Il 24 febbraio 2023, il Telegraph pubblica un articolo dal titolo The rewriting of Roald Dahl, in cui vengono riportate le innumerevoli modifiche apportate ai testi dello straordinario scrittore per l’infanzia, da parte della Puffin Editions in accordo con la Roald Dahl Story Company (RDSC). La motivazione si rifà alla necessità di adattare gergo e contenuti della sua produzione letteraria ad un giovane pubblico contemporaneo, allorché i suoi libri furono pubblicati tra gli anni Sessanta e il 1990, anno della sua morte. 

A questa notizia, istintivamente, il primo pensiero che ha fatto capolino nella mia mente è stato immaginare come Roald Dahl l’avrebbe raccontata, se fosse stata contenuta in una delle sue storie. 

Gli eredi del grande autore non sapevano scrivere niente di buono; pertanto, non potevano permettersi di sopravvivere grazie alla loro stessa scrittura. Decisero dunque di continuare a vendere quella del nonno, accettando in questo ogni sorta di compromesso.

Un’esternazione del genere, vera o falsa, è politicamente scorretta. Per questo ho immaginato che l’autore inglese l’avrebbe inserita. Ugualmente, ho rievocato lo spasso che la lettura dei suoi libri mi suscitava quando cominciai a leggerlo, prima, e divorarlo, poi, intorno all’età di sette anni, e ho provato un fortissimo disagio all’idea che la sua vis subisse qualsivoglia modifica. Nel dettaglio, la Puffin ha emendato -eliminato, sostituito, integrato- i termini che afferivano al dominio di quella che oggi definiremmo ‘equality’, vale a dire i riferimenti a razza, genere, aspetto fisico -limitatamente alla categoria del sovrappeso…- e salute mentale. Nelle gustosissime trame di Dahl, non ci sono più bambini grassi e viziati, adulti buffamente pazzi o persone dalle fattezze informi. Ora questi sono diventati qualcosa di meno vistoso e più adatto ‘a un pubblico sensibile’. Non sono pazzi ma ‘fuori di sé’, non sono ‘grassi’ ma ‘enormi’, e così via. Ancora, l’accetta della cancel culture non si è limitata alle terminologie, ma si è estesa ad interi concetti. Ne Le Streghe, ‘Even if she is working as a cashier in a supermarket or typing letters for a businessman’ è diventato ‘Even if she is working as a top scientist or running a business.’ Altrove, ‘mothers and fathers’ sono sostituiti da ‘parents’, là dove ‘parents’ è sostituito da ‘family’, eccetera.

Ora, l’esigenza di trasmutare una cassiera in una scienziata di fama mondiale all’interno di un libro di un autore nato nel 1916 è tanto surreale quanto lo è pensare che egli (o chiunque altro) abbia incontrato più spesso Rita Levi Montalcini che una persona di genere femminile che lavora dentro a un supermercato. O che, soprattutto, egli abbia avuto modo nel corso della sua vita di riflettere a fondo circa l’opportunità di inserire quote rosa nelle comparse delle sue narrazioni. Possiamo discutere sul fatto che il delitto d’onore, in Italia, sia stato abolito nel 1981, ma non abbiamo il diritto di emendarlo dai libri di narrativa che ne fanno menzione ‘come se fosse normale’; pena: non avere la possibilità di conoscere criticamente il tempo presente.

Alcuni tra i più celebri libri di Dahl editi da Puffin

Fortunatamente, il pressocché unanime scandalo suscitato nel mondo letterario e non dalle scelte della Puffin, ha costretto la casa editrice a una parziale ritrattazione del suo operato, risolvendosi infine per pubblicare i testi per l’infanzia del grande scrittore in due versioni: una fedele all’originale e una rivisitata, affinché ai lettori eventualmente in sovrappeso restasse la possibilità di non incorrere nella frase ‘going on a diet’ (rimosso e non sostituito) o i particolarmente sensibili nella parola ‘suicidio’, ma eventualmente ‘disastro’. [La lista completa di tutte le modifiche per opera è disponibile sul sito del Telegraph].

Ancora, la casa editrice si è parzialmente difesa alludendo al fatto che l’autore stesso, in vita, avesse modificato alcuni suoi testi per adattarli al presente. Si cita, ad esempio, la sostituzione dei Pigmei africani in immaginari ‘umpa lumpa’ ne La fabbrica di cioccolato. Ricordiamo, a tal riguardo, che le ultime colonie britanniche sono state liberate (almeno formalmente) giusto pochi decenni fa e che, per la maggior parte degli anni in vita dell’autore, l’Impero resisteva in pressoché tutti i continenti del globo. Questo genere di modifiche autoriali è altresì una testimonianza preziosa della relazione biunivoca che ogni produzione letteraria intreccia col proprio contesto storico, e come tale deve essere accolta e riconosciuta. L’appiattimento ottuso di termini e concetti al servizio di una presunta ‘rispettabilità di tutti’ è a sua volta un inganno di questo tempo. In altri termini: per agire politicamente è necessario farlo ‘nel mondo’ e non nel suo ‘specchio morale’ quale può esserne la letteratura. Non solo, l’analisi critica di un testo la cui scrittura è, storicamente, chiusa, non può funzionare se basato sul prescrittivismo contemporaneo.

Infine, se anche solo di pedagogia del libro si vuole parlare, non si può non notare come, almeno nel repertorio classico e per molte aree geografiche, la tradizione delle favole sia tendenzialmente cruda, ove non crudele. Tremende torture e supplizi, ingiustizie straordinarie, tradimenti e spargimenti di sangue sono all’ordine del giorno. Ora, non è obiettivo del presente articolo interrogarsi sulla natura socio-pedagogica della fiaba classica, e pure è vero che anche questa è stata ampiamente censurata nel presente mainstream -si vedano, tra gli altri, gli adattamenti edulcorati della Walt Disney (pur quando capolavori indiscutibili). Tuttavia, è bene che, pur nella polifonia e relatività dei riadattamenti di opere per l’infanzia al tempo presente, il senso storico e culturale dei lavori originali sia presidiato e tramandato. Diversamente, si tradisce sia la letteratura che l’infanzia, nei confronti della quale si sta optando per un paternalismo acritico. 

In tutto questo, quando la notizia del Telegraph faceva capolino sui medium di informazione, mi sono interrogata su cosa potesse essere capitato alla mia opera preferita di Dahl, vale a dire Boy.

An autobiography is a book a person writes about his own life and it is usually full of all sorts of boring details. This is not an autobiography. I would never write a history of myself. On the other hand, throughout my young days […] a number of things happened to me that I have never forgotten. None of these things is important, but each of them made such a tremendous impression on me […]. Some are funny. Some are painful. Some are unpleasant. I suppose that is why I have always remembered them so vividly. All are true.

Ecco l’incipit di un gioiello della narrativa per ragazzi. Ironico, irriverente, sincero, irresistibile.

Con mio grandissimo stupore, nonostante nell’opera siano presenti collegi denominati ‘manicomi’, vecchie e luride megere, ‘padri’ e ‘madri’, nonché l’Arcivescovo di Canterbury ne risulti come un gelido e sadico picchiatore di bambini, il romanzo non ha subito modifiche. Mi sono interrogata sul perché questo sia accaduto, non trovandone francamente riscontro se non, forse, il fatto che l’opera risulti tra le meno famose in circolazione. Che sia una faccenda orientata dal mercato oppure no: il mio ragazzo salvo!

E dunque, cari lettori, potrete optare per una sola versione del romanzo, quella originale, e seguire il piccolo Roald tra i fiordi della Norvegia a infilare cacca di capra nella pipa del fidanzato della sorella, a farsi strappare le tonsille senza anestesia, a scrivere lettere buffe e sgrammaticate alla sua adorata madre, a farsi frustare da direttori di orripilanti collegi e infilare topi morti nelle scatole di dolciumi di venditrici brutte e avare. Il tutto con fiducia: così intelligentemente, sagacemente, stupendamente firmato: ‘boy’.

Immagine che contiene calligrafia, inchiostro, disegno, schizzo

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