Se è vero che un libro non andrebbe giudicato dalla copertina, è altresì vero che i dogmi letterari andrebbero respinti con la medesima veemenza dedicata alle zanzare che ci infastidiscono durante le serate estive. E se, in questo caso, non possiamo ricorrere a citronella o unguenti miracolosi, il prodotto migliore si rivela la capacità del nostro cervello di mettere in dubbio i pensieri più consolidati. È un comprovato dato di fatto che se, nel momento in cui pensiamo a tutti i libri che ci restano da leggere, abbiamo la certezza che saremo ancora felici, è altresì vero che, considerata la vita media del genere umano e il tempo da dedicare alla pagina scritta, operare una selezione è d’uopo. Ho sempre vagabondato nel mondo letterario guidata dalla convinzione che la fantascienza non appartenesse alla mia area di interesse o, almeno, un certo tipo di fantascienza; quella che ha la colpa di spingersi troppo oltre e di non stabilire alcun nesso con la nostra quotidianità. Guerre stellari, per intenderci.

Ma se il povero George Lucas non aveva colpe, per alcuni anni non è andata meglio a quel gigante letterario che risponde al nome di Murakami, prolifico autore nipponico dalla scrittura dotata di una consistenza simile a quella del mondo occidentale, da cui ero rimasta colpita per la spontaneità nell’unire immediatezza visiva, profondità psicologica e, dote assai rara da trovare nella Babele letteraria, l’arte di farsi ricordare. Il libro in questione era Norwegian Wood e la trama aveva il privilegio di svilupparsi nel mondo reale. Per lo meno, quello che io ho sempre avuto la presunzione di definire tale finché non ho deliberatamente scelto di seguire il consiglio della mia genitrice, ossimorico esempio di lettrice onnivora e selettiva che, dopo un numero imprecisato di tentativi, è riuscita a convincermi a leggere 1Q84, asserendo che non si trattava di QUEL tipo di fantascienza. Me la immagino, quest’ultima, a fare tappezzeria in un angolo, cercando umilmente di persuadermi che lei è quella diversa, colei che può realmente fare la differenza. Così, complice forse una tendenza a tifare per gli indiani, lo studio matto e disperatissimo che sto dedicando alla cultura giapponese, la fiducia nei confronti dell’autore e la caparbietà tipica del capricorno nel voler affrontare i tomi con piglio battagliero, ho deciso di sfidarlo. E, al contempo, di sfidare me stessa. 

Tornando alla realtà di cui sopra, la vicenda è apparentemente semplice ma intricata. Le vite di Aomame e Tengo sono inevitabilmente destinate a viaggiare su binari paralleli, come parallelo è il mondo varcato dalla giovane assassina in minigonna e tacchi a spillo, in una giornata del 1984. Alla base dei suoi omicidi c’è qualcosa di molto potente da vendicare. Alla base dell’attività di ghostwriter Tengo c’è una narrazione, quella da lui riscritta, che diventa sempre più reale, inglobando entrambi. Due mondi che corrono l’uno accanto all’altro, si sfiorano, si accarezzano, si incastrano. Due storie (un romanzo e una vita vera) che diventano inestricabili, chiudendosi l’una nell’altra come un abbraccio o, per restare in tema, un bozzolo. Nel frattempo, le vite dei protagonisti devono fare i conti con personaggi che, alla stregua di ventriloqui, muovono le pedine del gioco in cui sono precipitati: Fukaeri, conturbante fanciulla che, con la pubblicazione del suo romanzo, innesca una spirale di eventi destinati a trascinare il lettore in un vortice tale da concedergli costantemente dei punti di riferimento, pur lasciandolo stordito. Ushikawa Toshiharu, investigatore privato, dipinto dall’autore con pennellate ripugnanti che ce lo rendono talmente visibile da prendere noi stessi le distanze. Tanto Fukaeri è leggera e soave quanto questo ex avvocato è una presenza ingombrante nei suoi gesti e nella sua fisicità. Ogata Shizue, ricca signora elegante e sofisticata, che abita la Villa dei Salici e che sviluppa nei confronti di Aomame un affetto puro e sincero. I Little People, enigmatici esseri onnipresenti tra le pagine, pazienti nel concedere al lettore il tempo di immaginare il loro ruolo, mentre gli Umpa Lumpa si riaffacciano al balcone della sua memoria. Menzione d’onore al padre di Tengo. Tra i capitoli più potenti del romanzo, capaci di smuovere un materiale emotivo che fa i conti con la vecchiaia, il senso di colpa e l’ineluttabilità della morte che incombe. 

Ray Bradbury

Murakami plasma un universo che non è mai stato così reale. Scendiamo le scale della superstrada convinti di trovarci in un mondo altro, salvo poi scoprire che non potrebbe essere più nostro di così. Non si tratta unicamente della precisione con cui l’autore delinea Aomame, Tengo e gli altri personaggi, quanto del suo farceli percepire come quelli che potrebbero essere i nostri vicini di casa. Non solo loro, ma anche gli appartamenti in cui vivono, i luoghi che frequentano, la qualità dei pensieri e la profondità delle conversazioni risultano assolutamente tangibili e riconoscibili nella nostra quotidianità. Serial killer o ghostwriter che usano identità altrui per scoprire la propria, non fa la differenza. L’entità della loro esistenza, del loro stare e muoversi nel proprio mondo li rende perfetti cittadini anche del nostro. Al punto che, al termine di oltre mille pagine divorate in due settimane esatte di sollazzo estivo, non avrei potuto sentirmi più orfana. Guidata da una lanterna dai vetri opachi io, novella Diogene, scorrevo le copertine passando oltre e riducendo quel titolo netto e preciso a uno scontato non fa per me.

Ma qual è davvero il nostro mondo? Sono innumerevoli gli autori che hanno riflettuto su questo salto temporale che ci porta irrimediabilmente a fare i conti con la dicotomia tra la realtà e la percezione che noi abbiamo di essa. Fuoriclasse assoluto in una simile categoria è Nolan con i suoi innumerevoli piani temporali. Per spiegare Interstellar alcuni erano addirittura ricorsi ad una, effettivamente efficace, rappresentazione grafica. Stile mappa concettuale, per intenderci. Ma prima di lui ci aveva pensato Lewis Carroll, ad esempio, e in tempi più recenti l’ha fatto Stephen King scandendo però, in modo netto, la differenza tra ora e allora. Ricorre sempre tuttavia, l’iconografia della porta, del passaggio, del muro, di quel limite che divide e che corrisponde, neanche farlo apposta, a un elemento tipico della nostra quotidianità. Ecco allora che un ipotetico mondo altro non deve necessariamente essere lontano da noi. Me la vedo, la povera fantascienza, ancora in un angolo alla festa, mentre solleva lievemente il capo, in un impeto di orgoglio. D’altronde, il grande passo avanti era stato compiuto da due nomi capaci di profetizzare il futuro partendo da un futuro che non aveva appigli nel nostro presente. Quella è stata la vera rivoluzione: George Orwell con 1984 e Ray Bradbury con Fahrenheit 451

George Orwell

Tornando, invece, a un gigante della cinematografia, la madre di Norman Bates non era celata, in condizioni tutt’altro che piacevoli, dietro una porta? E cosa c’era di più reale per il protagonista di Psycho di un mondo che si era egli stesso costruito nella propria mente? Osservandoli bene, in effetti, questi personaggi – eccezion fatta per alcune trovate di Carroll- erano quantomai reali, contraddistinti da assonanze con la nostra quotidianità. La bipartizione par excellence tra due universi che sembrano rispondere a regole diverse è stata, infine, resa in modo emblematico anche da Jonathan Glazer nella Zona di interesse. Un’opera potente in cui suoni e odori di due mondi troppo dissimili per non essere anche omogenei, fluttuavano attraverso un muro, diventando una parte insopportabilmente rumorosa della realtà dei protagonisti. Ma di quale realtà stiamo parlando? Murakami è riuscito a chiudere un gap che Aomame ha voluto aprire, utilizzando soltanto uno scivolo. Chi di noi non ne ha uno nei pressi di casa? Un riferimento semplice, identificabile chiaramente se ci guardassimo attorno con più attenzione. Non è tipicamente reale, questo? La grandezza dell’autore risiede anche, e soprattutto, nella sua abilità nel condurci a desiderare di salirci sopra per osservare la luna che, guarda caso, mi risulta essere un satellite la cui esistenza è scientificamente provata. Più reale di così.  

Rifletto sovente sul perché l’aver terminato questo romanzo mi provochi, a distanza di mesi, un groppo allo stomaco. Probabilmente perché spero anche io di vedere due lune e di trovarmi, ironia della sorte, dall’altra parte del cancello? O perché la chiave di lettura della profondità psicologica dei personaggi e della realtà che ci circonda offerta dall’autore ha saputo scardinare la più radicata delle certezze? 1Q84 è un romanzo che ci scivola tra le dita e, pur non vedendo l’ora di proseguire, vorremmo essere in grado di fermare quel tempo. Un “ancora un po’” che si autogenera, pagina dopo pagina, in un intreccio architettato con meticolosa precisione. Mi piace immaginare Murakami con un quaderno davanti, intento a far combaciare tutti i tasselli di un puzzle che, nella mia realtà, avrebbe richiesto una concentrazione e un focus tali da riuscire a scatenare la più acuta delle emicranie. E proprio quando pensiamo di poter definitivamente trarre godimento – e un respiro di sollievo per il lavoro dell’autore – osservando il panorama finale, stanchi per un viaggio oltre il qui e ora, ci accorgiamo che, esattamente come Alice, non siamo più certi di cosa sia reale e cosa no. Era necessaria una tigre a ricordarcelo? Forse, ma nel dubbio, nei pressi delle nostre abitazioni c’è sicuramente uno scivolo su cui salire per controllare com’è la situazione lassù.

Autore

Una risposta a “Murakami e l’arte di scivolare nel reale”

  1. “Nella trama intricata dei simboli, la realtà si intreccia con la fantascienza creando un affascinante vortice quantico di molteplici realtà. La trottola, l’orologio, la slitta, l’osso e lo scivolo diventano portali dimensionali che ci conducono verso territori inesplorati, dove le leggi della fisica ordinaria si piegano di fronte a nuove possibilità. Questi simboli diventano le chiavi d’accesso a mondi paralleli, mentre ci spingono a sfidare i confini del nostro universo conosciuto. Esplorando le profondità dei molteplici piani della realtà, ci immergiamo in un mare di incertezza e scoperta, dove l’unica costante è la trasformazione continua. Attraverso questo viaggio quantico, impariamo a sintonizzarci con le vibrazioni dell’ignoto e ad abbracciare le infinite potenzialità che risiedono dentro di noi, aperti alla magia di un cosmo che danza al ritmo della nostra coscienza.”

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