Quel sabato mattina, nella periferia di New York, tutto sembra scorrere secondo la normale routine nella vita degli Hanson. Mentre Charles (Albert Finney), il padre, fa l’esame di guida, la moglie Nanette apre la gioielleria di famiglia. Il loro figlio maggiore, Andy (Philip Seymour Hoffman), è preoccupato per la verifica fiscale che inizierà lunedì. E come al solito, Hank (Ethan Hawke), suo fratello minore, sta annegando nei suoi problemi finanziari. Ma alle 7:58 precise una svolta imprevista cambia per sempre la vita degli Hanson ma la narrazione frammentata non nasconde a lungo l’identità del mandante, dell’autore e della vittima della rapina: Andy e Hank hanno deciso di rapinare la gioielleria gestita dai loro genitori e l’anziana ferita durante il colpo è la loro madre.

Con questo suo ultimo film il grande Sidney Lumet dimostra ancora una volta un’incredibile maestria nella narrazione e nel montaggio e, a 83 anni suonati all’epoca della sua realizzazione, la capacità di dare il massimo anche nel suo ultimo giro. Onora il padre e la madre (2007) è una moderna tragedia familiare shakespeariana in cui contenuto e forma sono una cosa sola. Due fratelli decidono di rapinare la gioielleria dei genitori e ovviamente le cose vanno storte: il film racconta la preparazione, l’azione del delitto e le sue ripercussioni, ma sceglie di farlo in modo disordinato, attraverso un processo di flashback ripetitivi e adottando molteplici punti di vista in ogni scena. Lo straordinario risultato è un affresco apocalittico (ben echeggiato dal titolo originale Before the Devil Knows You’re Dead), il dipinto fiammeggiante di un mondo senza Dio né legge, in cui gli esseri umani si muovono in modo utilitaristico.

La sceneggiatura dell’esordiente Kelly Masterson procede per sequenze che alternano i punti di vista dei personaggi. Quelli di Andy e Hank, innanzitutto. Andy è un ragazzo apparentemente di successo, un primogenito che domina suo fratello con tutta la sua arrogante prosperità: sotto il governo di Caino non esiste Abele innocente, ma un essere senza spina dorsale, incapace di opporsi per debolezza e convenienza all’abominio morale propostogli dal fratello e pasticcione al punto da far fallire un piano apparentemente semplice e senza punti deboli.
Da grande regista di attori, Lumet sa come ottenere il meglio da loro. Nel ruolo del fratello maggiore artefice del misfatto, Philip Seymour Hoffman offre qui una delle sue più grandi interpretazioni. Imperiale nel ritratto di un dissoluto assediato (perché la prosperità che ostenta è solo un’illusione) che trasuda arroganza e sensualità, il suo Andy è un uomo vizioso che sta perdendo totalmente il controllo della sua vita e che trova nella droga un effimero sollievo. Ethan Hawke, nella parte del fratello minore, è commovente nel tratteggiare un personaggio che si lascia trascinare dagli eventi e inetto al punto da esprimere la sua codardia solo attraverso i tic. Tra i due circola la moglie di Andy (e amante di Hank), Gina (Marisa Tomei), superiore a loro solo perché incapace di spingere all’estremo la sua avidità.

E poi c’è Charles, il vecchio padre titolare della gioielleria con un passato non proprio cristallino. Albert Finney fa di lui un patriarca della periferia, una vittima che a poco a poco occupa tutto lo spazio del film, fornendogli la sua statura tragica, attraverso il suo dolore, il suo egoismo e la sua incapacità di far rispettare una legge che non sapeva come insegnare. La chiave della storia si trova senza dubbio nelle due visite successive che Andy e suo padre fanno ad un disonesto scalpellino che lavora a Manhattan. È questo vecchio che tratteggia la traiettoria della famiglia Hanson, mostra a Charles che voltando le spalle alla comunità di Manhattan, fuggendo in periferia, si è solo arreso all’illusione del comfort americano. Un’affermazione pessimistica e senza dubbio piuttosto reazionaria rappresentata senza che il regista si permetta mai di disprezzare i suoi personaggi. Le scene d’azione sono secche e nervose, gli scontri familiari brutali e brevi: quando Andy si lamenta del disprezzo dimostrato nei suoi confronti da suo padre, viene schiaffeggiato come un bambino.
Con quest’ultima opera il cinema di Lumet, che può assumere tante forme, assume un’urgenza e una violenza che raramente aveva raggiunto, senza alcun barlume di speranza, senza pause che allentino la tensione permanente.






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