Il pastore d’Islanda, una delle opere più celebri dello scrittore islandese Gunnar Gunnarsson, ha una trama assai semplice e lineare. Da 27 anni, e cioè da quando era ventisettenne, Benedikt il pastore celebra le festività natalizie in maniera singolare e assai impegnativa: sfidando le improbe condizioni dell’inverno islandese, sale sulle montagne alla ricerca delle pecore che si sono smarrite durante i raduni autunnali delle greggi. Nelle ultime edizioni della “scampagnata”, che metterebbe a dura prova anche i più esperti conoscitori del territorio, Benedikt ha potuto contare sull’aiuto di due amici fidati, il cane Leó e il montone Roccia, con i quali compone un terzetto che le comunità locali, con affetto non esente da ironia, chiamano “la santa trinità”. I tre lasciano il loro villaggio, come di consueto, al mattino della prima domenica di Avvento, ma stavolta la missione nel deserto di ghiaccio e neve si rivelerà ancora più difficile e rischiosa. Sia per le condizioni climatiche, con ricorrenti tempeste di neve a rendere gravoso ogni trasferimento, sia perché gli abitanti degli ultimi villaggi attraversati chiedono ai tre amici un aiuto per le proprie esigenze, che non sono lontane da quelle per le quali si sono messi in cammino, ma che finiscono per ritardare e complicare l’attività di ricerca e recupero delle bestie disperse. E così un viaggio progettato per essere compiuto nella solitudine più assoluta, con tutto ciò che di penoso ma anche di gioiosamente liberatorio comporta per Benedikt l’allontanamento dal consorzio umano, si trasforma in un inno alla solidarietà e, al termine delle fatiche, al passaggio di consegne tra le generazioni. I protagonisti della storia però sono tre, e soltanto uno di essi è umano: i lettori del racconto di Gunnarsson scopriranno pagina dopo pagina che Leó e Roccia non hanno soltanto un carattere ben delineato, ma anche un ruolo altrettanto importante nel permettere il compimento della missione. Il vecchio Benedikt passerà la Notte Santa nella spelonca insieme a Leó, e stavolta non sarà lui a guidare al sicuro il drappello di pecore superstiti…

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, Gunnar Gunnarsson (1889-1975) è una delle figure più importanti della letteratura islandese. Nato da una famiglia povera di contadini, diciottenne si dovette trasferire in Danimarca per completare gli studi e inseguire la sua vocazione letteraria; come Joseph Conrad, divenne scrittore eminente in una lingua non sua, il danese, nella quale scrisse gran parte dei suoi romanzi, ma l’Islanda rimase al centro della sua ispirazione; tornato definitivamente in patria nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, si dedicò nella vecchiaia alla traduzione della sua opera nella lingua natia. La sua adesione, durante gli anni Trenta, al panscandinavismo, si accompagnò a una diffusa ricezione (e strumentalizzazione) della sua opera in territorio tedesco durante gli anni dell’affermazione del nazionalsocialismo, e lo rese una figura ideologicamente controversa. Il lettore italiano ha a disposizione nelle edizioni Iperborea, oltre al racconto qui presentato, anche il romanzo L’uccello nero.
Il pastore d’Islanda è del 1936, e segna il termine dell’attività creativa di Gunnarsson in lingua danese. Come è possibile desumere anche dalle poche righe che precedono, forte è l’ispirazione religiosa del racconto, il cui titolo originale è Advent. Nella postfazione all’edizione italiana, pubblicata da Iperborea, lo scrittore Jón Kalman Stefánsson, grande ammiratore dell’opera di Gunnarsson, mette in guarda da un’interpretazione univoca: “Un libro che si crea la fama di essere una parabola contemporanea, un’allegoria della vita di Cristo, corre il rischio di atrofizzarsi nella mente dei lettori […] Il lettore indossa i vestiti della domenica e legge con la remissività del fedele, ma non è così che bisogna frequentare una letteratura che costruisce il proprio futuro sulla fertilità nella mente dei lettori”. Il pastore d’Islanda, racconto semplice e profondo, è stato variamente interpretato. Potrebbero forse fargli da epigrafe perfetta i versetti di Matteo 20, 25-28: «Ma Gesù li chiamò a sé e disse: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”».

Nelle meditazioni che Benedikt compie costretto all’immobilità nel suo estremo rifugio, niente più che una buca nel terreno, utero e tomba insieme, mentre infuria la tormenta di neve, emerge una ricerca di senso che mostra una profonda consonanza con il messaggio cristiano. Ascoltiamo il protagonista dalla sua spelonca: “E finalmente, dopo aver provvisto Roccia di fieno da ruminare e neve per spegnere la sete, prese la bisaccia e tirò fuori da mangiare per sé e per Leó. La carne era un blocco di ghiaccio, perfino il pane gelava i denti; si sarebbe consolato con il caffè. Si divisero quel pasto congelato da buoni amici quali erano, lui e Leó, spartendolo fraternamente. Quale sovrano, pensava Benedikt, ha una vita altrettanto magnifica nel suo castello o è più sicuro nelle avversità del mondo? Senza contare la prospettiva, nei giorni seguenti, di salvare qualche pecora dalla morte per fame ed essere utile alla propria gente, alla società e a tutto il creato”. E ancora, poche pagine prima, durante una marcia notturna in compagnia dei due amici: “In un certo senso tutti gli animali sono animali da sacrificio. Ma a ben guardare, non è lo stesso per qualsiasi vita, quando si segue la retta via? E non è appunto questo il mistero dell’esistenza? Che la forza che fa crescere la vita è l’abnegazione. E una vita che non è sacrificio nel suo nucleo più profondo è arrogante e sacrilega e conduce alla morte”.
Abbiamo parlato di tre protagonisti. Ma è giusto citarne un quarto. Selvaggio, ostile, pure in molti momenti bellissimo e ammaliante: la natura dell’Islanda, che minaccia di continuo di sopraffare Benedikt, Roccia e Leó ma offre anche scorci di pace assoluta. Anche per questo, per la potenza evocativa nella descrizione delle condizioni climatiche avverse, Jón Kalman Stefánsson paragona Gunnarsson a Conrad, la cui opera lo scrittore islandese dovette conoscere; e la sfida a una natura impietosa (“Il freddo gli mordeva la carne attraverso i vestiti bagnati e la tormenta minacciava di soffocarlo, anche perché la barba gli si era ghiacciata davanti alla bocca. Tirò fuori il coltello e la segò via, era il solo modo di evitare che si formasse quella capsula di ghiaccio che gli impediva il respiro”) può aver influenzato un altro capolavoro del Novecento che apparve sedici anni dopo, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.
Nota
Il volume utilizzato per scrivere questo articolo è il seguente: Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, 2016, Iperborea S.r.l., Milano, traduzione di Maria Valeria D’Avino, postfazione di Jón Kalman Stefánsson, con una nota di Alessandro Zironi.





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