Daniel Dominici (Alain Delon), 37 anni, si aggira in una Rimini nebbiosa e invernale indossando uno sdrucito cappotto di cammello (nella realtà dello stesso Zurlini), con la barba incolta e i capelli lunghi. È un perdente, forte e fragile allo stesso tempo, che ha appena accettato un posto di supplenza come professore di Lettere liceale e nasconde un dolore segreto che solo sua moglie, Monica, sembra comprendere, dato che sopporta le sue perdite di gioco al poker e le reciproche infedeltà. Infatti, Daniel si innamora perdutamente di una sua allieva diciannovenne, Vanina Abati (Sonia Petrovna). E scopre il pesante passato della ragazza, prostituita a quindici anni dalla madre (Alida Valli) al gruppo di giovani che oggi sono amici del suo ricco e arrogante amante Daniel (Adalberto Maria Merli). Proprio quest’ultimo svela il suo segreto all’amico Spider (Giancarlo Giannini), che mostra le sue poesie d’infanzia: si sente responsabile del suicidio a Rimini del suo ricco cugino avvenuto tanti anni prima. Daniel annuncia a Monica la sua intenzione di fuggire con Vanina, ma lei minaccia di suicidarsi. Sulla strada, percependo che Monica ha tenuto fede alla sua minaccia, Daniel si rende conto che è lei che ama veramente. Con gli occhi pieni di lacrime, non vede il camion che falcia la sua macchina. Daniele trova nella morte “La prima notte di quiete” (quella dove, finalmente, non sogniamo più, quella della morte), versetto di Goethe che Spider scopre durante il funerale dell’amico dove apprende che Daniel Dominici era un figlio dell’alta borghesia militare, in rotta con la sua famiglia.

Alain Delon accetta la proposta di un cineasta italiano raro e sensibile, Valerio Zurlini. Il regista è poco noto in Francia (anche se ha girato opere interpretate da Jean-Louis Trintignant e Jacques Perrin), ma ha diretto film notevoli.
Il bolognese Valerio Zurlini (1926-1982), dopo un’esperienza registica nei documentari, esordisce con l’adattamento da Vasco Patrolini Le ragazze di San Frediano (1954), ma passeranno cinque anni per il suo secondo film: Estate violenta (1959). Verranno La ragazza con la valigia (1961), Cronaca familiare (1962), fino a Il deserto dei tartari (1976).

Autore sensibile e appartato, dirigendo il divo francese in La prima notte di quiete (1972) – che oltralpe si intitolerà Le Professeur – punta ad un’affermazione internazionale. L’esperienza si rivelerà non così positiva. L’universo drammatico e intimo di Zurlini non è affine a quello di Delon. L’autore italiano è un personaggio atipico, ex critico d’arte, collezionista e venditore di dipinti, la cui opera cinematografica è limitata a otto lungometraggi. Trovandosi ai margini del mondo del cinema, fatica a montare i suoi progetti. A Delon sono piaciuti i suoi film e la storia che gli ha proposto: la vicenda di un professore alla deriva, sopraffatto dall’angoscia e dalla depressione.

Un’opera oscura e disperata che corrisponde poi alla difficoltà di vivere di Zurlini. Il fascino del protagonista, Sonia Petrova, Lea Massari (più amata dai francesi che dagli italiani), la nebbia di Rimini, la musica dolorosa di Mario Nascimbene e la morte in agguato si amalgamano per creare un’atmosfera ammaliante. Tuttavia, per parte della critica, il film fatica a mantenere il suo tema: la redenzione attraverso l’amore. È lontano dai modelli che cita, da Piero della Francesca per la pittura (la Madonna del Parto) a Rossellini (e Stendhal) per il film Vanina Vanini (1961), tra citazioni letterarie di varia natura (Dante, Petrarca, Goethe e Manzoni). In parte risente della doppia versione in cui il film è apparso: in Francia il co-produttore e interprete principale pretende tagli significativi e muta il titolo. Fra Delon e Zurlini è il disaccordo più totale.

Ma l’interpretazione di Delon è maiuscola, racconta di un uomo che appartiene a un altro mondo, affascinando con i suoi segreti coloro che incontra, forte dei suoi silenzi e della forza misteriosa che sembra trarre linfa dalla sua disperazione.
La regia di Zurlini esalta l’ambiguità dei personaggi e delle situazioni attraverso la sua eleganza e la cura dell’inquadratura, delle scenografie e dei colori.
Delon produttore non punta sugli incassi, ciò che lo attrae è di poter impersonare un carattere che gli appare come un misto di Meursault de Lo straniero e L’idiota di Dostoïevski. Valerio Zurlini che ama legarsi ai suoi attori, stringendo rapporti fraterni con Jean-Louis Trintignant e Jacques Perrin, rimarrà deluso dalla star. Come ricorderà Giancarlo Giannini, i due si ignoreranno per tutte le riprese.
E ci sarà per Zurlini l’amarezza degli interventi sulla copia francese della pellicola. In Italia, La prima notte di quiete è un successo clamoroso, si classifica al settimo posto al botteghino 1972-1973.

Come anticipato, inizialmente accolto con cautela dalla critica (troppo amaro e cupo) col tempo acquisterà prestigio. Più complicata la vicenda de Le Professeur. Delon amputa venti minuti, e nessuna delle scene in cui appare, tagliando soprattutto la presenza di Lea Massari (che il regista ritiene essenziale). È una storia vecchia: l’attore non apprezza essere, sullo schermo, sposato o compagno di una donna più anziana di lui, come in questo caso. È raro, in Europa, che un produttore si permetta di trasformare il lavoro del regista senza nemmeno chiedere il suo parere. Senza dubbio Delon non avrebbe osato tanta ineleganza con Visconti, Melville o Clément. Valerio Zurlini polemizza aspramente sulla stampa, ritenendo la versione francese un altro film. Inoltre, in Francia è un flop. Di fatto, La prima notte di quiete è il suo “ultimo” film, il suo testamento e il suo più grande successo.
Quando, molti anni dopo, Delon assisterà alla prima della versione restaurata e italiana del film di Zurlini a Roma, sarà vinto dalla commozione e dalla nostalgia, dichiarando ai giornalisti di non ricordare le divergenze sorte con Zurlini. Ma ammetterà che si tratta di un capolavoro.

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