Nella primavera del 1961 Antonio Pietrangeli, Ruggero Maccari ed Ettore Scola iniziano a raccogliere il materiale per la realizzazione di Io la conoscevo bene, realizzando numerose interviste che a soubrette, comparse e attricette che contribuiranno a un film che è anche amaro e disincantato affresco del mondo dello spettacolo. “Una vera e propria inchiesta da sociologo” la definirà lo stesso Pietrangeli ripercorrendo la genesi del film che vedrà la luce solo nel 1965. La storia racconta le vicende della giovane provinciale Adriana Astarelli che, giunta nella capitale con l’intento di sfondare nel mondo dello spettacolo, raccoglie solo delusioni. Di carattere superficiale ma fondamentalmente buona, i suoi tentativi la fanno entrare in contatto con numerosi personaggi che cercano di approfittarsi di lei. Nell’avvicendarsi degli episodi in flashback che costituiscono il tessuto narrativo del film, inanella un fallimento dopo l’altro, passando dal letto di un ragazzo truffatore e scroccone a quello di uno scrittore cinico, da squallide feste a umilianti prese in giro da parte delle colleghe, dalle mortificanti reprimende materne fino a procurarsi un aborto clandestino. In un vortice di solitudine, la protagonista finirà con il suicidarsi gettandosi dalla finestra.

L’ambiente sociale che fa da sfondo alle vicende della protagonista fa pensare a quello scoperchiato dal caso Montesi che, sebbene distante nel tempo dal film di Pietrangeli (il ritrovamento del cadavere della ventunenne Wilma sul litorale di Torvaianica avvenne nel 1953) ebbe un’enorme e duratura eco, sollevando il coperchio sul fitto sottobosco di faccendieri e sul cinismo amorale di chi sfruttò le ambizioni artistiche della giovane per ottenere favori sessuali. In un primo momento, la scelta per il ruolo della protagonista sembrava poter ricadere su Sandra Milo (che aveva già collaborato con il regista in Adua e le compagne, Fantasmi a Roma e La visita) ma l’accordo saltò. Pietrangeli allora impose alla produzione – che aveva valutato, tra le altre, le star Natalie Wood, Silvana Mangano e Brigitte Bardot – la ventenne Stefania Sandrelli. L’intuizione si rivelò azzeccatissima sia per la riuscita del film che per la carriera dell’ancor giovane attrice viareggina.

I ruoli in Divorzio all’italiana (1961) e, soprattutto, Sedotta e abbandonata (1964) avevano imposto all’attenzione del pubblico il talento precoce ma anche il fascino acerbo e seducente della Sandrelli, estremamente funzionali alla sua parte in Io la conoscevo bene. La prova di bravura della Sandrelli è addirittura struggente. Il ruolo sembra ritagliato apposta per lei perché la narrazione di Pietrangeli, che procede senza soluzione di continuità, si nutre del corpo stesso dell’attrice, dei suoi bronci e dei suoi sguardi che alternano malinconia e allegria. L’interprete toscana occupa lo spazio, persino quando “dialoga” in silenzio con la ricca colonna sonora, che attinge ai successi di Mina, Peppino Di Capri, le sorelle Kessler, Ornella Vanoni. Emblematica la scena in cui l’introspezione si proietta in uno sguardo fuori dalla finestra mentre le note di Mani bucate di Sergio Endrigo sembrano riassumere l’esperienza esistenziale della protagonista (“non hai saputo tenerti niente, neanche un sorriso sincero”). Nel raccontare la storia di Adriana Astarelli, il regista non è interessato a esprimere giudizi moralistici ma piuttosto a documentare la solitudine che si può celare dietro la superficie di un mondo apparentemente dorato come quello dello spettacolo.
Sulla scia del percorso di analisi e riflessione che i registi più famosi e apprezzati intraprendono sui nuovi paradigmi di comportamento e sui mutamenti sociali che il boom economico ha portato con sé, Pietrangeli porta il suo contributo realizzando un film alla sua maniera declinato al femminile. Io la conoscevo bene sembra un amaro de profundis della dolce vita romana e, allo stesso tempo, della commedia all’italiana. Non è un caso che incontriamo attori già affermati quali Enrico Maria Salerno o Nino Manfredi nei ruoli di un arrogante attore di successo e di un ambiguo talent scout, quasi a offrire punti di riferimento al pubblico a cui sembrano ammiccare “ecco a voi il vero dietro alle quinte e il prezzo da pagare per la notorietà”.

Tra questi, il memorabile cameo di Ugo Tognazzi: un’interpretazione di breve durata ma straordinaria per intensità nella parte dell’attore ormai caduto in disgrazia Gigi Baggini. Durante una festa organizzata per celebrare l’astro nascente di Roberto, un attore sulla cresta dell’onda interpretato da Enrico Maria Salerno, Baggini si aggira tra le sale per elemosinare l’attenzione e garantirsi una parte nei film in preparazione e. per compiacere e divertire i presenti, si schernisce ripercorrendo i successi della sua carriera (anche quelli amorosi!), fino ad assecondare la richiesta di imitare, ballando su un tavolino, la partenza del treno, “il suo cavallo di battaglia”. Baggini dà così vita a una performance che rivela i trascorsi nell’avanspettacolo di Tognazzi: la fisicità viene esasperata e posta in primo piano in un crescendo di esaltazione collettiva che sembra portare il personaggio all’inevitabile collasso. Una scena grottesca e drammatica, che racchiude il fallimento di una carriera e la cattiveria di un ambiente di arrivisti; Baggini sembra l’unico personaggio emotivamente vicino alla protagonista perché con la sua umiliazione sembra mostrarle i compromessi che dovrà accettare per raggiungere il successo.
Lo splendido bianco e nero di Armando Nannuzzi fu un ulteriore elemento che contribuì a decretare il successo del film, uno dei più riusciti della produzione dello sfortunato Antonio Pietrangeli. Io la conoscevo bene riscosse un buon riscontro di pubblico, vincendo tre Nastri d’argento (miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior attore non protagoni- sta a Ugo Tognazzi) e il premio come miglior film al Festival Internazionale del Cinema di Mar del Plata.






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