“Se la poesia appare ogni secondo, in ogni scatto che Mizoguchi realizza, è perché, come nel caso di Murnau, è il riflesso istintivo della nobiltà inventiva del suo autore”. Così Jean-Luc Godard descriveva il cinema di Kenji Mizoguchi, da lui considerato il più grande cineasta giapponese. Mizoguchi – che rientra a pieno titolo in quello che potremmo definire il poker d’assi dei registi del Sol Levante, insieme a Kurosawa, Ozu e Naruse – ha una carriera che abbraccia quasi un centinaio di lungometraggi. Riconosciuto in Occidente fin dal dopoguerra per il valore artistico delle sue opere, ottenne il pieno riconoscimento nel 1953 vincendo il Festival di Venezia per I racconti della luna pallida d’agosto (Ugetsu monogatari), un’incursione nel fantastico che porta lo spettatore a destreggiarsi tra elementi soprannaturali e naturalistici. Per sviluppare la sceneggiatura di questo film, Mizoguchi attinge alla novella Decorato! di Guy de Maupassant che racconta di un funzionario ossessionato dal desiderio di ottenere la Legione d’Onore al punto da non accorgersi che sua moglie lo tradisce oltre che – ovviamente – ai Racconti di pioggia e luna di Ueda Akinari: un suggestivo e riuscitissimo mix di tradizionali modelli giapponesi e suggestioni provenienti dalla letteratura occidentale.

Il film è ambientato alla fine dell’era Muromachi (1333-1573), conosciuta per i suoi sconvolgimenti sociali e politici e per essere un periodo oscuro nella storia giapponese, caratterizzato dalle sanguinose guerre feudali che traghetteranno il paese verso l’era moderna. In questo contesto la narrazione racconta la storia di due uomini che vogliono lasciare il loro villaggio per sfuggire alla povertà. Genjuro è un vasaio che vuole approfittare della prosperità che la guerra sembra garantire ai suoi affari per ampliare il suo commercio mentre Tobei spera di diventare un grande samurai. Seguiti dalle rispettive mogli, i due raggiungono la città dove Genjuro si innamora di Lady Wakasa e Tobei raggiunge l’ambito status di samurai. Ma la loro ambizione condurrà i due al disastro, che non risparmierà le loro famiglie…

Rinomato come uno dei più importanti del genere, I racconti della luna pallida d’agosto è, più nello specifico, un misto di jidai-geki (opere storiche sulla storia medievale del Giappone, simili ai peplum nostrani) e storie di yurei (letteralmente: “spirito oscuro”) provenienti dal teatro kabuki. Molto realistico nei suoi primi istanti, I racconti della luna pallida d’agosto mostra una sequenza dalla potente dimensione onirica quando i protagonisti attraversano un lago nebbioso in cui i contorni tra realtà e sogno sono destinati a sfumare, un primo elemento molto importante perché introduce i personaggi nel mondo fantastico. Uno di loro, il vasaio Genjuro, incontra addirittura due volte dei fantasmi credendoli persone viventi ma, a differenza dell’agghiacciante consuetudine di Hollywood, le presenze ultraterrene assumono qui sembianze seducenti e misteriose come la nobildonna Wakasa che per il suo costume, il suo viso, il suo atteggiamento, è direttamente ispirata al teatro Noh. Lei è uno yurei, che nella cultura giapponese può rappresentare l’anima di una persona che ha lasciato dolori e rimpianti sulla Terra (è il caso di Wakasa che non ha mai conosciuto l’amore). I fantasmi qui sono quindi soprattutto illusioni figurative che Mizoguchi visualizza con grande gusto e modestia evitando ogni autocompiacimento a favore di sobrietà e senso dell’equilibrio.

La costruzione narrativa del film è circolare, i personaggi maschili ritornano al punto di partenza. I due uomini si separano perché entrambi vogliono realizzare il proprio sogno ma si riuniscono di nuovo alla fine del film. Il loro desiderio di successo non è privo di conseguenze tanto impreviste quanto negative. Lo sceneggiatore del film Yoshikata Yoda definì il film “un lamento moralistico sulle azioni di un’umanità pervertita e mutilata dalla guerra. È la cronaca del sogno deluso, della speranza ingannata. […] I due eroi vogliono essere padroni del loro destino, nel senso che pensano che il parossismo del loro desiderio ne aprirà la realtà.” Ricordiamo che il film è uscito nel 1953, quindi è stato realizzato dopo le tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Per Mizoguchi il desiderio di gloria dei suoi personaggi maschili è un’illusione degna di biasimo, così come la guerra – suo principale epifenomeno. Ancora una volta, l’anima dell’uomo può essere salvata solo dall’amore di una donna, tema questo favorito di Mizoguchi e riconoscibile come leit-motiv in quasi tutti i suoi film.

Mizoguchi è rinomato per lo stile di regia e l’uso delle forme d’arte giapponesi nella sua estetica ne caratterizza l’eleganza visiva e l’approccio raffinato: per lo spettatore entrare nel suo mondo significa trovare un linguaggio cinematografico che sembra ricreare l’atmosfera immaginata dal regista in cui la storia e il suo stile narrativo sono un tutt’uno. Storicità, raffinatezza artistica e osservazione umana si combinano in questo film con un effetto affascinante, toccante e indimenticabile. I racconti della luna pallida d’agosto è stato un successo in Giappone e per lo studio di produzione, che ha ottenuto la possibilità di distribuirlo nel circuito dei festival internazionali.

Nel corso degli anni Cinquanta, registi giapponesi come Kurosawa e Ozu vinsero numerosi premi in festival internazionali e Mizoguchi fu uno di questi. La Mostra del Cinema di Venezia ha celebrato molto presto Mizoguchi, assegnandogli il premio internazionale nel 1952 per La vita di O’Haru, donna galante, poi il Leone d’Argento per due anni consecutivi, prima con I racconti della luna pallida d’agosto e poi di nuovo per Attendente Sansho. La morte sopraggiunta nel 1956 impedì a Mizoguchi di ottenere lo stesso livello di riconoscimento commerciale e artistico presso un pubblico internazionale più ampio. Tuttavia questo film è oggi considerato non solo come un pilastro del cinema giapponese, ma anche come un pilastro del cinema mondiale. Il grande critico cinematografico Roger Ebert ha definito I racconti della luna pallida d’agosto “uno dei più grandi film di tutti i tempi, quello che, insieme a Rashōmon di Kurosawa, ha contribuito a far conoscere al pubblico occidentale il cinema giapponese”. Né più né meno…

Autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending