Angeli o agnelli sacrificali, s’incontrano spesso animali bianchi tra le pagine dei libri, a voler significare il patto tradito con la natura che, spogliata d’ogni antropomorfizzazione, d’ogni connotazione materna e benevola, osserva l’uomo con indifferenza. Archetipi potenti che scavano negli istinti primordiali e ci interrogano riguardo alla nostra stessa sopravvivenza, non a caso li ritroviamo in romanzi dall’afflato biblico. Primo e magnifico esemplare è Moby Dick, il capodoglio bianco a cui il capitano Achab dà la caccia per tutta la vita, nel tentativo disperato di domare ciò che è selvaggio e sconfiggere le proprie paure. Sfuggente come un fantasma degli oceani, chi desidera la sua morte sceglierà la sventura, in una spirale di autodistruzione. E l’albatros di Coleridge dispiega le sue grandi ali mentre il relitto della nave, o il suo simulacro spettrale, continua a solcare i cieli.
Ne Il mondo sommerso di Ballard, coccodrilli albini nuotano in acque troppo calde, esplorando i fondali di una nuova Atlantide, una Londra post apocalittica, inabitabile e nascosta dai flutti. Non bisogna dimenticare che, sebbene Ballard provenisse da una formazione medico-scientifica, venne ritenuto più postmoderno che fantascientifico per la peculiarità di attraversare i generi, dal catastrofico al cyberpunk. Il suo Credo è una delle poesie più belle della seconda metà del Novecento: “credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nella poesia degli hotel abbandonati. Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione”. Ne “il condominio”, opera più sociologica, il manto candido di un cane, forse un pastore svizzero, si macchia di rosso, aprendo un incipit non meno denso del “Chiamatemi Ismaele” di Melville: viene ucciso e mangiato in seguito a una sorta di guerra intestina all’interno del grattacielo di lusso dove è ambientata in modo claustrofobico la storia, un microcosmo in cui si riproducono, su piccola scala, i conflitti umani.

Il medesimo cane appare, sotto forma di trauma infantile, ne La vegetariana del premio Nobel 2024 Han Kang: il cane, colpevole di aver morso un uomo, viene trascinato da un’automobile fino ad agonizzare sotto gli occhi attoniti di una bambina. Costei, una volta cresciuta, opporrà una resistenza passiva, alla stregua di un Bartleby, al banchetto patriarcale grondante sangue. Han Kang ha un modo delicato e onirico per esprimere concetti duri, smussandoli con lunghi silenzi e decorandoli di fiori. La protagonista parla poco e scopre la sua natura, più vegetale che vegetariana, quando il cognato artista le dipinge il corpo. Una donna ordinaria si trasforma così in una creatura arborescente che si nutre di aria e di luce, dalle connotazioni fluide, androgine, che risalteranno sicuramente meglio in coreano, dal momento che contempla il neutro. Traduzione difficile da una lingua-ponte, l’inglese – la traduzione dal coreano di Smith è stata giudicata dagli studiosi un vero e proprio tradimento stilistico. La moderna Dafne combatte la sottomissione femminile, ancora troppo presente nella cultura sud-coreana, ma non solo: la lettura su più livelli tocca, in modo lieve e allegorico, sulla scia della body art degli anni Settanta, temi scottanti quali il liberismo, l’impatto ambientale del consumo di carne, l’anoressia. Si tratta di una performance estrema, volta a modellare la materia organica, per effettuare un salto di specie, e a rispondere alla domanda filosofica irrisolta dell’essere al mondo.

In tempi di disastri incombenti, la letteratura è chiamata a sondare scenari futuri, con esiti spesso poco confortanti, come nel caso di Sirene di Laura Pugno, feroce distopia pubblicata per la prima volta nel 2007, più che mai attuale. Ritornano i paesaggi urbex di Ballard, dove acque e vegetazione hanno invaso territori disabitati. Gli esseri umani sono costretti a vivere in città subacquee poiché un sole implacabile causa melanomi fatali, mentre la società è controllata da organizzazioni mafiose che, tra i vari traffici illeciti, allevano le sirene non solo per cibarsene, ma anche per divertirsi nei bordelli con gli esemplari più belli, come Mia. Mia è albina e mezza umana, con la pelle lattea e argentea, eppure nemmeno lei è dotata delle emozioni e delle espressioni tipiche di qualsiasi animale. Il punto di vista si identifica, infatti, con quello del protagonista, Samuel, guardiano di un allevamento, ed è uno sguardo privo di ogni empatia, che reifica l’altro da sé. Dunque si affrontano, in modo fin troppo palese, i temi dell’antispecismo e della violenza di genere, oltre a quello del cambiamento climatico causato dall’antropocene. La scrittura è fredda, spiazzante, tecnica, come si addice alla fantascienza, nonostante parte della critica voglia smentirne l’appartenenza. Lo è, in una livida inquietudine dalle tinte apocalittiche. Nessun personaggio è buono. Il raggio di speranza, sul finale, illumina debolmente i fondali e non ci riguarda affatto.
È curioso notare come il concetto di “Oriente” leghi Han Kang sia a Ballard, che nacque in Giappone dove subì, da bambino, l’internamento in un campo di concentramento e la separazione dai genitori durante la Seconda Guerra Mondiale, sia a Laura Pugno. Quest’ultima, traduttrice e sceneggiatrice, ma non orientalista, sceglie un Giappone irreale, forse cercando, come notava Jung in Archetipi dell’inconscio collettivo, altri dei e simboli sacri, laddove quelli del cosiddetto “Occidente” sono morti o, semplicemente, ormai inascoltati.
Moby Dick o la balena, Herman Melville, Adelphi 1994
Il mondo sommerso, J.G. Ballard, Feltrinelli 2008
Il condominio, J.G. Ballard, Feltrinelli 2003
La vegetariana, Han Kang, Adelphi 2019
Sirene, Laura Pugno, Marsilio 2017
Archetipi dell’inconscio collettivo, C.G. Jung, Bollati Boringhieri 1977





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