Ogni inquadratura, ogni movimento della macchina da presa, ogni immagine, ogni gesto degli attori di Sono innocente! (You only live once, 1937) appare inesorabile. La vicenda è costruita da Fritz Lang come il racconto di un ingranaggio, in cui tutto sembra andare per il verso giusto ma in realtà degenera fino alla catastrofe finale. Inevitabile, diremmo. Uscito di prigione, Eddie Taylor (Henry Fonda) è intenzionato a rifarsi una vita onesta. Ha saldato il suo debito con la giustizia e lo attende l’amata Joan (Sylvia Sydney), la segretaria del suo avvocato che gli ha anche procurato un lavoro da camionista. Purtroppo però l’uomo è inseguito dai pregiudizi che lo circondano: durante la luna di miele viene cacciato dai proprietari dell’hotel che scoprono i suoi precedenti, il datore di lavoro non gli concede il beneficio del dubbio e lo licenzia in tronco per un futile motivo e – cosa ben più grave – viene scambiato per un rapinatore di banche colpevole dell’omicidio di sei persone. Per Eddie c’è la pena di morte. Ironia della sorte, poco prima dell’esecuzione viene individuato il vero colpevole ma Eddie ha già deciso di evadere e, per farlo, è costretto a uccidere il sacerdote della prigione: ora sì l’uomo è diventato un vero assassino, ed è costretto a fuggire insieme a Joan (e al loro bambino) che nel frattempo continua ad amarlo.

Da sempre Fritz Lang regola i suoi conti con la società e da sempre i suoi personaggi si muovono come emarginati, se non addirittura come reietti. Una caratteristica che viene accentuata dall’arrivo al di là dell’Oceano del regista viennese: perseguitato dai nazisti, il conflitto con la società assume anche contorni personali. Il cineasta è inoltre ossessionato dal linciaggio, la giustizia sommaria: non a caso il suo primo film statunitense (Furia, 1936) era incentrato proprio intorno a questo tema. Evidentemente l’attitudine manichea a semplificare, a ignorare la complessità dei problemi tipica degli americani doveva apparire come una delle loro caratteristiche principali agli occhi di Lang. Già maturo e disilluso ma non ancora amaro e disperato come negli ultimi film senza speranza (Quando la città dorme, L’alibi era perfetto), Lang si diverte a ribaltare la prospettiva con questo film ribelle e generoso in cui sottolinea la bassezza dei personaggi “sociali” e di contro la nobiltà della coppia “asociale”. I due braccati prendono quanto serve, perfino il loro bambino è semplicemente “baby”, mentre tutto intorno a loro è frutto di calcoli meschini (ad esempio il benzinaio rapinato dichiara di aver perso tutto l’incasso per ottenere un risarcimento maggiore…). Grazie alla magistrale fotografia di Leon Shamroy, il film può contare su un taglio espressivo e fosco. Sono innocente! ebbe diversi problemi con la censura per via di alcune scene di violenza, alquanto insolite per l’epoca, che portano a una riduzione di quasi 15 minuti rispetto al montaggio originale.

Non ancora la star che sarebbe diventata di lì a poco con Furore, con il suo volto buono e onesto Henry Fonda fornisce un’interpretazione perfettamente funzionale agli intenti di Lang. Il suo ragazzone con due o tre peccatucci sulla coscienza attira subito le simpatie dello spettatore che per questo soffre ancora di più per il baratro in cui gradualmente lo vede sprofondare. Al suo fianco la delicata e bravissima Sylvia Sydney evidentemente doveva piacere a Lang che, dopo Furia, la dirigerà anche in You and me (1938). È anche grazie al duo protagonista se Sono innocente! Sebbene un po’ invecchiato risulta essere ancora sorprendente, con la sua essenzialità, il suo rigore e la sincerità della sua storia.

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2 risposte a “La storia crudele di un uomo braccato”

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    1. Avatar Alessandro Garavaglia
      Alessandro Garavaglia

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