Pochi hanno saputo rappresentare la Polonia e la sua drammatica storia come Andrzej Wajda. Artista poliedrico, il regista (nato a Suwałki, 6 marzo 1926 e morto a Varsavia, 10 Ottobre 2016) è autore di una quarantina di film e quasi altrettante regie teatrali ma si è cimentato anche con la pittura e la fotografia. La seconda guerra mondiale, la sovietizzazione del suo paese, il socialismo fino al movimento di Solidarność fanno da sfondo alle sue opere in cui si dipana, come un filo rosso imprescindibile e riconoscibilissimo, quella che potremmo definire come la “tradizione spirituale polacca”. Spesso apprezzati per il loro valore formale e per la denuncia politica, i film di Wajda non hanno mai avuto il successo di pubblico che avrebbero meritato.

Nel 1957 i cinefili di tutto il mondo impararono a conoscerlo grazie alla sua seconda opera, I dannati di Varsavia (Kanał). Ambientato nel settembre del 1944 quando la capitale polacca era insorta già da due mesi contro l’invasore nazista, il film è la storia di uno degli ultimi battaglioni di resistenza e della sua odissea per raggiungere il centro città dalla periferia: ridotto ai minimi termini, questo manipolo di coraggiosi guidati dal tenente Zadra decide di attraversare il canale fognario per evitare di farsi tagliare fuori. La truppa inizialmente si ribella all’idea, preferendo piuttosto un combattimento all’ultimo sangue con la meglio equipaggiata Wehrmacht, ma finisce col cedere all’imperioso comando: la lunga e dolorosa camminata terminerà per tutti in una disfatta.
I dannati di Varsavia si inserisce tra il film d’esordio di Wajda, Generazione (1955) e Cenere e diamanti (1958), a costituire un ideale trittico antibellico e di critica alla retorica patriottarda al tempo dominante. Non poteva che essere così: suo padre, un ufficiale di cavalleria, fu tra le vittime del celebre massacro compiuto dai sovietici a Katyn. I dannati di Varsavia si fa ricordare per il realismo delle scene di combattimento e dello scenario di guerra, che fa apparire normale il ricordo di una persona cara viva fino a pochi giorni prima o feriti trasportati senza una gamba su una lettiga improvvisata. Non mancano un certo lirismo che, anche se appare un po’ datato nel suo ingenuo romanticismo, accentua efficacemente l’effetto generale: dopo aver declamato Dante, il musicista compositore Lastly perde il senno e l’orientamento, imboccando il groviglio di cunicoli come in una discesa agli inferi.

Questo spirito indipendente non poteva essere apprezzato nella Polonia comunista: alla sua uscita il film suscitò grandi polemiche e Wajda venne persino accusato di tradimento per aver ricondotto lo slancio eroico nazionale a un gruppetto di uomini e donne disperati e condannati a morte certa. Altre critiche riguardarono la totale mancanza di qualsiasi accenno allo sfondo più ampio (diremmo “popolare”) dell’insurrezione. Accoglienza ben diversa venne riservata dai critici e dai cinefili di tutto il mondo occidentale. Dal punto di vista artistico il film di Wajda è stato valutato positivamente, come l’opera di un cineasta già maturo. Basterà citare il
Premio Speciale della Giuria al Festival Internazionale di Cannes del 1957, ex aequo con il settimo sigillo.





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