriva prima dalla letteratura e poi, ovviamente, dal cinema, in particolare dai classici noir della Warner Bros. Grande appassionato di cinema, Di Leo ha sempre rivendicato le sue ispirazioni, e i suoi personalissimi film testimoniano direttamente le sue disuguali influenze. Ritroviamo così in tutta la sua opera il suo amore per il cinema di Jean-Pierre Melville così come per quello di John Huston e persino di Don Siegel.

Come il giallo di cui è “cugino”, il poliziottesco è un genere molto codificato che sostituirà i film horror enfatizzando una rappresentazione molto grafica della violenza. Si distingue dal classico film noir italiano e dal film noir americano per l’approccio sociologico, l’azione predominante (inseguimenti, acrobazie, ecc.), l’accentuata violenza (esplosioni, sparatorie, attacchi, regolamenti di conti, ecc.), i collegamenti con il tema ricorrente della vendetta e il modo in cui tratta i personaggi. Riflettendo i tempi e gli attentati politici che stanno insanguinando l’Italia, il poliziottesco mette in luce soprattutto poliziotti tenaci e incorruttibili che vivono quotidianamente nell’inferno della giungla urbana, tutori dell’ordine anarchici e/o corrotti, antieroi per i quali prevale il senso dell’onore nella vita quotidiana, come anche gangster senza legge. Perché nei poliziotteschi la legge non ha l’ultima parola. All’inizio degli anni ’70, anni cruciali del poliziottesco, con i suoi film tanto audaci quanto perfettamente gestiti e il suo acuto senso tragico, Fernando Di Leo impresse il canone definitivo e un tocco di nobiltà al genere e divenne il punto di riferimento del filone.

Che siano gangster o poliziotti, Fernando Di Leo non cerca mai di filmare degli “eroi” o di magnificare i suoi personaggi. Il personaggio principale di Nick Lanzetta, uno spietato assassino, ne è l’esempio perfetto. Nessuno dei personaggi del film riesce a suscitare la minima empatia nello spettatore. Con il regolamento di conti tra due cosche, i Calabresi e i Siciliani, che, con un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena, pongono la questione di sapere alla fine chi sarà “il boss”, il film riprende lo schema classico del “mafia movie” ma con rapporti tra i personaggi opposti a quelli a cui siamo abituati. La mafia si protegge controllando i politici eletti e i membri influenti della polizia che diventano i principali informatori delle famiglie. Le istituzioni si sono arrese. Come con le dimissioni dello Stato, rappresentante dell’ordine, anche il commissario Torri (Gianni Garko), per il quale solo la mafia può preservare l’ordine, tradisce i suoi impegni di diventare l’informatore disinibito della famiglia Corrasco. Perfino la giovane prigioniera, vittima di rapimento e stupro, ci viene presentata come un’alcolizzata, tossicodipendente e ninfomane che accetta la situazione e ne trae piacere. Di Leo non risparmia nessuno. Poliziotti, avvocati, pubblici ministeri, mafiosi, donne, sono tutti cattivi. Corrotti, ingannevoli e detestabili, tutti i personaggi sono dei veri mascalzoni. Nei film di Di Leo i personaggi non sono mai affascinanti e restano semplici uomini appartenenti ad un ambiente che li prepara solo alla morte. Questi ultimi appartengono ad un ambiente che li condanna in anticipo. Un ambiente dove, come nei suoi film, conta solo la “morale” dei gangster. Come un paese crivellato di proiettili, nella sua parola come nella sua audacia formale,The Boss è il ritratto cinico, radicale e freddo di un microcosmo devastante che inevitabilmente condanna e schiaccia gli uomini che ne fanno parte. Senza essere moralista, Di Leo ha sempre cercato di evidenziare nella messa in scena dei suoi film quella che potremmo definire la moralità del genere. La moralità dei personaggi che incarnano queste storie oscure e violente. Moralità dei gangster. In tutto il film, sia nell’azione che nei dialoghi, il cineasta non manca di diffondere messaggi che evocano con impertinenza gli stretti legami che esistono tra politica, polizia, giustizia e malavita. Di Leo non esita a denunciare apertamente i collegamenti e la corruzione delle istituzioni.

La regia, l’ambientazione, la fotografia, il montaggio ma anche i dialoghi contribuiscono a restituire perfettamente il clima dell’epoca. Con Il boss, Fernando Di Leo delinea la fine di un mondo e ci offre uno sguardo senza compromessi su una società che accusa di essere diventata troppo limitata. In contrasto con la visione proposta da Francis Ford Coppola l’anno precedente ne Il Padrino, non c’è nulla di attraente o romantico nell’organizzazione criminale da lui descritta. Il codice d’onore inerente al rispetto per la “famiglia” non esiste più. Nessuno rispetta nessuno e il tradimento è all’ordine del giorno. Si può dire che Il boss è l’ “anti-Padrino” di Coppola.
A causa della violenza ma anche dell’ideologia politica delle sue opere, Fernando Di Leo è stato spessi censurato. Quando Il boss è stato presentato alla commissione di censura, un politico italiano si è riconosciuto nel film e ha sporto denuncia. È stato quindi imposto al regista di tagliare alcune battute del dialogo e di rimuovere una scena in cui un rappresentante dello stato riceveva una tangente dalla mafia. Imbarazzato, l’ordine costituito arriva quindi, attraverso queste censure, a dare ragione al cineasta e a dimostrare nel modo più ironico possibile il lato autentico e sovversivo del film. Non volendo sollevare la questione e farne uno scandalo, la denuncia è stata infine ritirata.
Per favorire l’esportazione dei film all’estero, le produzioni dell’epoca, o meglio le coproduzioni, avevano l’accorta abitudine di proporre casting internazionali. Composto da volti straordinari tra attori di origine italiana e americana, eclettici e internazionali, il casting di Il boss non è solo un successo ma uno degli innegabili punti di forza del film. Di Leo sapeva scegliere i suoi attori, metterli a loro agio sul set e metterli in risalto nei suoi film.

Tratto da “La piovra – Guida alla serie televisiva italiana che ha conquistato il mondo”, di Massimo Moscati (Shatter)





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