Se dovessi varare una collana di scrittori sommersi, emarginati dalla critica, misconosciuti, trascurati, o semplicemente ignorati, insomma gli scrittori veri, quelli fuori dal sistema editoriale, partirei senza dubbio dal padano Antonio Delfini. Scrittore della buona borghesia emiliana, irregolare, disadattato, eccentrico e polemista, un po’ dandy, un po’ maudit, il modenese Antonio Delfini, nato nel 1908 (stesso anno di nascita di Tommaso Landolfi), rimane ancora oggi un autore apprezzato e ricercato da una stretta cerchia di connoisseur spesso collezionisti delle sue opere, come Giampiero Mughini, cui devo -attraverso il libro La Collezione– la conoscenza di questo strano e inclassificabile narratore: eterno outsider o underdog della letteratura sul quale la critica, salvo qualche eccezione, non ha saputo, o potuto, impegnarsi a fondo per valorizzarlo; per approfondire un autore “di qualità certo evidente, ma così inafferrabile, così eccentrico, così fuori dalla norma” (leggo dalla nota critica sul segnalibro dell’edizione garzantiana de I Racconti, 1963). Carlo Bo è stato fra i pochissimi che l’hanno capito dall’inizio e poi sempre seguito con amore e comprensione. 

Nato a Modena, appunto, la città dove tornò, stanco e infermo per morirvi nel 1963,  a 56 anni, dopo un girovagare tra Viareggio, Firenze (dove si trasferì nel 1935 e rimase fino al 1946), Parma e Roma, Antonio Delfini pubblicò anche un libro di versi Poesie della fine del mondo, uscito da Feltrinelli nel 1961. Nel 1995 Quodlibet lo ha rieditato con l’aggiunta di alcune poesie escluse dalla raccolta. La terza edizione (Einaudi, 2013) amplia la percentuale degli inediti presentando per la prima volta un grosso nucleo di poesie degli anni Trenta e Quaranta tratte dagli autografi in possesso della figlia Giovanna. La fine del mondo è quella provocata dalla ragazza di cui si era follemente innamorato, la parmigiana Luisa B. Quella di Delfini è una “mala poesia” “manierista, sghemba, crepuscolare, sgrammaticata, scombinata, bettoliera, offensiva, innamorata” come scrive la curatrice Irene Babboni. 

Carlo Bo

Fra i devoti cultori delfiniani c’è anche Cesare Garboli che volle la prima edizione ufficiale, anche se postuma, delle opere di Delfini, un’edizione della sua opera omnia che l’Einaudi avviò nel 1982 con Diari 1922-1961. Non è l’opera migliore da cui partire per conoscere Delfini, “che come diarista non valeva gran che” nota Giampiero Mughini. I libri di Delfini si dividono in tre categorie. “I sei o sette libri più facili da trovare, anche se mai facilissimi, innanzitutto Il fanalino della Battimonda nell’edizione originale del 1940, e Il ricordo della Basca nell’edizione originale del 1938 (anche se splendida è l’introduzione inedita con cui Delfini arricchisce la seconda edizione, quella pubblicata da Nistri-Lischi nel 1956, forse le pagine sue più belle in assoluto). E infine un pugno di libri che non sono rari ma rarissimi”.

Fra questi c’è il Marantogide, l’autoedizione del 1960 in 55 copie, uno dei libri d’artista più introvabili del Novecento. L’idea gli era venuta frequentando a Roma l’artista pop Gino Marotta: Delfini voleva fare un’edizione limitata nella quale ogni copia fosse un esemplare unico. Spiega Giampiero Mughini: “Marotta aveva perciò dipinto a tempera una gigantesca e sgargiante tela astratta da cui Delfini avrebbe ritagliato a suo arbitrio centosessantacinque fette, tre immagini pittoriche per ognuna delle cinquantacinque copie”.

Ma non è dalle poesie -che pure dicono molto del temperamento di Delfini- che suggerirei di partire. Il consiglio è di leggere I Racconti, pubblicati nel 1963 da Garzanti nella collana diretta da Attilio Bertolucci: comprendono non solo Il ricordo della Basca, il titolo più iconico dello scrittore modenese, ma anche i dieci racconti editi già nel 1938, l’introduzione-storia aggiuntavi per una ristampa del 1956 (quella cui abbiamo accennato, Nistri-Lischi) e il 10 giugno 1918 scritto negli ultimi anni uscito soltanto in rivista. 

Giampiero Mughini

Un altro libro che suggerisco sono le Lettere d’amore, uscite in prima edizione per Ugo Guanda nel 1963, che costituiscono l’epistolario completo (39 lettere con alcune cartoline illustrate) dello scrittore in quei due mesi tempestosi (28 dicembre 1958- 3 marzo 1959) di passione per una fanciulla, la parmigiana Luisa B.. Enumerando errori, capricci e disillusioni di cui la sua vita era colma ma non ancora traboccante; aggiungendo promessa su promessa. Questo libro contiene anche la ristampa di Ritorno in città, il debutto letterario (1931) di Delfini. Ecco la nota bio-bibliografica pubblicata che si legge alla fine di questo volume:

“Antonio Delfini nacque a Modena il 10 giugno 1908. I suoi nonni erano vissuti a Marsiglia intorno al 1840 da esiliati modenesi implicati nei moti del ’31 e compagni di Ciro Menotti. Autodidatta, cominciò a scrivere verso il 1930, collaborando con alcune prose alla terza pagina del quotidiano Il Tevere. Con Ugo Guanda fondò due periodici (L’Ariete e Lo spettatore italiano), sequestrati e soppressi. Da Modena, dove visse fino al ’35, si trasferì a Firenze, restandovi fino al ’46. Più volte impegnato nella lotta politica: monarchico al tempo del referendum, scrisse un manifesto che i monarchici non vollero pubblicare. Nel ’51 scrisse un altro manifesto, per un partito comunista-conservatore. Nel ’53 fu candidato di Unità Popolare e fondò Il liberale, un periodico che scrisse quasi tutto da sé. Ritornò quindi alla letteratura collaborando al Mondo, alla Chimera di Vallecchi, al Contemporaneo, all’Illustrazione italiana, al Caffè. È morto il 23 febbraio 1963 a Modena in clinica per un’edema polmonare, in seguito a collasso cardiaco”.

Si noti che in questo breve profilo biografico non è citato un episodio della sua gioventù, e cioè che all’età di dodici anni, frammischiato a bande di squadristi, si trovò a partecipare ai tumulti che seguirono la fine della democrazia in Italia. Si allontanò dichiaratamente dal fascismo prima dei vent’anni, passando di lì in poi a una decisa opposizione al regime. 

Un primo piano di Delfini

Nell’ultimo libro da lui pubblicato in vita (Modena 1831 città della Chartreuse) rivendica che la Certosa di Parma stendhaliana non fosse a Parma, ma a Modena. “Un odio delfiniano contro Parma di cui capisci che c’è di mezzo il fatto che quella «strega della borghesia», ovvero Luisa B. Era parmigiana” aggiunge Giampiero Mughini. L’amore e/o la passione non corrisposta per una donna gli aveva dato alla testa.  Sembra una tempesta in un bicchier d’acqua perché quell’amore è tutto nella sua immaginazione, di reale doveva esserci ben poco. A proposito di donne Delfini aveva scritto: “Per me poi, ogni incontro di donna è come trovarmi improvvisamente davanti a un abisso, e con gli occhi bendati “.

E concludo con un’osservazione di Carlo Bo: “Delfini non parte da esempi letterari, è chiaro che dinanzi a una pagina bianca non ha in mente nessuna sollecitazione intellettuale: racconta quel che ha dire. C’è in questa frase che per lui non ha nessun dovere di formula, tutto il significato, la sua importanza di scrittore…Non so creargli fra noi dei vicini: la sua impossibilità al «capitolo», la sua naturale incapacità di raggiungere una pagina perfetta di prosa esterna (sic! Forse è un refuso per eterna) e di voce ridotta a misura d’arte, per compromesso di un’immagine da esemplificare, fanno di Delfini un vero narratore”.


LETTURE

Antonio Delfini, I racconti, Garzanti, 2021
Antonio Delfini, Lettere d’amore, Guanda, 1963
Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo, a cura di Irene Babboni, prefazione di Marcello Fois, Einaudi, 2013
Antonio Delfini, Diari, Einaudi, 2022
Antonio Delfini, Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti, a cura di Cesare Garboli, 2022
Giampiero Mughini, La collezione, Einaudi stile libero, 2009

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