Non è facile recensire questo libro della sociolinguista Vera Gheno (Grammamanti, Einaudi, 2024). Nonostante sia un libro di agile lettura e di non molte pagine (128), i temi discussi sono tantissimi. Da dove partiamo? Da quando, 3,2 milioni di anni fa, i nostri antenati, Australopitechi, si mettono a camminare ritti sui piedi? O dal momento in cui l’italiano è diventato una lingua veramente nazionale grazie alla televisione? Oppure ci focalizziamo sui concetti di lingua e anti-lingua, sul problema della parità di genere anche. a livello grammaticale (architetta, avvocata, prefetta…) sull’antitesi tra ipercorrettismo e lingua parlata? Sugli eccessi del nazionalismo e/o purismo linguistico che sostituirebbe volentieri “fine settimana” (calco semantico di weekend) col termine “intrèdima”?

Nel capitolo iniziale, “La specie che parla”, l’autrice ricorda che il passaggio dei proto-umani da quadrupedi a bipedi provocò una serie di cambiamenti a cascata fra i quali lo sviluppo della camera fonatoria, quell’organo estremamente complesso e delicato che abbiamo nel collo (in prossimità del pomo d’Adamo), tramite il quale realizziamo tutti i suoni che ci servono per comunicare verbalmente. Quindi, il dono della parola è, in ultima analisi, frutto di un cambiamento fisiologico dovuto all’evoluzione dei nostri antenati. Per non complicare le cose andando, sceglieremo alcuni temi chiave del libro, quelli più attuali e tipici della sociolinguistica, materia ancora difficilmente definibile, come precisa la stessa autrice. Lo Zingarelli 2024 recita alla voce sociolinguistica: “ramo della linguistica che studia i rapporti tra le condizioni sociali e gli usi linguistici dei parlanti”. La parola “sociolinguistica” è recente: la sua prima attestazione risale al 1968. Ma possiamo dire che molti scrittori, soprattutto del Novecento, hanno fatto involontariamente attività sociolinguistica quando studiavano gerghi e linguaggi per rendere lo stile dei loro romanzi più aderente alle condizioni sociali e culturali dei protagonisti: mi viene subito in mente il Pasolini di Ragazzi di vita.

E a proposito di gerghi e dialetti, partiamo subito con una distinzione fondamentale tra italiano come lingua codificata e imposta da un’élite, e unificazione linguistica, fenomeno molto più tardo che la Gheno fa risalire addirittura alla fine degli anni Sessanta del Novecento: “l’italiano, linguisticamente parlando, è appena adolescente, e di conseguenza anche noi siamo giovani utenti di questa lingua”. Contemporaneamente all’italiano come lingua condivisa a livello nazionale e trasversalmente alle classi sociali, si è diffusa, però, una anti-lingua caratterizzata dal terrore semantico, per riprendere la definizione di Italo Calvino che aveva affrontato questo tema (Il Giorno, 3 febbraio 1965, ora in Una pietra sopra, Mondadori). L’anti-lingua è quella tendenza a non usare termini diretti e tradizionali, ma circonlocuzioni o parole vaghe e imprecise: “dove trionfa l’antilingua -l’italiano di chi non sa dire «ho fatto» ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa” scrive Calvino. 

Attenzione, si può essere vittime dell’antilingua pur rispettando la correttezza grammaticale e sintattica. Oggi i soggetti più esposti al rischio anti-lingua sono nel mondo delle aziende e dell’economia (un tempo lo era la politica). L’anti-lingua uccide la bellezza della lingua italiana.

Sei la più bella del mondo (?)

Quante volte abbiamo sentito dire, o abbiamo pensato noi stessi, che l’italiano è la lingua più bella del mondo? Sembra essere un luogo comune dovuto a ragioni più affettive che reali. “L’italiano non è la lingua più bella del mondo, come non è la lingua con più parole. È una lingua indubbiamente ricca, pienamente sviluppata, che al momento si dimostra in grado di rispondere ai bisogni della comunità che la parla, ma il giudizio di bellezza assomiglia a quello delle madri che vedono la loro prole come la più bella del mondo: Ogni scarrafone è bell’a mamma soja vale anche in ambito linguistico. La lingua più bella è la lingua che amiamo, quella nella quale ci parlano i genitori, quella nella quale sogniamo, contiamo, immaginiamo il futuro, ricordiamo il passato”. Certo, ma sul fatto che non si possa stilare una graduatoria delle lingue più belle (le lingue hanno una loro estetica) intese nell’accezione eufonica dell’aggettivo, potremmo discutere molto a lungo. Un dato invece indiscutibile è il seguente: “La cosa molto strana è che l’italiano non è citato come lingua ufficiale dell’Italia nella nostra Costituzione (mentre il francese lo è in Francia). La scelta è probabilmente legata a motivazioni di cautela storica: quando venne scritta la Costituzione, l’Italia era da poco uscita dal fascismo, e si temeva che l’inserimento di un’indicazione di questo tipo potesse dare adito a nuove tendenze nazionaliste, che in quel momento era decisamente meglio evitare”. 

Proporre una legge per salvaguardare e valorizzare l’uso dell’italiano comminando sanzioni a chi ricorre a parole straniere per indicare prodotti tipici, attività commerciali e aree geografiche di denominazione italiana, come fa la proposta di legge di Fabio Rampelli (23 dicembre 2022) riflette, secondo l’autrice, un’istanza che riporta a un “malcelato desiderio di nazionalismo”. Quella della lingua può essere o generare anche una questione politica. Il purismo linguistico, se portato agli estremi di chi imponeva di usare “coda di gallo” o “bevanda arlecchina” al posto di cocktail o “casimiro” in luogo di cachemire non è meno biasimevole di chi infarcisce i comunicati e i discorsi di termini inglesi o pesanti circonlocuzioni tecnico-burocratiche. Senza poi contare che anche oggi sinonimi come “mescita” e “bar” o “garage” e “autorimessa” convivono tranquillamente.

Rientra, invece, più nel vezzo, nello snobismo linguistico, che in un “malcelato nazionalismo” la tendenza di alcuni eruditi neopuristi, a sostituire, per esempio, fine settimana,  calco semantico dell’inglese week end, con neologismi e/o arcaismi quali “Intrèdima”, parola promossa da un accademico della Crusca, Arrigo Castellani (1920-2004) e composta da èdima (settimana, dal greco hebdomàs) mentre intra (che si fonde con èdima per originare intrèdima) indica il periodo tra due settimane lavorative. Un’invenzione cervellotica. È un aneddoto raccontato da Vero Gheno che rimanda alla sua esperienza ventennale all’Accademia della Crusca. È chiaro che un termine così non può affermarsi al di fuori di una ristrettissima cerchia di parlanti. Insomma, anche in questo caso, in medio stat virtus
Ma arcaismo e purismo (le due tendenze spesso collimano) sono ricorrenti nella storia: persino la letteratura latina annovera periodicamente i cultori dell’antica lingua patria, pensiamo agli eruditi Frontone e Gellio nell’età degli imperatori Antonini. 

Aulo Gellio scrive le Noctes Atticae

Grammarnazi versus grammamante

Parente neanche troppo lontana di questa tendenza nostalgica verso l’arcaismo o una sorta di età dell’oro nella quale tutti i cittadini parlavano una lingua corretta con i congiuntivi al loro posto, e senza dire «in Bicocca» invece che «alla Bicocca», e soprattutto senza usare «piuttosto che» in senso disgiuntivo, è l’ipercorrettivismo linguistico-grammaticale, atteggiamento tipico del “grammarnazi” che per la Gheno è l’opposto del “grammamante”. Ora, è chiaro che la grammatica è sacrosanta, almeno nell’italiano scritto, ma le cose a volte stanno in termini molto più complessi. Molte persone dicono “macchina da scrivere” pur sapendo che si dovrebbe dire “macchina per scrivere”, ma la prima espressione, per quanto meno corretta, suona ormai più naturale. L’uso diffuso e frequente di un’espressione spesso vince sulla sua irregolarità grammaticale. È quello che sostenevano i paladini dell’anomalia (Cesare era uno di loro) contro gli alfieri dell’analogia.

Mi viene in mente un ricordo personale: una discussione in redazione (sto parlando di 30 anni fa e passa), con un collega secondo il quale la corretta grafia è “qual è” senza apostrofo, mentre io avevo scritto, avevo ‘osato’ scrivere, “qual’è” con l’apostrofo. Chi aveva ragione? Secondo la grammatica, il collega; in realtà, entrambi avevamo ragione. Io partivo da presupposti di nobile lignaggio: grandi scrittori e intellettuali dell’Otto e Novecento hanno scritto e usavano scrivere “qual’è” (nelle opere di Giovanni Papini questa grafia compare regolarmente) e ancora molte persone tendono oggi a pensare “quale è” e non “qual è”. Tant’è vero che anche nel gioco in prima serata “L’intesa vincente” (Rai Uno) non pochi concorrenti dicono “qual’è” pensando che sia una sola parola, e vengono regolarmente penalizzati dal conduttore che giustamente applica le regole della grammatica: nell’espressione “Qual è” manca l’apostrofo perché “qual” è troncamento, cioè “l’aggettivo e pronome ‘quale’ davanti a parola che cominci con vocale subisce il troncamento e non l’elisione, e perciò non ammette apostrofo” (Devoto-Oli, Le Monnier).

Giovanni Papini

“La questione del ‘qual è’ oggetto di una lunghissima discussione, in cui entrambi gli schieramenti hanno le loro ragioni -commenta Vera Gheno-. Non entro nel merito, se non per osservare che al momento ‘qual’è’ è oggetto di grande stigma sociale (più che linguistico); e che se anche usato volontariamente, rifacendosi alla tradizione pirandelliana, giusto per fare un solo nome, richiede sempre delle spiegazioni aggiuntive per non passare da ignoranti. Per questo motivo, io raccomando, a chi non vuole problemi, di scrivere qual è senza apostrofo. O di prepararsi a giustificare l’apostrofo a non finire”.

Vera Gheno accenna anche alla sua autobiografia in uno dei capitolo più interessanti del libro. La Gheno nasce da padre italiano e madre ungherese. Il padre, Danilo, alla facoltà di Lingue a Padova sceglie di studiare il russo come prima lingua e l’ungherese come seconda. Nel 1972 sposa a Budapest una ragazza, Katalin, di cui si era innamorato all’Università di Szeged, dove Katalin aveva deciso di studiare l’italiano, e lui si era trasferito come lettore di italiano. Nel 1975, a Gyöngyös, città dell’Ungheria dove si erano trasferiti i nonni materni, nasce l’autrice di questo libro, Vera Gheno. L’ungherese è una lingua ugro-finnica, un ceppo autonomo rispetto alle lingue indoeuropee, e una delle sue caratteristiche è quella di essere una lingua genderless cioè priva di genere (maschile, femminile o neutro). Per il resto, una lingua complicata, fortemente agglutinante, come d’altronde il finnico, altra lingua che la Gheno ha studiato. L’autrice è tecnicamente madrelingua ungherese, ma parla altre lingue, le principali sono l’italiano e l’inglese. La conoscenza di più idiomi è uno dei 9 precetti del grammamante: “più lingue conosci, più grande sarà la tua ricchezza espressiva. Non esistono lingue di serie A o di serie B, non sono secondari nemmeno i dialetti, soprattutto vin Italia. Celebra la diversità linguistica”. Sottoscrivo pienamente. 


Vera Gheno, Potere alle parole, Einaudi, 2019
Vera Gheno, femminili singolari (il femminismo nelle parole), effequ, 2009.

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