È Jean-Jacques Rousseau a confessare che il suo inchiostro erano le acque squallide del Flegetonte. Lo ricorda anche Edward Dahlberg nel primo capitolo della sua strana autobiografia. Fra i tanti scrittori originali, ma dimenticati, spicca senza dubbio, nell’ambito della letteratura americana del XX secolo, questo autore nato nel 1900 a Boston, la città natale di Edgar Allan Poe. Scoprii Edward Dahlberg acquistando una copia del romanzo Le acque del Flegetonte (titolo originale: The confessions of E.D.) su una bancarella di libri usati. Leggendolo rimasi all’inizio un po’ sconcertato, disorientato: la prosa di Dahlberg suona ben diversa da quella degli autori americani cui ero abituato, come Ernest Hemingway e John Dos Passos o William Faulkner, ma anche più barocca ed erudita dei pur versatili Saul Bellow e Isaac B. Singer.

La scrittura di Dahlberg è un torrente che mescola citazioni, espressioni ricercate e poetiche (come “il fluttuante mantello pelagico di Dio” per indicare le onde del mare) a luoghi e situazioni anche comuni e triviali. Uno stile che Pietro Citati ha ben riassunto così: «Dahlberg disegna piccoli miti, incide sentenze aguzze, acri iridescenti. E il suo libro, così congestionato di materiali, diventa una bizzarra, fantasiosa “olla podrida”, dove la luce sensuale dell’immagine poetica. I furori retorici, lo stridore delle punte satiriche, la precisione della massima si confondono. Così da stupirci e incantarci ad ogni riga». E aggiunge Claudio Goblier: «Dahlberg è sorretto da un linguaggio straordinariamente pregnante, spesso epigrammatico, nervoso e persino visionario, nel quale confluisce il ricco apporto ebraico e yiddish assorbito sin dall’infanzia. Grazie ad esso prendono corpo vigorosamente personaggi di derelitti e di lestofanti, di avventurieri e di innocenti, ma in primo luogo di Lizzie, uno dei più persuasivi ritratti di donna che ci sia stato dato di incontrare da molti anni a questa parte nelle pagine di un libro». Dahlberg è accomunabile per situazioni personaggi e stile a scrittori come Henry Miller e Isaac Bashevis Singer, rispetto ai quali si situa, però, su un livello molto meno comparabile in termini di talento narrativo. 

Ecco un profilo molto sintetico, ma ben fatto, di Edward Dahlberg nell’enciclopedia Treccani: “Scrittore statunitense (Boston 1900 – Santa Barbara, California, 1977). Affermatosi negli anni Trenta in seguito alla pubblicazione del romanzo Bottom dogs (1929; trad. it. Vita da cani, 1967), ha elaborato uno stile elegante e personalissimo, ricco di riferimenti colti, divagazioni erudite e allegorie. L’ossessivo autobiografismo, l’esposizione cruda dei fatti narrati e, insieme, la sublimazione della realtà nella meditazione e nel mito sono le caratteristiche principali della sua opera, che si situa originariamente tra narrativa e saggistica: From flushing to Calvary (1932); Do these bones live (1941); The flea of Sodom (1950); The sorrows of Priapus (1957); Because I was flesh (1964; trad. it. Mia madre Lizzie, 1966, nuova ed. Poiché ero carne, 1988); The confessions of E. D. (1971; trad. it. Le acque del Flegetonte, 1972)”.

Quando nel 1963 Edward Dahlberg pubblicò la sua rovente autobiografia, Because I was Flesh (tradotta in Italia da Einaudi col titolo di Mia madre Lizzie; e riproposta nel 1988 da Adelphi con il titolo Perché ero carne), la critica americana fu concorde nel rivalutare, sia pur tardivamente, questo scrittore decisamente originale, e giudicò il libro uno dei pochi autentici avvenimenti culturali del dopoguerra. Edward Dahlberg è stato un irriducibile eccentrico della letteratura. Fin dalla sua giovinezza in America, trascorsa fra vagabondaggi e il meglio della letteratura di quegli anni, aveva qualcosa di selvaggio rispetto ai suoi amici e nemici. Poi, col tempo, emerse una caratteristica tutt’altro che naif o ispida: Dahlberg è forse uno dei pochi scrittori americani del secolo che abbia intinto la sua prosa nell’incanto dei grandi classici, greci e latini, riscoperti come da un barbaro.

Kansas City

La Kansas City dove, in Perché ero carne, ritenuto il suo libro più bello, la madre dell’autore tira avanti una vita difficile facendo la barbiera e la callista, questa «città selvaggia, concupiscente, dove quasi nessuno pensa alla morte finché non è vecchio o malato», raggiunge nelle sue parole la dimensione di un epos miserabile e solenne: «Cataloghi pure Harma il bardo di Smirne, le scogliere e anfratti di Itaca, le vergini nutrite di latte dell’Acaia, Tisbe coi suoi stormi di colombi o i boschi di Onchesto; io canto le strade intitolate alle Querce, ai Noci, ai Castani, agli Aceri e agli Olmi. Ftia era un silos di frumento, Kansas City una florida fattoria di grano. Forse le puttane dei quartieri bassi di Corinto, Efeso o Tarso sapevano congegnare un gemito o sospirare più svelto di quanto potessero farlo le cosce con fossette delle ragazze di St. Joseph o Topeka?».  Centrale, in questo libro, è il personaggio della madre, «figura umile e favolosa, picaresca e antica, toccante e insopportabile, che non ha rivali nella letteratura americana di questi anni» (Paolo Milano). Intorno a lei ronzano come mosche le disavventure, gli amanti malandrini, i pochi soldi e i molti desideri. Ma una prorompente, carnale vitalità la trascina, «di qua e di là al capriccio del vento» – e si trasmette infine alla prosa del figlio, che di lei ci ha lasciato un ritratto «implacabile, dettagliato, amorevole, come un tardo Rembrandt» (Herbert Read).

Le acque del Flegetonte è anch’esso un libro autobiografico; a variare è l’angolazione: a dialogare con la voce narrante sono -soprattutto nella seconda parte- gli scrittori con cui Dahlberg ha sempre intrattenuto rapporti d’amore e diffidenza; i venerati classici e i contemporanei, giudicati con occhio quasi mai benevolo o diplomatico. Come Henry Miller, Dahlberg nutre un malcelato sospetto nei confronti degli intellettuali, ritenuti falsi, costruiti, spesso ipocriti. Ancora una volta la scena si apre su una specie di Charlot, vorace autodidatta, sempre innamorato, proteso alla ricerca del libro magico che gli avrebbe schiuso i paradisi della saggezza. La tessitura fittissima delle citazioni e dei rimandi -ironici e autoironici, teneri e furenti- trasfigura il racconto fino agli esiti di un gustoso, abilissimo collage in cui convivono Ben Johnson e Tolstoj, Plotino e Ovidio, Agostino e Baudelaire, Chaucer e Rousseau. 

Quando Dahlberg si trasferisce a New York, e poi nel 1926 a Parigi, entrano in scena gli scrittori famosi: D.H. Lawrence (da cui ottiene per il suo primo romanzo una presentazione a metà stroncatoria); il paterno e amato Ford Madox Ford; Sherwood Anderson e W.C. Williams; Hemingway accomunato a Caldwell e a Dos Passos nella qualifica di “pigmeo”; Farrell, Wilson e decine di altri amici-nemici, “larve libresche” inchiodate ai loro tic e alle loro manie. Il libro è diviso in tre parti: gli anni di apprendistato; Parigi e Londra: «solus ad solam»; gli anni trenta: i giudizi quasi finali. Soprattutto leggendo la prima parte, “gli anni di apprendistato”, si ha la sensazione di uno stile senza dubbio originale, ma un po’ artefatto, con un uso classico e retorico delle personificazioni (Perverso Indaffarato, Anonimo, Logica, Ragione, Invidia, ecc.), forte tensione metaforica, ampie concessioni alle sentenze. Ecco un assaggio dal secondo capitolo: “Senza libri né musa, per dirla con John Milton, giunsi a Los Angeles nel 1919 per bere al pierio fonte di quella fogna. Per trovare quei libri che per me erano perduti quanto l’Atlantide, m’ero fatto vagabondo. A diciott’anni avevo frequentato la biblioteca di Kansas City senza mai imbattermi in una sola pagina che, a mio sentire, aggiungesse alcunché alla mia indecifrata natura”. 

Il messaggio di Dahlberg, ammesso che ve ne sia uno, non è dei più ottimisti. Ma la vera letteratura può essere confortante? Assolutamente no. Non c’è una soluzione alla ricerca di se stessi (“Nessuno ha mai trovato se stesso. Quello di cui sono alla ricerca è un uomo con un vuoto insopportabile entro di sé”), e lo scrivere non riscatta dall’inferno dell’isolamento: “Questo libro mi è rimasto sospeso sul capo come la rupe di Tantalo. Ho abbattuto montagne, stravolto mari come elefanti infuriati strappano l’erba dalle radici, per una sola metafora. (…) Per un certo aspetto, sono rassegnato ad essere il fedele compagno di Solitudine. Uno scrittore è un uomo messo al bando. Euripide morì in Macedonia; Tucidide scrisse la sua storia della guerra del Peloponneso nei pressi della boscosa Scapte; Erodoto emigrò a Turi, mentre i «pesci fremono all’orizzonte e l’Orsa maggiore si trova in Toro», in tutta riverenza faccio sacrifici «all’ombra del sacro reietto Spinoza».

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