
Lawrence Talbot (Lon Chaney jr.) ritorna al castello di suo padre in Galles. Lì incontra l’adorabile Gwen Conliffe, che accompagna a una festa organizzata, durante una notte di luna piena: Talbot viene morso da un lupo mentre cerca di salvare Jenny, l’amica di Gwen…
Il tema affascinante della licantropia è un cardine dell’orrore: già nel 1913, sotto la guida del nascente studio Universal, Henry MacRae diresse The Werewolf, un cortometraggio purtroppo scomparso. Il segreto del Tibet (The Werewolf of London, 1935), di Stuart Walker, rappresenta il vero ingresso del character nella vetrina de mostri. La pellicola fu inizialmente pensata per Bela Lugosi, che venne rimpiazzato da Henry Hull, divo di Broadway. L’attore si rifiutò di sottoporsi al pesante trucco da uomo lupo ideato da Jack Pierce (poi sfruttato nel film con Chaney) per ripiegare su una soluzione più leggera che ricordava le fattezze tradizionali del lupo.

L’uomo lupo (The Wolf Man, 1941), di George Waggner, con Lon Chaney jr – pur dalle qualità evidenti – è lontano dalla maestria che ha caratterizzato le altre pellicole della serie. In poco più di un’ora, Waggner ha l’arduo compito di introdurre un nuovo mostro nella serie “Universal Monsters”. Per farlo, non si preoccupa di una storia molto originale e dipinge un villaggio remoto, in cui le credenze e le superstizioni regnano sovrane. È in questo luogo che Larry Talbot, arrivato per diventare l’erede terriero del suo ricco padre, verrà morso da un lupo e vedrà il suo corpo trasformarsi gradualmente. Tutta questa architettura stereotipata è in definitiva solo un pretesto per creare un contesto ideale per l’aspetto della creatura, che presto apparirà sullo schermo.

La sceneggiatura di Curt Siodmak, nel complesso semplice, è quasi rivoluzionaria perché servirà da prototipo della mitologia del mostro. Si possono infatti notare due particolarità che verranno sempre attribuite nel corso delle produzioni future: la trasformazione in lupo mannaro di qualsiasi persona che sia stata morsa (caratteristica che sembra essere direttamente ereditata da Dracula), e la necessità di utilizzare il denaro (sotto forma di proiettile, lama o altro…) per far fuori la bestia.

A livello creativo, il lupo mannaro soffre di un trucco estremamente datato, largamente inferiore a quello di un Dracula o di un Frankenstein. Ma la caratterizzazione tragica di Chaney rimane nella memoria, nonostante che in nessun momento la “creatura” riesca a essere impressionante: tutta la scrittura del film ruota attorno all’aspetto del lupo mannaro senza riuscire a spaventare realmente. La parte che risulta più interessante è quella di Larry Talbot nella sua tragica vita di tutti i giorni, la cui trasformazione è fortemente allegorica, ispirata a “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”, basata su un malessere di fondo, su una certa animosità latente, che finisce per prevalere e si manifesta in modo completamente incontrollabile.

Il protagonista è coadiuvato dai grandi Bela Lugosi e Claude Rains, e la storia affascina per il tema del “doppio” e le implicazioni psicoanalitiche inerenti alle trasformazioni corporee. La scrittura è semplice, le scenografie paesaggistiche e la fotografia evocano echi leggendari: assistere al lupo mannaro vagare nei boschi, sotto un cielo di luna piena, fa sempre il suo effetto grazie a un’illuminazione ben gestita.
Convenzionale, goffo ma sincero e generoso nella trascrizione dell’universo in cui si identifica, L’uomo lupo è più vicino a La mummia (The Mummy, 1932), di Karl Freund, che ai titoli più forti della serie.
«Tutto il meglio dei mostri», avrebbe detto l’attore molto più tardi, che trascorse gli anni successivi a combattere contro l’omologazione di “Lon Chaney jr. uguale mostro”, ma vinse sempre la Universal.

Chaney lavora molto duramente su The Wolf Man, non solo sulla caratterizzazione, ma in termini di ciò che ha passato durante il trucco per rendere efficaci gli effetti speciali. Ci volevano cinque ore di make-up al giorno per trasformarlo nell’Uomo Lupo. E ancora più difficile da sopportare era il processo al rallentatore (slowmotion) con cui Talbot si trasformava nell’Uomo Lupo davanti agli occhi del pubblico. La trasformazione richiedeva pochi minuti sullo schermo, ma estenuanti ventiquattro ore per girarlo.
Ma tutto il duro lavoro, il suo atteggiamento perfezionista, diede i suoi frutti. Il film diventa incredibilmente popolare e Chaney si consolida come una delle star principali della Universal.

Tratto da CHANEYS – La storia straordinaria di due attori di Hollywood (WeirdBook)





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