È del tutto naturale che un evento così decisivo come la battaglia di Berlino e la fine del nazismo abbia attirato l’attenzione del cinema. In particolare, la fine di Hitler nel bunker in cui si era rifugiato è stata oggetto di tre film che, pur con le dovute distinzioni, consentono una lettura quasi sinottica: Gli ultimi 10 giorni di Hitler (Hitler, the last 10 days, 1973), Bunker (The Bunker, 1981) e La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (Der Untergang, 2004). Inevitabilmente claustrofobici e opprimenti nella loro descrizione dell’estremo crepuscolo di una delle follie più brutali della storia, i tre film in questione hanno un comune punto di partenza (anche se a dire il vero La caduta è introdotto da un brevissimo prologo) nel 20 aprile 1945: nel giorno del suo cinquanteseiesimo compleanno il Führer tedesco è ormai prossimo alla fine, annunciata dall’arrivo dei sovietici nella capitale del Reich. Eppure, nonostante questa concordanza temporale e la sostanziale attendibilità delle ricostruzioni storiche, sono completamente diverse le fonti: il primo film trae spunto dal libro Gli ultimi giorni della cancelleria dell’ufficiale Gerhard Boldt testimone dei fatti, il secondo è basato su un saggio del giornalista James O’Donnell e il terzo è ispirato alle opere dello storico Joachim Fest (in particolare La disfatta) e alla biografia della segretaria personale di Hitler, Traudl Junge.

Ma andiamo con ordine. Il produttore Wolfgang Reinhardt riuscì a riunire finanziamenti americani, inglesi e italiani per avviare la produzione di quello che sarebbe diventato Gli ultimi dieci giorni di Hitler, ingaggiando lo sceneggiatore italiano (premio Oscar 1963 per Divorzio all’italiana) Ennio De Concini per la regia del film. Obiettivo dichiarato di De Concini, formatosi durante il periodo neorealista, è quello di consegnare un’opera quanto più fedele possibile alla realtà dei fatti. Di conseguenza, il cineasta italiano opta per un approccio particolarmente sobrio anche in virtù del budget piuttosto limitato della produzione. Per acuire il senso di drammaticità della guerra, il regista ha utilizzato un numero significativo di immagini d’archivio che rafforzano o smentiscono il senso dei discorsi di Hitler: un’alternanza tra immagini di repertorio (con il sottofondo musicale del meraviglioso inno tedesco suonato al rallentì) e fiction che sacrifica parte dell’efficacia cinematografica.

Scriveremo più avanti di Alec Guinness nella parte del dittatore tedesco, qui sostenuto da un cast di attori esperti, di cui ricorderemo soprattutto lo strano sguardo di Simon Ward (il capitano Hoffman), il broncio di Doris Kunstmann nei panni di Eva Braun, ma anche Adolfo Celi (il generale Krebs) e perfino John Bennett e Barbara Jefford nel ruolo dei coniugi Goebbels. Film raro, ingiustamente dimenticato Gli ultimi dieci giorni di Hitler dispiega la sua atmosfera di fine regno con un certo talento e rimane quindi ancora oggi un ottimo film storico.

Anche il successivo Bunker non è male, soprattutto considerando che si tratta di un film per la TV. Sufficientemente accurato da aver fornito al proprio pubblico le nozioni di base sulla morte di Hitler, è uno sforzo sincero che sconta un’atmosfera un po’ fredda; Bunker ha tuttavia il merito indiscusso di far conoscere la figura di James O’Donnell, il corrispondente di Newsweek che si introdusse con l’inganno nel bunker all’indomani della guerra per raccontare la storia definitiva della morte di Hitler.

Per chi scrive, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler è di gran lunga il film meglio riuscito. La pellicola, già dalla sua prima proiezione tedesca, suscitò varie polemiche e divise la critica: alcuni addetti ai lavori rinfacciarono la mancanza di una presa di posizione netta rispetto alla figura di Hitler e del nazismo mentre altri difesero questa neutralità propedeutica a mostrare la dimensione umana del dittatore, che in ogni caso non viene mai riscattato moralmente dal regista. Oliver Hirschbiegel si destreggia alla grande quasi conducendo per mano lo spettatore negli scenari apocalittici all’interno e all’esterno del bunker. A differenza con gli altri due film, la narrazione de La caduta esce infatti nelle strade di Berlino per descrivere la devastazione e seguire le vicende del medico Ernst-Günther Schenck (che è stato spesso utilizzato dagli storici come fonte diretta degli avvenimenti di quei giorni) e di un ragazzino della gioventù hitleriana.

A rendere memorabili i tre film sono soprattutto le interpretazioni di Alec Guinness, Anthony Hopkins e Bruno Ganz. Alec Guinness aveva sempre sognato di interpretare il Führer sullo schermo e fece di tutto per convincere i produttori e il regista di essere lui la scelta giusta, arrivando perfino a inviare sue fotografie nei panni di Hitler. Un’insistenza provvidenziale perché Gli ultimi dieci giorni di Hitler sfrutta appieno il talento del suo attore principale e la capacità di proporre un Hitler affascinante, che alterna momenti di assoluta comprensione nei confronti del suo stretto entourage ad altri di assoluta mostruosità in cui progetta di mandare a morte migliaia di persone senza batter ciglio o passa ore a urlare contro i suoi generali. La performance febbrile di Alec Guinness è mozzafiato ed efficace nel rappresentare la follia distruttiva di un uomo incapace di soddisfare la sua sete di potere e dominio: un essere sfuggente allo stesso tempo seducente al punto da attrarre magneticamente il suo popolo e trascinarlo con sé in una voragine autodistruttiva.

L’Hitler di Anthony Hopkins è soprattutto stanco e stordito. L’attore inglese tratteggia la follia del dittatore in modo molto credibile, così da rendere Bunker simile a una sorta di lunga e squallida marcia funebre di un uomo sfinito, che va incontro alla morte con il cinismo di chi non ha più nulla da perdere. Con un’intensità davvero rara in una produzione per la TV (non per niente questo ruolo valse a Hopkins un Emmy Award), il film decide di focalizzarsi sull’ossessione per il potere del Führer, che dal suo rifugio moltiplica ordini assurdi richiedendo all’esercito e ai civili sacrifici immani e allontana e punisce (anche con l’esecuzione!) tutti coloro – persino i suoi fedelissimi della prima ora – che cercano di limitare i danni o di attenuare le conseguenze della violenza del loro capo.

Bruno Ganz non interpreta Hitler, è Hitler! Immagino il sussulto che avranno provato i tedeschi quando l’hanno visto entrare in scena per la prima volta…Il suo è un Hitler umanissimo eppure insensibile ai limiti della pazzia. Si mostra comprensivo con le sue segretarie, premuroso nel proteggere le loro vite quando tutto sembra definitivamente perduto, affettuoso con il suo cane e perfino accogliente e gentile nei confronti dell’architetto Speer, che considera un uomo di genio. Ma il dittatore è in bilico sull’orlo del delirio. Improvvisi e violentissimi scoppi d’ira si alternano a ore passate alla scrivania a fissare i quadri appesi alle pareti: l’amatissima Eva Braun è oggetto di pubblici gesti amorevoli ma deve piegarsi senza discutere alla volontà del suo Führer che condanna a morte suo cognato; incostante e contraddittorio, Hitler promuove il generale Weidling alla difesa di Berlino dopo averlo convocato per fucilarlo. Il dittatore è così l’epicentro di un’isteria collettiva, di un caos totale che diventa mostruosità: emblematiche le due scene dell’insensato festeggiamento improvvisato dalla Braun con i suoi balli interrotti dai cannoneggiamenti sovietici e quella terribile (e purtroppo tremendamente vera) dell’assassinio dei piccoli Goebbels per mano della madre Marta.

Oggi La caduta è considerato il film definitivo sulle vicende del bunker, mentre Gli ultimi dieci giorni di Hitler sembra essere dimenticato. Le gare di bravura che sembrano ingaggiare a distanza i protagonisti – a cui aggiungiamo Bunker – meritano da sole la visione. Vere e proprie variazioni sullo stesso tema del mostro.






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