Omicidio al Cairo (The Nile Hilton incident, 2017) di Tarik Saleh è un vero film noir per la sua coerenza con il particolare spirito del genere, per le sue determinazioni sociali e psicologiche e i fondamenti politici della sua moralità. I film noir alimentano infatti uno sguardo preciso sulla realtà contemporanea: in questo caso allo spettatore viene offerta una nuova variazione del sottogenere che potremmo definire “procedurale”, cioè legato all’indagine su un delitto, che immerge gradualmente le regole di un codice narrativo solo apparentemente concordato in un contesto geografico e storico esotico.

Cairo, 2011. Una giovane cantante di varietà viene assassinata in una stanza di un albergo di lusso. L’ispettore Noredine (Fares Fares) è incaricato delle indagini. Durante questo percorso attraverserà tutti gli strati della società egiziana, incontrando individui di diverse classi sociali. Come spesso accade, il poliziotto è il bisturi che mette a nudo il ventre di una società marcia fino al midollo e l’indagine diventa pretesto per una sorta di biopsia politica e sociale. Ma, man mano che Noredine avanza nell’inchiesta, incontrerà resistenze crescenti volte a proteggere l’elite che guida il Paese. La sua ricerca lo porterà a scoprire il cuore corrotto dello stato egiziano, metterà a nudo la responsabilità di uomini dei servizi segreti nell’assassinio che sta cercando di chiarire. Siamo agli albori del movimento di protesta che porterà alle manifestazioni di piazza Tahrir, l’inizio del rovesciamento del regime di Mubarak…

Ma non sarebbe però ragionevole vedere in Omicidio al Cairo soltanto una denuncia, un po’ superficiale, di un sistema corrotto minacciato dall’azione di un personaggio eroico e intoccabile. Definito da una serie di notazioni che regolarmente collocano la sua attività in un ambiente banale, Noredine è ben lungi dall’essere un poliziotto impeccabile assicurandosi il suo fine mese grazie a varie entrate complementari che arrotondano il suo stipendio grazie al contrabbando piccoli racket: il protagonista beneficia di uno stato generale di corruzione. Ciò sembra essere meno una trasgressione giuridica e soprattutto morale che un legame quasi banale destinato a oliare i rapporti tra individui, stato al quale tutti sembrano essersi rassegnati per sopravvivere.

È qui senza dubbio che risiede la singolarità della prospettiva del cineasta, che consiste nel vedere la natura profonda di una società la cui corruzione sembra essere una seconda natura. La rivolta che il caparbio poliziotto esprimerà quando scoprirà un complotto più ampio, che tuttavia è solo la continuazione, su altra scala, degli adeguamenti all’etica condivisa da tutti, assume così un significato particolare e complesso. In che misura l’ingiustizia assunta e praticata quasi meccanicamente non altera la consapevolezza delle proprie azioni? La moralità è una questione di natura o di grado? Una domanda forse scontata ma che attraversa con eleganza il film di Tarik Saleh.

La produzione attraversò comunque numerose difficoltà per portare a termine il film: il regista venne costretto a spostarsi dal Cairo a Casablanca dopo che le riprese vennero interrotte dal servizio di sicurezza dello Stato egiziano. «Sapevo che quando ho scritto Omicidio al Cairo stavo cercando guai. È un po’ come uscire con un serial killer.  Ma non avrei mai potuto, nella mia più sfrenata immaginazione, sapere quanto sarebbe diventata folle questa produzione. Sono molto contento che nessuno sia morto” dichiarerà in seguito Tarik Saleh.

All’ottimo Fares Fares il compito di impersonare l’umanissimo e scomodo Noredin Mostafa. L’attore libanese ci riesce alla perfezione, interpretando il ruolo con il senso della misura necessario ad alternare la debolezza di un povero diavolo consapevole di non contare nulla negli ingranaggi del potere ma con la determinazione di un funzionario deciso a fare chiarezza.

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