Emmi è una donna con più passato che futuro che si mantiene facendo le pulizie. La sua vita di vedova con tre figli ormai adulti e con cui intrattiene rapporti conflittuali scorre tranquilla fino a quando incontra per caso un immigrato marocchino in un bar dove era entrata a ripararsi dalla pioggia. Quasi per gioco, i due si mettono a ballare ed escono insieme dal locale. Quando la donna invita l’uomo, che ha perso l’ultima corsa dell’autobus che lo riporta a casa, a dormire da lei, tra i due nasce inevitabilmente un rapporto di amore. Le loro esistenze da emarginati si completano a vicenda, ma nella Monaco di Baviera degli anni Settanta non è facile far accettare l’unione di una donna ormai anziana con uno straniero proveniente da un paese così diverso per cultura e tradizioni.

Tutti osteggiano la decisione di Emmi, a partire dalla sua famiglia fino alle colleghe e ai negozianti di quartiere: questa condanna (e il relativo isolamento sociale) è palese e netta e, nonostante i due tirino dritti per la loro strada decidendo perfino di sposarsi, alla lunga fa sentire le sue conseguenze. Marito e moglie decidono così di prendersi una vacanza e, al ritorno, la situazione intorno a loro sembra essere migliorata. La tempesta tuttavia è dietro l’angolo perché Alì, sempre più nervoso e logorato, tradisce Emmi con una vecchia fiamma. I due si ritrovano nel bar dove è tutto cominciato: lui perde un sacco di soldi al tavolo da gioco e lei torna a bere da sola. La musica del juke-box che aveva favorito il loro incontro li riunisce in un ballo durante il quale si riconciliano. Sul più bello Alì si accascia in preda a un forte dolore: come tanti stranieri in Germania, anche lui soffre di ulcera…il film si chiude nella stanza d’ospedale dove lo ricoverano, mentre Emmi lo osserva amorevolmente.

Liberamente ispirato a Secondo amore di Douglas Sirk (1955), La paura mangia l’anima (Angst essen Seele auf, 1974) è il decimo lungometraggio di quel prolifico regista che fu Rainer Werner Fassbinder. Nonostante la fine prematura giunta per overdose all’età di trentasette anni, questo autore-icona del Nuovo Cinema Tedesco realizzò circa una quarantina di opere nel corso della sua carriera, caratterizzate dal tentativo continuo di rappresentare il conflitto tra individuo e società. Nemmeno questo film – che ricordo di aver visto in un passaggio su Fuori Orario con il titolo Tutti lo chiamano Alì e ora disponibile gratuitamente su Dailymotion – si sottrae a questa regola. Sebbene lontano anni luce dalla crudezza perfino stomachevole di alcune tra le sue opere più celebri (e scandalose), La paura mangia l’anima è un esempio emblematico della poetica di Fassbinder, che lo produsse e ne realizzò soggetto e sceneggiatura, oltre a comparirvi in un piccolo ruolo. Attraverso il suo caratteristico stile – curato nella composizione estetica, ma minimale nella messa in scena – in cui straniamento e realismo si compenetrano, Fassbinder crea un piccolo saggio sul razzismo, sulle sue origini e sui pregiudizi che lo alimentano.

Però La paura mangia l’anima è anche un film sulla solitudine e sull’amore. “Non è uno scherzo, è vita” sono le lapidarie parole che Elli pronuncia di fronte ai figli, esterrefatti per essere stati informati che la loro madre ha appena sposato uno straniero di vent’anni più giovane. La varietà dei casi che l’esperienza di tutti i giorni ci propone, ci insegna che ogni individuo cerca di sopravvivere nel modo migliore e più dignitoso possibile. In questo senso, il padrone di casa di Elli è il portatore di un messaggio positivo: prende atto della scelta della sua inquilina e la difende dalle insinuazioni dei vicini, dicendo che “non ci vede nulla di male né di poco decoroso”. Che cosa resta agli uomini per cercare di comporre il conflitto con le convenzioni, per reagire quando la rabbia o l’astio della società sembra soffocare i sentimenti? “Se stiamo insieme allora dobbiamo volerci bene, altrimenti senza questo la vita non vale niente” è la conclusione di Elli, nella scena commovente del ballo di riconciliazione con il marito. In questo senso, La paura mangia l’anima sconfina dalla tematica (circoscritta, per quanto importante) del razzismo e diventa esistenziale. Presentato in concorso a Cannes, il film contribuì a rafforzare la fama del cineasta monacense. 

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