È il 1963 quando Miloš Forman attende alla lavorazione del suo primo lungometraggio insieme agli amici Jaroslav Papoušek e Ivan Passer, che diventeranno tra i suoi più fidati collaboratori. L’idea del racconto L’asso di picche (Cerny Petr) di Papoušek viene presentata ai soliti studi Barrandov, che approvano e decidono di finanziare la proposta. Jan Vesely, il nuovo e aperto dirigente della filmografia statale, ebbe un ruolo fondamentale nel sostegno alla proposta dei tre.

Petr (il titolo originale, Pietro il nero, indica la carta della sfortuna, così come da noi, appunto, l’asso di picche…) è un sedicenne a cui viene affidato il compito di sorvegliare i movimenti dei clienti per evitare furti. Muovendosi goffamente tra gli scaffali, riesce a individuare una prima ladra, senza trovare però il coraggio di denunciarla. Pentito per la propria irresolutezza, nota in seguito il comportamento sospetto di un uomo che riconduce al negozio con grande schiamazzo guadagnando solamente un aspro rimprovero del direttore alla scoperta che si tratta di un loro superiore. Le scene di vita lavorativa sono inframezzate ad altre di tipo “privato”, che definiscono il carattere del protagonista e il suo background.

Petr esce con una ragazza, la porta al lago (spiandola mentre si spoglia in cabina) e a ballare, ma la storia non ha un seguito a causa dell’indifferenza di lei e dell’inettitudine di lui. Intrattiene dei rapporti altalenanti – in bilico tra l’incontro e lo scontro – con i suoi coetanei, con cui condivide timidezza e insicurezza. Uno di questi, altrettanto goffo ma più progredito perché “attivo” e in qualche modo professionalmente realizzato grazie alla sua occupazione da muratore, lo segue a casa dove conosce i genitori di Petr. La madre casalinga sforna dolci da offrire agli ospiti mentre sbriga le faccende domestiche, mentre il padre petulante arringa il figlio per indirizzarlo verso un comportamento più responsabile. Il tenero amore che l’uomo rivolge verso il figlio lo spinge a stimolarlo di continuo, proponendogli come punti di riferimento il proprio buon senso. Di fronte alla consueta apatia di Petr, il genitore vede una soluzione nella benefica influenza dell’amico: il figlio farà anch’egli il muratore, ma dovrà diventare almeno capomastro.

Non sarebbe del tutto corretto definire “socialista” il mondo de L’asso di picche. Certo alcuni personaggi-chiave del film descrivono in qualche modo l’ambiente con cui Forman doveva continuamente fare i conti – nella figura del padre che, come tanti cecoslovacchi della sua età, le vicende della storia ha indirizzato alla ricerca “di uno spazio minimale di sopravvivenza” , in quella del direttore del negozio, piccolo burocrate sessuomane che osserva con sguardi evidentemente libidinosi le dipendenti e il nudo riprodotto sulla parete o in quella dell’amico muratore proletario – ma i tre ambiti famiglia-lavoro-tempo libero all’interno dei quali la vita di Petr si muove sono piuttosto piccolo-borghesi.

La critica di Forman investe tutti e tre gli ambiti. La famiglia è dominata dal padre, caratterizzato da una tale vitalità superegoica da impedire il dialogo con il figlio e lo sviluppo di una sua autonoma personalità. L’ambiente di lavoro è un’enumerazione di realtà squallide e poco edificanti: il grande magazzino è gestito da incompetenti, i clienti rubano, tutto va a catafascio, con tanti saluti ad un’auspicata ‘moralità socialista’ e con effetti deleteri sullo sguardo ancora puro di un apprendista alla vita”. Nemmeno il tempo libero, come potrebbe?, si sottrae a questa indagine. Anzi, è proprio nella descrizione dei rapporti del protagonista con gli amici e le ragazze che lo sguardo del regista si fa più acuto e penetrante. La sequenza della sala da ballo è esemplificativa di questo modo di osservare la realtà: una sorta di “universo concentrazionario” che Forman popola di figure buffe e tragiche alle quali non viene negata comprensione e pietà, ma sulle quali nulla è taciuto, nulla è dimenticato. Ma sarebbe sbagliato accusare il regista di crudeltà, di cinismo: gli strali di Forman, se si appuntano in apparenza contro sintomi nevrotici, hanno in realtà un bersaglio più grande, profondamente radicato nel sociale. La frattura tra le generazioni, l’incertezza dei figli, la loro stessa goffaggine, sono il prodotto di una società balorda, sulla quale padri impotenti continuano a mentire.

Il budget ridotto, l’abitudine e una precisa scelta poetica indirizzano Forman al ricorso ad attori non professionisti. L’applicazione del metodo prevedeva un rischio calcolato, perché il regista imparava il testo a memoria per recitare agli attori ogni singola scena perché capissero come l’immaginava. “Dovevo essere sicuro che sapessero quale fosse la situazione e come i loro personaggi dovessero porsi in relazione a essa. Poi si andava avanti di filato, senza prove”. In un’ottica di bilanciamento tra attori di mestiere e non professionisti,rientra il caso di Vladimir Pucholt. La capacità dell’eccentrico attore (abbandonerà la carriera per diventare medico) di recitare con scioltezza esaltava con estrema naturalezza l’autenticità degli attori non professionisti innescando un vero e proprio circolo virtuoso.

L’abilità dimostrata da Forman di percepire il dettaglio e catturare i piccoli e apparentemente insignificanti avvenimenti della vita quotidiana – scelti con efficacia come i più rappresentativi – concorre al successo de L’asso di picche: in patria il film riceve il premio dei critici ma il plauso valica i confini nazionali e Forman ottiene il Gran Premio (Vela d’oro) e Premio della giovane critica al Festival di Locarno, il premio della Federazione Italiana Circoli del Cinema e quello della rivista Cinema al Festival di Venezia, a cui si aggiungerà nel 1967 il Jussi Awards per il Miglior regista straniero. Dal punto di vista strettamente cinematografico, la contiguità con la nouvelle vague (il Truffaut de I 400 colpi è sicuramente il più immediato riferimento) e con il free cinema di Reisz e Richardson ha sicuramente contribuito a fare da cassa di risonanza: l’accostamento a grandi cineasti testimoni la nascita di una nuova stella nel firmamento della cinematografia europea.





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