
Il malvagio El Kerim (Pedro Armendáriz) usa la magia e la forza bruta per prendere il controllo del regno di Baristan. Dopo aver saputo che Sindbad (Guy Williams) sta navigando lì per incontrare la sua ragazza, la principessa Jana (Heidi Brühl), El Kerim decide di liberarsi di questa potenziale spina nel fianco inviando si organizza per distruggere la nave dell’avventuriero. Sindbad, tuttavia, non si lascia fermare così facilmente, e nel contempo El Kerim è difficile da battere poiché non può essere ucciso con armi normali… perché il suo cuore è stato magicamente rimosso dal suo corpo ed è protetto in cima a una torre apparentemente inespugnabile.

Dopo l’ottimo Il 7º viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad, 1958), di Nathan Juran, i fratelli King – produttori anche di Gorgo (id., 1961), di Eugène Lourié – volevano contrastare il tandem Charles Schneer/Ray Harryhausen iniziando le riprese di Capitan Sinbad (Captain Sindbad, 1963), di Byron Haskin, in contemporanea con Gli Argonauti (Jason and the Argonauts, 1963), di Don Chaffey. E così i due film verranno distribuiti lo stesso giorno negli Stati Uniti, ovvero il 19 giugno 1963. La MGM, che distribuiva il film, voleva contrastare la “Dynamation” allora in voga con l’altro distributore Columbia, e così fece capolino il rumoroso “Wondra-Scope” che in realtà era solo un trucco promozionale, perché la pellicola era stato semplicemente girato in formato standard 1,85:1. Singolarmente, i due film presentano anche strane somiglianze, al punto da presentare ciascuno un’idra con diverse teste e una pericolosa strettoia nel mare dove l’imbarcazione dell’eroe cerca di farsi strada…

In questa coproduzione tedesco-americana (girata negli studi Bavaria di Monaco), Sindbad combatte il cattivo El Kerim (Pedro Armendariz) che possiede un anello magico che gli permette di schiavizzare la popolazione del Baristan. Desidera sposare la bella principessa Jana, ma il cuore della bella appartiene a Sindbad che intraprende un’avventura per trovare il segreto dell’immortalità di El Kerim.
Byron Haskin, ex specialista di effetti speciali e direttore della fotografia diventato regista, era una scommessa sicura nei film di genere negli anni ’50. Si fece rapidamente un nome nel campo dell’avventura con produzioni che andrebbero riscoperte: La guerra dei mondi (The War of the Worlds, 1953), Il ciclone dei Caraibi (Long John Silver, 1954), Il trono nero (His Majesty O’Keefe, 1954), Furia bianca (The Naked Jungle, 1954), La conquista dello spazio (Conquest of Space, 1955), Dalla Terra alla Luna (From the Earth to the Moon, 1958), SOS naufragio nello spazio (Robinson Crusoe on Mars, 1964), La forza invisibile (The Power, 1968).

Haskin aveva una grande talento nell’uso degli effetti speciali combinato con una solida costruzione della storia. Dotato di uno stile non immediatamente riconoscibile, era un tecnico solido, amante del dettaglio e specialista del genere.
Capitan Sinbad propone set interni imponenti, ricchezza di colori, costumi sgarcianti, ma la carenza di riprese esterne (che è la ricchezza de Gli Argonauti) e la natura angusta di alcune scenografie tradiscono un budget limitato. L’ultimo terzo del film, ambientato in una “giungla lussureggiante”, ha uno sfondo blu con un misto di piante plastificate e vere e multicolori che limitano la moltiplicazione dei punti di vista, nonostante la sovraesposizione di carrellate laterali con diverse angoalzioni mentre si avanza attraverso le paludi… L’aspetto kitsch prende il sopravvento amplificando lo spirito da “B movie” dell’operazione, anche se Haskin sa mettere in risalto una moltitudine di dettagli, sia negli effetti speciali che nelle riprese delle ambienti, per dare un po’ di profondità a una storia che altrimenti potrebbe sfuggire di mano.

Per dirla chiaramente: un pubblico di ragazzi, come colui che ora ne sta scrivendo la recensione, rimane comunque affascinato dallo spettacolo (soprattutto da questo cuore… delocalizzato!).
La sceneggiatura ripesca elementi negli anni ’50 e ’60, dove le opere magiche abbondavano.
Con l’italo-americano Guy Williams (Armando Joseph Catalano) protagonista, proprio il pubblico di ragazzi ritrova una figura familiare, l’eroe della popolarissima serie Tv Zorro della Disney. E come nella serie, gli sceneggiatori gli assegnano quindi per l’occasione un assistente muto. Possiamo parlare di buon opportunismo. Oltre a Williams il cast offre la teutonica principessa Jana, Heidi Brühl (star tedesca popolarissima in patria), moglie di Brett Halsey; il francese Maurice Marsac, nei panni di Ahmed; lo stregone alcolizzato Galgo (Abraham Sofaer), che alza gli occhi al cielo come se non gli fosse concesso; il colonnello con lo stivale da cattivo Helmuth Schneider con il pizzetto tagliato per l’occasione; e Quinius (Bernie Hamilton), il valoroso soldato muto di Sinbad, che troveremo molti anni dopo nel ruolo del burbero commissario nella serie Starsky And Hutch. Ma soprattutto il cattivo El Kerim, impersonato dal messicano Pedro Armendàriz.

Per quanto Capitan Sinbad non regga il confronto con gli omologhi di Ray Harryhausen (una pubblicità dell’epoca negli Stati Uniti prometteva la presenza di “326 effetti visivi”), il film si rivolge – come già detto – ad un pubblico molto giovane ed è, in fondo, piuttosto ricco di trucchi, che si tratti di ricostruzioni in miniatura, effetti ottici o composizioni a grandezza naturale di mostri e di ambienti. Analogamente a Gorgo, la precedenza è data agli effetti direttamente eseguiti davanti alla cinepresa, e questo significa che talvolta appaiono i cavi che manovrano le dodici teste dell’idra, proprio come quelle degli enormi coccodrilli. Se i giganteschi rapaci sono un’illusione, alcuni modelli, come quello della barca, faticano a trasmettere una parvenza di realismo. Per il resto, che si tratti di esplosioni, simulazioni di tempeste multicolori o trasmutazioni sgargianti, emerge un lavoro artigianale capace di creare un universo meraviglioso utilizzando tutte le tecniche a disposizione di una piccola impresa produttiva (il goffo mago buono che crea una nuvola di pioggia in casa per annaffiare una pianta; l’invincibile cattivo che custodisce il suo cuore in un’alta torre ha sicuramente un’atmosfera da fiaba dei fratelli Grimm, così come i momenti con il mago che rutta e allunga magicamente il suo braccio super-lungo nel tentativo di rubare l’anello del cattivo; quello stesso anello usato da El Kerim per girare comicamente la testa del mago di trecentosessanta gradi). Calcolando poi che gli effetti speciali sono realizzati da eroi oscuri. Vale a dire Tom Howard, Augie Lohman e Lee Zavitz. Nessuno di loro raggiunse un quarto della metà della fama del grande Ray Harryhausen, anche su furono responsabili di molti degli effetti visivi di tante pellicole fantasy.

In questo senso Byron Haskin sa come dare priorità agli effetti per il piacere dello spettatore. Come la sequenza in cui Sinbad affronta un mostro invisibile che manifesta la sua presenza unicamente dalle sue
impronte gigantesche nella sabbia, le scintille verdi che emana e i suoi grugniti. L’evoluzione del combattimento viene effettuata frontalmente, arricchita da numerosi movimenti di macchina che offrono un’illusione quasi perfetta. Come altrettanto riuscita è la gigantesca mano guantata rotante che custodisce la preziosa reliquia, il cuore di El Kerim.
Capitan Sinbad rimane, nel complesso, uno spettacolo meraviglioso e ingenuo, pieno di effetti speciali di ogni genere che deliziano innanzitutto il bambino che è in ognuno di noi. Un “B movie” dal montaggio serrato, che privilegia l’azione e i colpi di scena alla logica, con costumi scintillanti e decorazioni eccessive.





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