Franco (Diego Abatantuono), Ugo (Gianni Cavina), Gabriele (Alessandro Haber) e Stefano (George Eastman) sono quattro amici che la vita ha separato. Ognuno porta con sé il suo carico di fallimenti: Ugo è separato dalla moglie e tira a campare con squallide televendite di scarso successo, Gabriele è ancora “vice” per la pagina del cinema del quotidiano locale, nessuno legge le sue recensioni e vive nel culto di John Ford di cui ha pronta una biografia che nessun editore è disposto a pubblicare, Stefano campa con i proventi di una palestra ma è costretto a nascondere la propria omosessualità con un matrimonio di facciata e Franco gestisce senza successo un cinema del centro di Milano e si trova sull’orlo del fallimento economico. Tra Franco e Ugo c’è una vecchia ruggine mai superata: Ugo ha tradito la fiducia dell’amico andando a letto con Martina, la moglie di Franco che si sentiva trascurata dal marito a causa della sua passione per il gioco.
Dopo parecchi anni dall’ultima volta insieme si ritrovano una notte di Natale intorno al tavolo da poker per spennare l’avvocato Antonio Santella (Carlo Delle Piane), un omettino all’apparenza viscido e sgradevole, con una vera e propria mania per le donne, disposto a dimenticare l’eccessiva cortesia che dimostra se qualcuno lo infastidisce. La trappola che Ugo ha preparato prevede che sia Franco – il più bravo con le carte – a spillare i soldi a Santella, mentre gli altri, complici, faranno da sparring partner per poi dividere il bottino alla fine della nottata. Tutto sembra procedere secondo i piani ma, mentre i ricordi di una vita affiorano nella mente di Franco, qualcosa all’improvviso va storto…

Amaro. Cinico. Perfino spietato: così si potrebbe definire il Regalo di Natale che Pupi Avati estrae dal cilindro a metà degli anni Ottanta (correva l’anno 1986). La storia di quattro perdenti (più uno, quella Martina che apre e chiude il film e il cui ricordo, vero e proprio “convitato di pietra”, aleggia sulla tavola dei giocatori) è una storia di amicizia declinata nel suo modo più cupo. Se nella miniserie televisiva Jazz Band (1978) l’amicizia era solare e consolatoria, in questo film tradimenti, inganni e disillusioni si intrecciano costituendone la trama: lo spirito del Natale non potrebbe essere più lontano di così e addirittura, in un impeto di masochismo e autocommiserazione, Ugo spinge uno dei suoi quattro figli ad ammettere che “a Natale, è vero, è più bello stare senza papà”.

Il discontinuo regista bolognese, che ha sempre alternato buoni film ad altri decisamente poco riusciti, si trovava reduce nel 1986 da una serie di insuccessi commerciali che sembravano precludere la possibilità di accesso a budget rilevanti. Poco male, perché Avati, nella sua lunga carriera, ha sempre dato il meglio di sé con il cinema economico. Sull’idea originale di Regalo di Natale, le informazioni sono discordanti: lo stesso regista, che ama raccontare di sé e dei grandi personaggi che ha incontrato in oltre cinquant’anni di lavoro, ha fornito due diverse versioni dei fatti. Secondo la prima, ricevette da un biscazziere conosciuto durante una festa dell’Unità il suggerimento di un film su una partita di poker mentre la seconda farebbe risalire l’ispirazione a una serata triestina.

Quel che è certo è che avrebbe dovuto essere Lino Banfi a interpretare il ruolo di Franco. L’accordo con l’attore pugliese era già stato raggiunto, quando Banfi dovette ritrattare per il suo ingaggio ne Il commissario Lo Gatto di Dino Risi. Che fare? A una settimana dall’avvio delle riprese, Avati ripesca Diego Abatantuono che, deluso dal cinema, aveva smesso di fare l’attore e si era ritirato a dirigere un night a Rimini. Mai scelta fu più azzeccata! Il film costituisce una svolta per Abatantuono, che si rilancia in grande stile e riesce ad affrancarsi definitivamente dall’immagine del “terruncello”. Intorno al suo volto scavato, alla sua presenza pesante, al suo passo da sconfitto e alla voce che sembra pronunciare a fatica ogni battuta, ruotano gli altri interpreti in grandissimo spolvero. Citazione obbligata per Alessandro Haber, perfettamente a suo agio nei panni del nevrotico giornalista sull’orlo della disperazione, e per Carlo Delle Piane, tanto più demoniaco quanto più anonimo e apparentemente innocuo. Sarà proprio Delle Piane a raccogliere i riconoscimenti individuali di maggior rilievo vincendo la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile al Festival di Venezia. 

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