Humberto Huberman raggiunge un’isola deserta nella speranza di recuperare la tranquillità necessaria a tradurre il Satyricon di Petronio ma finirà invece coinvolto nel caso dell’avvelenamento da stricnina della povera Maria Gutierrez. Le indagini, a cui il protagonista parteciperà attivamente, giungeranno alla soluzione non senza aver prima percorso false piste o aver seguito abbagli clamorosi. 

In quell’autentico pezzo di bravura che è Chi ama, odia, scritto a quattro mani dai raffinatissimi coniugi nonché dotatissimi letterati Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares, ricorrono molti degli elementi fondamentali del classico romanzo poliziesco. Uno spazio chiuso, apparentemente impenetrabile e reso inaccessibile dalle avverse condizioni metereologiche, richiama da vicino celebri precedenti come la Rue Morgue di Edgar Allan Poe o l’Orient Express di Agatha Christie, gli antesignani del rapporto conflittuale dell’investigatore dilettante dottor Huberman e la polizia ufficiale sono ravvisabili in Auguste Dupin ma anche in Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Philip Marlowe e via enumerando. Perfino la scomparsa dei diamanti ha celebri antecedenti – più o meno “alti” – nella letteratura di genere, si pensi al diamante indiano de La pietra di luna di Wilkie Collins, a quello del rajà di Stevenson o ancora all’inestimabile collana di Charlie Chan e il pappagallo cinese di Earl Derr Biggers. Con la sicurezza tipica di due esperti (in particolare Bioy Casares si era già cimentato nel 1942 con il genere giallo, scrivendo insieme a Borges  Sei problemi per don Isidro Parodi e curando l’anno dopo, sempre in collaborazione con il celebre collega, una raccolta dei migliori racconti polizieschi), Ocampo e Bioy Casares si muovono quindi tra i luoghi comuni e propongono una storia di un centinaio di pagine ottimamente scritta e gradevole alla lettura.

Gli autori con Jorge Luis Borges

Tutto qui? No, ovviamente: i due erano troppo cerebrali per potersi accontentare di fornire al pubblico un semplice intrattenimento. Come illustra ottimamente Angelo Morino nella postfazione alla prima edizione italiana (pubblicata da Einaudi nel 1988 e ora fuori catalogo, al momento il testo è stato ristampato da Sur con un altro curatore) Chi ama, odia spicca per la sua ricchezza intertestuale. Dal titolo, che rimanda alla celebre intuizione svolta dallo stesso Bioy Casares nella prefazione all’Antologia della letteratura fantastica che sottolinea come nel romanzo psicologico ogni situazione sia possibile e perfino verosimile (“perché ti amo ti bastono ecc.”), alla conclusione che vede il colpevole alla deriva sul veliero Josef K. È lecito supporre che chi volesse esercitarsi in un’approfondita ricerca troverebbe probabilmente così tante tracce da riuscire a ricostruire probabilmente tutta la trama, come se Chi ama, odia non fosse altro che una sorta di Frankestein letterario, un pastiche intessuto con prestiti provenienti da altri romanzi.

Escludendo a priori l’ipotesi che la vena creativa dei due fosse talmente povera o in crisi da dover cercare ispirazione da altri, quale domanda dobbiamo porci di fronte a questo esercizio di scrittura? Personalmente ritengo corretto il suggerimento di chi fornisce una risposta che parte da lontano, addirittura dal processo di ricerca di una propria identità che la letteratura argentina intraprese all’indomani dell’indipendenza dalla Spagna. Il paradigma europeo non era più assimilabile acriticamente, per evidenti motivi, ma allo stesso tempo il Paese non poteva contare sulla presenza di una cultura pre-coloniale così forte (come quella Inca in Perù, per intenderci) da legittimare la costruzione di un paradigma autoctono di riferimento: l’intellettuale argentino si trovava come un discendente diretto del centro del mondo eppure figlio povero, quando non dimenticato. 

Ma non tutto il male viene per nuocere perché “una ricca tradizione è debilitante: le ombre auguste di un Shakespeare, di un Goethe, di un Cervantes esercitano, anche, un effetto moderatore o dissuasivo sull’ambizione di un creatore inglese, tedesco e spagnolo. Il “barbaro” non ha nulla da perdere, dietro di lui non ci sono monumenti che lo facciano sentire minuscolo e che gli ispirino cautela o timidezza: solo un vuoto riconfortante […] Allora compaiono un Borges, un Neruda: per loro la barbarie è stata feconda quanto la civiltà per un Eliot, un Proust o un Thomas Mann” scriverà Vargas Llosa in un celebre saggio dedicato a Gabriel Garcia Marquez. Ecco una probabile chiave di lettura: Chi ama, odia è forse il tentativo di avventurarsi oltre i confini avvertiti troppo circoscritti e oppressivi di una embrionale forma di identità.

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