In una cittadina di provincia, si decide di celebrare con una festa in suo onore il vecchio capo dei pompieri, da poco a riposo. La festa da ballo non può più essere ritardata, perché il vecchio ottantaseienne è malato di cancro. Nelle intenzioni, dovrà essere un grande appuntamento, culminante nella consegna di un’ascia dorata in dono. I preparativi sono frenetici e non vogliono lasciare nulla al caso: il salone viene attrezzato con tutto quanto necessario per divertire gli ospiti e vengono previste una lotteria e l’elezione di una miss, che dovrà essere scelta tra le giovani presenti. Niente però va come dovrebbe: le ragazze si dimostrano reticenti a sfilare e si rifugiano nelle toilettes, i premi della riffa vengono rubati un po’ per volta e, nel frattempo, una casa brucia senza che i pompieri riescano a intervenire in tempo per domare l’incendio. Per risarcirlo in qualche modo, il proprietario della casa viene condotto alla festa ma la colletta organizzata in suo soccorso raccoglie solo i biglietti della lotteria, ormai inutili perché quasi tutti i premi sono scomparsi. Il capo dei pompieri non si perde però d’animo e propone di spegnere la luce, per consentire a chi ha rubato di restituire i beni. Lo stratagemma ottiene come unico risultato la scomparsa anche dei pochi oggetti rimasti. Il secondo appello ha più fortuna ma il vigile del fuoco sorpreso mentre ripone sul tavolo la testa di un porcellino sviene per la vergogna. Si decide di passare oltre e consegnare finalmente il riconoscimento al vecchio festeggiato ma, all’apertura della custodia, anche l’ascia risulta rubata! Il film si chiude con un pompiere e il proprietario della casa bruciata che si accingono a passare la notte sotto la neve dormendo insieme accanto alle macerie… 

L’idea di Hoří, má panenko (letteralmente, Fuoco, ragazza mia; per comodità useremo la traduzione del titolo francese Al fuoco, pompieri!) nasce quasi per caso. Forman e Papoušek si trovano in montagna quando vengono a conoscenza di un ballo organizzato dal locale corpo dei vigili del fuoco: incuriositi, i due si recano ad assistere alla festa con tanto di lotteria e concorso di bellezza per le giovani e, da quel momento, sono talmente conquistati da gettarsi a capofitto nel progetto. Il film è il risultato di una travagliata co-produzione italiana, perché ormai, grazie ai successi nei festival degli anni precedenti, Forman era famoso, e così di lui si interessavano anche all’estero. Ma Carlo Ponti, che già durante la lavorazione si era scontrato con il rifiuto del regista di inserire scene di nudo (Forman era fin troppo consapevole di non dover offrire il fianco alla censura comunista!), si mostrò insoddisfatto del risultato finale e decise di risolvere unilateralmente il contratto, con la scusa dell’eccessiva brevità della pellicola.

Privo del sostegno del produttore, Forman deve fronteggiare anche gli attacchi della nomenklatura del suo paese, Presidente Novotny in testa. “Non avevo in mente di fare un’allegoria politica – non mi piace nei film – però purtroppo nel furto alla lotteria i primi protagonisti del regime comunista hanno riconosciuto loro stessi” dichiarerà il regista. Per ricucire con Ponti, Forman, con gli amici e collaboratori Passer e Papoušek, si reca a Roma, senza tuttavia riuscire nel suo intento. In un ultimo tentativo disperato, Forman parla del suo problema al produttore e regista Claude Berri, che si mostra interessato. Viene organizzata in tutta fretta una proiezione privata per Berri, Truffaut e i fratelli Siritsky, distributori. L’affare va in porto e il film ottiene il via libera anche in patria (in ogni caso solo al termine del consueto processo di vidimazione da parte della censura: il film riuscì ad arrivare nelle sale cecoslovacche sola- mente a inizio del 1968, beneficiando del processo di liberalizzazione politica della Primavera di Praga). 

Nel passato un film come Al fuoco, pompieri! sarebbe stato semplicemente vietato. Ma in quel periodo speciale della Primavera di Praga anche i capi dei comunisti stavano perdendo il senso di sicurezza e quindi dissimulavano le azioni impopolari dietro dei raggiri. Per esempio organizzavano le proiezioni di un film che in realtà volevano vietare scegliendosi il pubblico e pagando dei provocatori che dovevano ad esempio gridare che il film offendeva la classe lavoratrice per poi poter ritirare il film dalla distribuzione sostenendo che “il popolo non gradisce”. Alla sua uscita, la critica si divise e si scrisse che la pellicola fu ben accolta in patria ma suscitò una certa perplessità internazionale. Una semplificazione un po’ troppo manichea perché Al fuoco, pompieri! otterrà anche fuori dai confini un importante riscontro con la nomination all’Oscar come miglior film straniero (la sospensione del Festival di Cannes a causa delle proteste studentesche impedisce di conoscere le chance di vittoria del Palmares…) e anche la tesi della buona accoglienza in patria in realtà andrebbe sfumata, perché non mancarono le proteste contro il film, colpevole di mettere alla berlina troppo esplicitamente l’imperante incompetenza e disorganizzazione del Paese. 

Il motivo è presto detto. Forman si spinge ben al di là dei confini tracciati con le due opere precedenti: la scena manca di un protagonista vero e proprio, mantenendo un tono corale caratterizzato dalla totale anonimità dei personaggi. La narrazione presenta una satira puntuta di una società in disfacimento che spinse Antonin Liehm, il più importante critico cinematografico di quegli anni del Paese, ad accostare il regista a Gogol’ oltre che al solito Hašek. Il film raffigura sullo schermo l’urgente necessità del popolo cecoslovacco di voltare pagina, scrollandosi di dosso una classe dirigente inetta e incapace. Perfino episodi apparentemente insignificanti dimostrano come fosse giunto a maturazione nelle coscienze quel bisogno collettivo di cambiamento che porterà i carri armati del Patto di Varsavia in piazza San Venceslao a stroncare ogni slancio riformatore. 

In definitiva, Al fuoco, pompieri! è un film molto intelligente, che descrive una situazione di “paradossale normalità” mettendo in risalto la corruzione totale della società. E la critica di Forman è tanto più penetrante quanto più riferita a una situazione banale come può essere una festa di provincia. Il personaggio del pompiere onesto viene rimproverato dalla moglie – sorpresa a sottrarre la testa di maiale dai premi della lotteria che avrebbe dovuto sorvegliare – perché “qui tutti rubano e tu stai a guardare!” e viene apostrofato con tono sprezzante dalla consorte come “vecchio idiota onesto”: un rovesciamento della prospettiva che ha il suo compimento quando l’uomo, sicuramente nella sua ingenuità il personaggio più positivo del film, viene sorpreso a restituire la refurtiva e per questo scambiato per il ladro. Ma sono molte altre le “spie” di questo ribaltamento che Forman si diverte ad animare: i vigili del fuoco incaricati dell’allestimento della sala litigano tra loro ottenendo come unico risultato quello di bruciare i festoni, l’unica ragazza che sembra ansiosa di partecipare al concorso di bellezza è la cicciotta e impacciata Razena incoraggiata dal tifo dei genitori… e così via fino allo zenit narrativo raggiunto dall’incendio della casa e dalla sussiegosa consegna del regalo (nel frattempo rubato) al vecchio capo. 

Questo realistico “grigiore” viene accentuato dalle scelte cromatiche di Forman e di Ondříček, per la prima volta alle prese con un film a colori: tutti gli attori, comprese le comparse, hanno dovuto attingere al proprio guardaroba per individuare vestiti visivamente adatti all’impressione della pellicola. Toni smorzati e nessuna carica sovversiva ma “una critica sociale che non è passata attraverso messaggi rivoluzionari, vicende di ribellioni forti ed estreme come quella di Žert (Lo Scherzo) di Kundera, o la radicale messa in dubbio dei principi del socialismo quale si poteva trovare in Sekyra (La scure) di Vaculík”.

Eppure l’arrivo dell’esercito del Patto di Varsavia a reprimere le riforme della “primavera di Praga” avrà – tra gli altri effetti – quello di interrompere la programmazione del film nelle sale. I bislacchi pompieri di Forman, pasticcioni e umanissimi, non possono nemmeno provare a spegnere le fiamme che incendiano le strade: “il suo odio patologico per la gente semplice – scrive la “Komsomolskaja Pravda” del 27 dicembre 1968 – non è misantropia: lungi da ciò. La sua rabbia non è generica: ha un bersaglio preciso… Non fustiga la gente di città, i notabili della provincia ingordi e rapaci. L’obiettivo della sua cinepresa è diretto sulla classe operaia cecoslovacca che egli mostra unicamente come un insieme di personaggi odiosi, ottusi ed insaziabili”. Solo una manciata di giorni passeranno da questo giudizio sull’opera di Forman espresso dall’organo ufficiale della gioventù sovietica e la morte di Jan Palach,, che diventerà l’immagine della protesta contro la dittatura. Il mondo non potrà che assistere inerme al sacrificio dello studente: ancora una volta, la Cecoslovacchia dovrà fare i conti con la tragicità della storia. Ben consapevole della situazione, Forman era già migrato altrove alla ricerca di nuove opportunità. 

Autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending