
Jack (Robin Williams), dieci anni, ha il corpo che invecchia quattro volte più velocemente del normale. Questa strana malattia gli conferisce l’aspetto fisico di un adulto. Diviso tra l’età che ha e quella che gli è stata data, Jack cerca di vivere normalmente. Superando la sua diversità, saprà sedurre i bambini della sua età e farsi degli amici. Sa che la sua vita sarà breve, per questo decide di non essere mai triste…
Nella filmografia di Francis Ford Coppola ci sono un paio di film che appaiono come macchie oscure sul suo curriculum, giudicate da tutti scadenti. L’horror sperimentale Twixt (id., 2011) e, prima ancora questo Jack (id., 1996), commedia per famiglie prodotta da una consociata della Disney, Hollywood Pictures, e interpretata da un attore unificante se ce n’era uno in quel momento, vale a dire Robin Williams. Dalla sua uscita in poi, fino ad oggi, il film è stato ampiamente stroncato, è stato deriso da più parti e ha vissuto l’umiliazione del riconoscimento dei derisori “Razzie Awards”.

Eppure Coppola ha sempre difeso questo suo film. Sotto certi aspetti, a quasi trent’anni dalla sua uscita, e alla luce dei film realizzati successivamente dal regista, Jack appare come uno dei suoi film più personali e sentimentali, anche se si tratta di un’opera su commissione basata su una sceneggiatura scritta a quattro mani dal giovane James DeMonaco – responsabile anni dopo della saga di The Purge – e da un certo Gary Nadeau, concepita come “veicolo di punta” per Robin Williams. Rivisto oggi, Jack sorprende enormemente, prima di tutto per la commovente ingenuità che trasmette, e per il suo modo di eludere la facilità del film strappalacrime per diventare alla fine un film incredibilmente ottimista. Ma ciò che più colpisce nel film, nella sua premessa e nel destino del suo protagonista, così come in certe battute o monologhi – e questo anche nella dedica finale – è quanto esso si colleghi alla storia personale di Coppola nel rapporto con i figli. Al punto da far pensare a un dittico fantastico proprio con Twixt, un omaggio reso dal cineasta alla sua famiglia, al figlio scomparso e agli altri suoi figli, in particolare alla figlia Gia alla quale dedica il film.

Film incompreso, Jack sviluppa un’idea di racconto che attira l’attenzione: è il modo di circoscrivere la vita, il destino del suo protagonista relegato all’infanzia, come se tutto ciò che vale la pena vivere fosse racchiuso in questo periodo
Ma il recupero retrospettivo di Jack non è interessante e sorprendente solo per queste ragioni, ma anche per gli eventi che hanno condizionato due interpreti del film. Eventi pesanti che destano un grande disagio.
Da un lato c’è Robin Williams, attore di punta degli anni ’90, amato particolarmente dai bambini e dalle famiglie, che si sarebbe suicidato nel 2014. La sua fragilità e l’effimero del suo status di star – la sua vera ora di gloria è durata solo una decina d’anni, tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, prima di intraprendere un percorso di carriera più tranquillo, addirittura confidenziale – lo avvicinano in retrospettiva a Jack.
D’all’altro lato, troviamo il comico Bill Cosby nel ruolo del professor Woodruff, tutore di Jack: purtroppo nel 2010 si verrà ad conoscere il suo passato di molestatore sessuale di ragazze minorenni. Vederlo unirsi a un gruppo di bambini in una capanna nel bosco e fingere di essere uno di loro fa venire i brividi lungo la schiena ad una nuova visione del film. Qualcuno potrebbe sostenere che Jack sia un film da cancellare, anche solo per quest’ultimo motivo, ma la storia periferica di un film, in particolare quella dei suoi attori, alla fine non ha fatto altro che nutrirlo nel corso del tempo, conferendogli effetti collaterali insospettabili. Così come la storia personale di Coppola stesso alimenta una nuova prospettiva di Jack.

La natura imperfetta dell’opera, nella sua produzione ma anche nella sua ricezione, al momento della sua uscita successiva nelle sale, sembra connettersi con ciò che il film racconta, ovvero il destino di Jack Powell, nato con una sorta di malattia degenerativa inspiegabile che lo fa invecchiare quattro volte più velocemente di chiunque altro. Il film affronta la condizione di Jack come se fosse un dono, una sorta di miracolo, più che una malattia o una maledizione. Questa ambiguità conferirà a Jack una sorta di aura straordinaria che la trama amplificherà. Ciò che invece emerge chiaramente nella caratterizzazione del personaggio e della sua condizione è la sua incredibile fragilità, che contribuisce anch’essa a renderlo unico.
Dopo aver trascorso parte degli studi a casa, Jack è mandato a scuola dai suoi genitori, incoraggiato dal suo tutore, Woodruff. Il bambino di dieci anni che sembra un adulto di quaranta ovviamente non è immediatamente accettato dagli altri bambini. Quando Jack, confuso riguardo all’immagine che i suoi compagni di classe hanno di lui, e vedendosi fisicamente più vicino agli adulti che a loro, decide di chiedere un appuntamento alla sua insegnante di scuola (Jennifer Lopez) e lei gli ricorda dolcemente che è un bambino e che lei è la sua insegnante, questa piccola delusione lo porta a subire quello che sembra essere un infarto. Anche se alla fine così non è, emerge che la condizione di Jack lo rende un essere ipersensibile, sia fisicamente che mentalmente, e tutto ciò che sperimenta e sente, il minimo sussulto o disturbo, lo amplifica cento volte. Una rappresentazione metaforica suggerita dall’apparizione di una farfalla.
Durante la scena nella capanna con gli altri bambini, la presenza di due persone di taglia adulta, Jack e il professor Woodruff, mette in pericolo questa fragile costruzione. Le assi scricchiolanti e lo stato traballante dell’edificio suggeriscono che il crollo sarà imminente. Ma alla fine è una farfalla, che si posa delicatamente su una piccola striscia di legno che sporge dal telaio della finestra, a produrre la crepa di troppo e a provocare l’inevitabile. In definitiva è una goccia d’acqua a far traboccare il troppo pieno, riferendosi anche al famoso battito d’ali della farfalla che provoca una catastrofe. Alla fine il crollo della cabina non avrà conseguenze gravi tra i suoi occupanti, ma la scena, poco più di una gag, non è affatto banale poiché mette in luce questa fragilità.
Ma questa non è l’unica apparizione della farfalla nel film, perché sarà anche lo stimolo per Jack ad acquisire consapevolezza della propria fragilità. All’inizio del film, Jack gioca con un bruco in giardino, poi con una farfalla, simile a quella che poi si poserà sulla capanna. E qualche tempo dopo, Jack troverà una farfalla identica, morta, sul davanzale della finestra della sua stanza. Non è necessariamente la stessa, ed è improbabile, ma il film ce lo suggerisce, riflettendo così un ciclo di vita che rende Jack consapevole della morte, della brevità della vita e della sua in particolare. Non è di poco conto notare anche la presenza di una farfalla – finta, l’insegna di un business – ad aprire l’altro film di Coppola qui citato, con cui Jack condivide più di una cosa in comune, ovvero Twixt.
La tanto denunciata imperfezione di Jack e quindi la sua fragilità, pur solido in termini di budget, produzione, casting ecc., conferisce una “meta dimensione” a posteriori che forse lo rende più interessante da rivedere oggi. A maggior ragione dopo quello che sappiamo, della sua disastrosa accoglienza e del suo status di brutto anatroccolo nella filmografia di Francis Ford Coppola.

Al di là di questa dialettica della fragilità che il film sviluppa, c’è un’idea di racconto, nella sua stessa costruzione, che incuriosisce. È il modo di circoscrivere la vita, il destino del suo protagonista relegato all’infanzia, come se tutto ciò che vale la pena vivere sia racchiuso in questo periodo, in una ventina d’anni al massimo. I medici chiariscono all’inizio del film, durante il loro primo incontro con i genitori di Jack, che il loro figlio sta invecchiando fisicamente quattro volte più velocemente di un altro essere umano, il che significa che a un anno avrà l’aspetto fisico di un bambino di quattro anni, e che a dieci sembrerà un quarantenne. Ma a questa accelerazione dell’età non si accompagnerà quella delle facoltà mentali o della conoscenza, dell’esperienza.
Tuttavia, quando Jack prende coscienza della sua condizione, e del fatto che la sua vita sarà molto più breve di quella dei suoi genitori o dei suoi compagni di classe, decide di accelerare il suo modo di vivere e la sua sete di esperienze e di conoscenza aumenta. E se questa rivelazione, quella della propria fragilità, della propria morte, avrà la conseguenza, dopo una prima fase di legittima depressione, di rilanciarlo più che mai sui binari della scoperta, del desiderio di vivere sempre più cose, è anche e soprattutto perché l’infanzia permette proprio questo sussulto, questa sferzata di vitalità.

Circa a metà del film, Jack è in bicicletta insieme all’amico Louis e gli spiega la sua condizione, che sta invecchiando quattro volte più velocemente di tutti gli altri e che, quando avrà vent’anni, sembrerà molto, molto vecchio. Louis allora risponde che, secondo sua madre, i primi vent’anni sono comunque i più importanti, e che dopo è solo una lunga discesa. “Così?”, risponde Jack prima di iniziare una discesa in bici. Questa scena apparentemente innocua riassume non solo l’essenza stessa del film, questa sintesi di un’intera vita in vent’anni, gli unici che varrebbe davvero la pena di vivere, ma anche il modo in cui “funziona” il suo personaggio principale, questo eterno bambino che assimila i concetti in modo semplice, per analogia e per esperienza.
Alla fine del film, in un commovente monologo – senza lacrime -, Jack riassume il suo modo di affrontare questa vita vorticosa, di approfittare di ogni momento per sorprendersi, per espandere la sua curiosità e perfezionare la sua esperienza. Invita tutti i suoi ascoltatori ad approfittare della propria vita, per quanto lunga possa essere, per continuare su questo percorso infantile, quello della scoperta. Questa “filosofia” dell’eterno bambino, la trasmette in poche frasi durante la sua laurea.
“Lo so che giunti al termine di questa nostra vita tutti noi ci ritroviamo a ricordare i bei momenti e dimenticare quelli meno belli, e ci ritroviamo a pensare al futuro. Cominciamo a preoccuparci e pensare: ‘Io che cosa farò? Chissà dove sarò da qui a dieci anni?’ Però io vi dico: ‘Ecco guardate me!’ Vi prego, non preoccupatevi tanto, perché a nessuno di noi è dato soggiornare tanto su questa terra. La vita ci sfugge via e se per caso sarete depressi, alzate lo sguardo al cielo d’estate con le stelle sparpagliate nella notte vellutata, quando una stella cadente sfreccerà nell’oscurità della notte col suo bagliore, esprimete un desiderio e pensate a me. Fate che la vostra vita sia spettacolare”.
E se queste “belle parole” possono sembrare edificanti, soprattutto se pronunciate da qualcuno che sembra un uomo anziano, non dobbiamo dimenticare che a declamarle è un giovane di diciotto anni, ai suoi compagni ma anche ai più anziani, ai genitori e agli insegnanti: anch’essi devono imparare da questo approccio.

Qualcuno non sopporterà il taglio sentimentale dell’insieme (a partire dalla canzone di Bryan Adams), ma non dobbiamo dimenticare cosa contiene in realtà questo film dalla concezione imperfetta, questa parabola sulla vita di un bambino, e anche il suo tono generale. Del resto Jack si rivela un film sorprendentemente leggero e incredibilmente ottimista, in cui tutti i personaggi, nessuno escluso, sono in definitiva descritti e percepiti dal protagonista come positivi, premurosi e ognuno gli porta qualcosa di prezioso. In questo Jack non è né uno scherzo stupido né un facile melodramma, è qualcos’altro, un altro genere, un altro modo di concepire la storia
L’approccio di Jack, il suo modo di affrontare la vita, può essere paragonato anche e finalmente ad un’altra immagine datagli, in un momento difficile, da Woodruff. Dopo la scoperta della sua imminente morte, Jack si rannicchia nella piccola cabina che è la sua camera da letto da bambino, troppo angusta per il suo corpo adulto, e non vuole più mettere piede fuori. Durante l’ultima lezione che un rassegnato Woodruff gli impartisce rapidamente, paragona il suo allievo a una stella cadente: “Eri una stella cadente tra le stelle comuni. Hai mai visto una stella cadente, Jack (…) È magnifica. Passa veloce, ma mentre è lì illumina tutto il cielo. È la cosa più bella che tu abbia mai visto. Così bella che le altre stelle si fermano a guardarla. Non li vediamo quasi mai. (…) Perché sono rari, molto rari. Ma ne ho visto uno”. Jack ribatte che vorrebbe essere una stella normale, alla quale Woodruff gli dà una risposta definitiva: “Non sei normale. Sei spettacolare”.
Jack assimilerà pienamente questa definizione di sé stesso e ne farà un mantra al punto da tirare fuori la formula durante il suo discorso finale: “Rendi la tua vita spettacolare”. La vita è breve e fragile, certo, ma ciò non le impedisce di poter essere uno spettacolo, di poter essere “brillante”, nel senso più letterale del termine. Jack non ha avuto il tempo di essere “brillante” secondo le convenzioni sociali, non ha avuto studi “brillanti”, successi professionali ed economici, ma il suo percorso non è stato meno esemplare, brillante, spettacolare, proprio come quello di una stella cadente. Un omaggio emozionante e commovente ai suoi figli, dato che Coppola dedica il film alla figlia Gia (“Quando vedi una stella cadente…”).
In definitiva, Jack è probabilmente opera minore. Si tratta innegabilmente di un film su commissione, di una sceneggiatura scritta da altri e messa in immagini da Coppola, ma di cui senza dubbio egli si è magnificamente riappropriato fino a farne un’opera personale, contro ogni aspettativa. Film fragile Jack lo è certamente perché come avvolto in una camicia di forza e con l’aspetto di una commedia familiare Disney, esaltata dalla presenza di quel beniamino dei bambini del suo tempo che era Robin Williams. In questo modo, il film è anche una sorta di stella cadente destinata a passare nelle mani delle famiglie al momento dell’uscita e poi destinata a essere dimenticata – o magari a essere riproposta da ex bambini per illuminare i pomeriggi piovosi, della propria prole, con ogni nuova generazione. Ma questa stella cadente imperfetta, derisa, che non ha mai potuto essere veramente colta in volo, merita di essere fermata nel suo cammino di film effimero per farsi finalmente ammirare per il suo vero valore.





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