
Quando il Papa muore inaspettatamente e misteriosamente, il cardinale Lawrence (Ralph Finney) si ritrova incaricato di organizzare la scelta del suo successore. Mentre le macchinazioni politiche all’interno del Vaticano si intensificano, si rende conto che il defunto aveva celato un segreto che doveva essere disvelato prima della nomina del nuovo Papa. Ciò che accade dietro queste mura cambierà il volto del mondo…

Fra i tanti colpi di scena presenti nella produzione angloamericana Conclave (id., 2024), di Edward Berger, c’è una scena cruciale in cui un cardinale dichiara a un collega che tutti gli uomini che occupano la sua stessa carica sognano segretamente di diventare Papa. Il seguito gli darà in gran parte ragione, con grande sgomento del collega, il cardinale Lawrence, che è il protagonista. Così, all’indomani della morte improvvisa del Santo Padre, Lawrence dovrà presiedere il conclave durante il quale i cardinali nomineranno a porte chiuse il prossimo pontefice. Su un impianto narrativo che poteva essere logorroico Berger dirige, al contrario, un elettrizzante giallo papale (“pope fiction?). Evidente l’influenza di un classico thriller paranoico come Perché un assassinio (The Parallax View, 1974) di Alan J. Pakula.
Splendidamente fotografato (da Stéphane Fontaine) il film procede su una stilizzazione sempre al servizio del significato e/o della tensione. Nel senso che, ad esempio, un angolo di ripresa marcato non sarà mai lì solo per effetto, ma per indicare un equilibrio di potere tra due personaggi, per rendere uno di loro inquietante, o addirittura instillare una sensazione di destabilizzazione nel protagonista, e via discorrendo. Il tutto “condito” da una musica molto presente e dichiaratamente drammatica, abilmente bilanciata, composta da Volker Bertelmann. Ad ogni rivelazione, la musica modula la tensione.

Lo sceneggiatore Peter Straughan ha adattato con grande efficacia il romanzo omonimo di Robert Harris, intrecciando un mistero più di malafede che di fede, attorno ai temi centrali dell’ambizione e della sete di potere. In una costruzione del mistero non facile dato che agiscono una schiera di aspiranti papi, ognuno con una propria sottotrama. Un meccanismo ad orologeria, da scuola di scrittura.
Per rigore, Conclave richiama alla mente (forse) Il nome della rosa (The Name of the Rose, 1986), diretto da Jean-Jacques Annaud e tratto dal romanzo di Umberto Eco. Entrambe le pellicole svelano gli ottusi meccanismi della “macchina” religiosa, per poi trasformarli in motori di suspense, in un centratissimo e raro equilibrio tra erudizione e tensione.
Analogamente al film di Annaud, Conclave distilla le informazioni privilegiando il solo punto di vista del protagonista: il pubblico non sa niente più dell’eroe. In lui si percepiscono imbrogli, complotti e tradimenti: tanti peccati di venerabili uomini di Chiesa che a volte verranno confessati, ma più spesso, smascherati e poi negati.

Di fronte alla turpitudine dei suoi pari, il cardinale Lawrence intende portare a termine il suo mandato secondo le regole. In bilico alla metafora politica: un papa ultraconservatore o un riformista più aperto?
Stanley Tucci e John Lithgow sono magistrali, ma è Ralph Fiennes a dominare il film, nei panni del tormentato cardinale Lawrence. Tra ciò che il personaggio proietta in pubblico e ciò che lascia intuire in privato, il contrasto è sconfinato: unendo questi due estremi con sorprendente facilità e naturalezza, l’attore offre una delle sue più riuscite interpretazioni (dopo un periodo trascorso “in riserva”, magari nei panni del bondiano “M”).





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