Capitale multiforme e misteriosa d’Europa, manifesto vivente di quell’idea di multiculturalità e sincretismo che ne è stata la ricchezza, Praga è senza dubbio annoverabile tra la città che hanno saputo sviluppare una vera e propria commistione anche in ambito letterario. Alla componente autoctona di lingua ceca che ha il suo monumento ne Il buon soldato Sc’vèik di Hašek, si è affiancato l’elemento germanico e quello ebraico che – fino alla tempesta scatenata dai nazisti sullo storico ghetto – è stata una parte fondamentale della vita culturale della città boema. In particolare, l’essenza spirituale della Praga ebraica è ben riconducibile a tre romanzi-manifesto pubblicati (in tedesco) all’inizio del secolo scorso: se Il Golem di Meyrink si può ricondurre all’ambito esoterico-cabalistico e Il processo di Kafka all’oppressione (l’ossessione?) di fronte alla Legge, Di notte sotto il ponte di pietra rappresenta l’elemento onirico. Questo libro consente al lettore di prendere coscienza gradualmente dei collegamenti tra le singole storie, che si possono leggere anche in modo indipendente e non sono ordinate cronologicamente ed è una vera e propria ode alla città, alla sua storia, ai miti del vecchio ghetto e alle sue leggende: “per tutta la vita non mi sono liberato dalla Praga della mia giovinezza. Ho inseguito sempre il fantasma del ghetto praghese cercandolo dappertutto” scriverà Perutz in vecchiaia.

Scritto in un arco di tempo lunghissimo – Leo Perutz ne iniziò la stesura nel 1924 per terminarlo solo nel 1951 – Di notte sotto il ponte di pietra è composto da 14 storie ambientate nel XVI secolo, durante l’epoca d’oro della città, legate alla storia d’amore impossibile tra la bella ebrea Esther e Rodolfo II d’Asburgo, il sovrano più amato dai boemi, celebre per aver trasferito la capitale da Vienna a Praga. Il re, che si dedicò al culto delle scienze occulte nell’ossessiva ricerca della pietra filosofale e radunò raffinate opere d’arte e curiosità di ogni tipo in una mitologica wunderkammer animando la sua eterogenea corte con intellettuali, scienziati e pensatori ma anche imbonitori e cialtroni di ogni genere, è una delle figure storiche chiave del romanzo: l’altra è quella del grande Rabbi Löw (protagonista anche nel romanzo di Meyrink: è lui che anima il Golem per proteggere il ghetto) che appare nel primo, nel settimo e nel quattordicesimo capitolo rispettando la frequenza cabalistica del divino sette.

Niente di strano: ricordiamo che Perutz esercitava la professione di matematico assicurativo ed era talmente dotato di spirito geometrico da arrivare alla stesura di un teorema che ancora oggi porta il suo nome (oltre che alla redazione di un manuale di bridge, pubblicato sotto pseudonimo). Intorno a questi due giganti della storia, ruotano i personaggi di fantasia che – come sempre nel campionario dello scrittore – si collocano alla periferia dei grandi avvenimenti, che subiscono con la rassegnazione degli umili e la docile sottomissione dei minori. Questa capacità matematica è una delle chiavi di lettura dell’opera letteraria di Perutz e c’è chi ha teorizzato che la perfetta esattezza architettonica della sua scrittura non sia altro, in fondo, che un modo per occultare e perfino esorcizzare l’angoscia. Scrive Marino Freschi nella sua postfazione all’edizione tascabile1 che “la formazione matematica di Perutz, nonché la sua discreta ma pur sempre consistente frequentazione del patrimonio leggendario e mitico, spiegano la “logica del meraviglioso”, in cui Hermann Broch intravedeva lo specifico ossimoro che regola la scrittura di Perutz”. Nessuna premessa migliore per poter trasporre in un testo lo spirito della Praga rodolfina.

Perutz fu uomo dalle forti contraddizioni, anche dal punto di vista biografico: appartenente a una famiglia ebrea praghese borghese e secolarizzata (cioè non osservante), non rinunciò mai alla sua identità di ebreo-tedesco della diaspora nemmeno in Palestina, dove si rifugiò dopo il lungo periodo viennese per fuggire alle persecuzioni naziste. Anti-sionista e propugnatore di uno Stato binazionale, proprio il fallimento di una nuova patria a cavallo tra due culture lo spinse a tornare in Austria dopo la Seconda Guerra Mondiale. Di formazione asburgica e come Joseph Roth sostenitore dell’ancien regime che identificava in un’idea di Europa libera dagli odii nazionalistici, trovava in Austria il contatto con la propria memoria personale che – sebbene mutilata e straziata (la morte dell’amata moglie avvenuta nel 1928 appena dopo la nascita dell’ultimo figlio l’aveva condotto alle soglie della malattia mentale) – rimaneva la sua identità spirituale. Persino il rapporto di Perurz con la letteratura fu assai disturbato, complici anche i modi scostanti e arroganti del romanziere. Nonostante questo, il successo fu enorme negli anni Venti e Trenta del secolo scorso: oltre agli ottimi volumi di vendita delle sue opere,  la sua prosa venne apprezzata da Torberg, Adorno, Lernet-Holenia, Polgar, Broch, Kisch, Tucholsky, von Ossietzsky, Musil e Borges


1 M. Freschi, All’inseguimento di Praga, in L. PerutzDi notte sotto il ponte di pietra, E/O, Milano 1991 – pag. 236 

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