Un incubo, ricorrente, turba le notti del pistolero Wild Bill Hickok (Charles Bronson): un enorme bisonte bianco inizialmente lo fronteggia, poi, all’improvviso, lo carica producendo un rumore terribile… Per tenere fede a quello che crede essere un appuntamento col destino, e nonostante non sia molto popolare né tra i bianchi della regione, né tra i Pellerossa di cui una volta ne uccise un certo numero, per puro odio, Hickok torna sotto falso nome nei luoghi dove potrebbe incontrare l’animale. Ma la sua identità sarà presto svelata, e dovrà farsi aiutare addirittura da Cavallo pazzo (Will Sampson) …

Dopo il fenomenale successo de Lo squalo (The Jaws, 1975), di Steven Spielberg, un numero impressionante di film con animali aggressivi attraversò gli schermi di tutto il mondo. Il produttore italiano Dino de Laurentiis, da tempo residente a Hollywood, aveva appena riscosso un grande successo con il suo colossale King Kong (id., 1976), di John Guillermin, quando cercò di bissarlo producendo Sfida a White Buffalo (The White Buffalo, 1977), di J. Lee Thompson, da una sceneggiatura di Richard Sale che adattò il suo stesso romanzo.

De Laurentiis offrì il ruolo a Bronson, con il quale collaborava ormai da diversi anni, e fu naturale coinvolgere nel progetto il regista del precedente St. Ives (1976).

Con un budget per l’epoca piuttosto consistente, 6 milioni di dollari, il film si avvalse del contributo del grande Carlo Rambaldi, come consulente di Roy L. Downey nella creazione del grande bisonte meccanico (Rambaldi, creatore di E.T., aveva appena vinto un Oscar per il suo King Kong).

The White Buffalo è una sorta di B movie “gonfiato”. A partire dalla sceneggiatura, che

attinge più a fonti letterarie e storiche che ai soliti cliché del cinema: si fa presto a comprendere che la storia segue le orme di Moby Dick di Herman Melville. La ricerca del suo incubo da parte di quest’uomo si trasforma in realtà in un’ossessione per Bronson, perfetto nei panni di un vecchio Wild Bill Hickok – una bella invenzione visto che quello vero è morto a 39 anni. Questa caccia perpetua è soprattutto un’opportunità per gli autori per assumere una prospettiva opposta rispetto alle rappresentazioni classiche del West americano.

Innanzitutto la location dell’azione, tra le montagne innevate, contrasta con le consuetudini del genere – ricordiamo altri due film sulla stessa linea: La notte senza legge (Day of the Outlaw, 1959), di André de Toth, e Il grande silenzio (1968) di Sergio Corbucci. Sfida a White Buffalo si inserisce quindi in una tendenza revisionista tipica degli anni ‘70. La conquista dell’Ovest è desacralizzata e la realtà storica è rispettata al meglio, attraverso l’uso di costumi d’epoca, armi credibili e trucco realistico, anche se questo non impedisce di prendere qualche libertà con la grande storia, a partire dall’episodio inventato dell’incontro del pistolero con il capo Sioux Crazy Horse.

Un’invenzione che consente agli autori di denunciare il trattamento riservato agli Amerindi durante la conquista del West. Il bisonte bianco è una metafora che, attraverso la rappresentazione di una cruda violenza che può portare alla morte, mette in gioco due personaggi tanto distanti tra loro quanto inevitabilmente legati e obbligati a cooperare.

Un toccante messaggio di tolleranza tra due popoli grazie all’amicizia che nasce tra l’americano e l’indiano, anche se alla fine ognuno tornerà alla sua vita perché una vera unione non è purtroppo realizzabile.

Il film – che lavora sulla cattiva coscienza americana, da cui si generano gli incubi di Bronson – propone anche efficaci sequenze che testimoniano il genocidio dei bisonti, ma anche dei Nativi d’America. Quindi non solo intrattenimento, non compreso dal pubblico, che avvicina Sfida a White Buffalo a Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson, 1972), di Sydney Pollack. Forse un po’ lungo, il film beneficia di splendide scenografie, bella fotografia e musiche cupe e inquietanti di John Barry. 

Punto debole il bisonte meccanico, tecnicamente non sempre credibile nelle rare sequenze in cui appare.

Grosso fallimento commerciale negli Stati Uniti, con un incasso di circa 4 milioni di dollari, successo come di consueto all’estero. I western attraversavano un periodo difficile per due motivi: la sbornia da saturazione televisiva, anni e anni di home screen affollati di cowboy; l’inflazione degli “spaghetti western”, che saturarono le sale cinematografiche con il loro pesante carico di violenza. Alla fine, gli americani si stancarono.

Ciò che sembrava non comprendere Bronson che, nonostante alcuni fallimenti, il suo status come attore cinematografico non era in pericolo. Fuori dagli Stati Uniti continuava ad incassare. Alla fine del 1976, un sondaggio condotto tra gli appassionati di cinema in sessanta paesi lo nominò la star nr. 1 del cinema popolare.

Tratto da CHARLES BRONSON, il duro di Hollywood (SHATTER)

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