È fuori di dubbio che Akira Kurosawa sia stato uno dei massimi esponenti della regia cinematografica. Capolavori come Rashomon, I sette samurai, Dersu Uzala o Ran sono entrati di diritto nella storia della settima arte, influenzando i cineasti di ogni latitudine – dalla vecchia Europa al nuovo continente. Eppure è sicuramente meno noto come fosse la pittura il primo amore in ambito artistico, la forma espressiva a cui il giovane Akira sembrava destinato. Proveniente da una famiglia povera e numerosa sebbene appartenente a una dinastia di samurai, il futuro regista diede presto prova di sé come pittore venendo selezionato nel 1927 per la grande mostra d’arte Nitten. Appena diciassettenne, Kurosawa beneficiò così della grande apertura che il suo paese – di solito fortemente tradizionalista – mostrava in quegli anni verso la cultura occidentale e dell’influenza che Astrattismo e Surrealismo sembravano esercitare sugli artisti del Sol Levante.

A indirizzare altrimenti il destino e la carriera di Kurosawa intervenne una tragedia personale: il suicidio dell’amato fratello Heigo lo sconvolse a tal punto da fargli decidere di abbandonare per sempre la pittura e dedicarsi (fortunatamente!) al cinema. Una risoluzione impetuosa come si addice allo spirito di un giovane uomo e definitiva come è tipico dei giapponesi, ma che venne mantenuta solo in parte perché per tutta la vita Kurosawa continuò a dipingere dimostrando una buona dimestichezza tecnica e un ottimo gusto. La sua padronanza della tavolozza è evidente anche in alcuni film e contribuisce ad amplificare la potenza visiva di alcune sequenze: appartiene alla storia del cinema quella della battaglia fratricida tra gli eserciti dei figli del vecchio re destituito in Ran.
Ma è in Sogni (Yume, 1990) che è contenuta la più esplicita dichiarazione d’amore per la pittura, che è emblematico trovi spazio nel primo film di quella trilogia intimista e autobiografica (formata anche da Rapsodia in agosto e Madadayo – Il compleanno) con cui termina la grande carriera del regista. Il quinto degli otto episodi da cui è costituito il film è intitolato Corvi e proietta l’alter ego di Kurosawa dalla sala di un museo in cui sta ammirando alcuni capolavori di Vincent Van Gogh al cospetto nientemeno dello stesso tormentato artista olandese. Entrato in una delle tele che stava osservando, il protagonista ai piedi del ponte di Langlois si fa spiegare dalle lavandaie dove trovare monsieur Van Gogh: le donne gli indicano la strada, mettendolo in guardia dalla pazzia del maestro. Finalmente i due si incontrano e Van Gogh (interpretato da Martin Scorsese!) descrive il suo disperato metodo di lavoro, che lo porta a dipingere la realtà in una maniera così totalizzante da lasciarlo completamente svuotato. Quando si separano il giapponese resta in un’angosciante solitudine che lo porta a ripercorrere dall’interno gli scenari dei capolavori del maestro appena conosciuto, riprodotti dalle scenografie che ne fanno apprezzare i tratti decisi, i colori intensi e i paesaggi malinconici. Il protagonista rivede da lontano Van Gogh camminare lungo una strada tortuosa che si perde verso l’orizzonte e, quando uno stormo di corvi gracchianti si alza in cielo, riconosce il dipinto Campo di grano con volo di corvi.

Una scelta non casuale quella del Campo di grano, considerato da molti l’ultima opera di Van Gogh. Perché Corvi è soprattutto una riflessione sul rapporto tra l’arte e la vita, sull’impatto terribile che la prima può avere sulla seconda. L’ammirazione del regista per il genio olandese – uno dei preferiti fin dalla gioventù – e la probabile simpatia di Kurosawa per uno dei maggiori estimatori dell’arte giapponese (Van Gogh collezionò più di 400 ukiyo-e) influirono nella scelta di un destino che potesse essere paradigmatico dei tormenti d’artista sicuramente meno del fatto che Van Gogh incarna (così come Beethoven in campo musicale) per l’immaginario comune l’assolutismo dell’uomo incapace di scendere a compromessi perché interamente votato alla sua missione. Una dimensione che consuma inevitabilmente chi vi si trova immerso, soprattutto se diventa ossessione: “ieri stavo cercando di finire un autoritratto. Non mi veniva bene l’orecchio così l’ho tagliato e gettato” rivela Scorsese-Van Gogh al giovane che lo interroga sul vistoso bendaggio che gli incornicia il viso. “Oh, s’io avessi allora presagito,/quando mi avventuravo nel debutto,/che le righe con il sangue uccidono” sintetizzerà Pasternak qualche decennio più tardi descrivendo la rovina che la missione artistica sembra a volte esigere dai suoi adepti. E allora il verso dei corvi che riempiono l’ultima inquadratura assume un significato funereo, come l’onomatopeico never more! che riecheggia nella celebre poesia di Poe, unico possibile orizzonte a cui sono destinati questi artisti-profeti, così magnifici e affascinanti nella loro fanatica dedizione.
Kurosawa attraverso Van Gogh racconta qualcosa di sé, della sua ricerca estetica e della frustrazione di fronte agli inevitabili fallimenti. Nonostante il suo talento, furono molti i momenti difficili nella carriera del regista giapponese che arrivò persino a tentare il suicidio dopo l’insuccesso di Dodes’ka-den (1970). I dieci minuti di questo episodio appaiono come una riconciliazione con quella stagione sfortunata della sua carriera, volata definitivamente lontano come neri corvi.






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