“Sono rimaste solo 550 tigri. Firmate per salvare la tigre”. Il giovane che esorta i passanti a fare una donazione per contribuire a proteggere la tigre, non immagina che anche Harry Stoner, titolare di una ditta di confezioni interpretato da Jack Lemmon in Salvate la tigre (1973, regia di John G. Avildsen, lo stesso del primo Rocky), è a modo suo una creatura a rischio d’estinzione: è infatti un bravo borghese americano che non riesce più a comprendere il mondo e, soprattutto, la società in cui vive; tutti i suoi ideali, gli ideali della sua generazione, sono crollati. La necessità di salvare l’azienda lo metterà di fronte a dilemmi che farebbero la gioia didattica e teoretica di un filosofo esistenzialista alla Sartre: rimpiange la dirittura morale del passato, ma è poi costretto a truccare i conti, a fornire brave squillo a certi clienti, e a dar fuoco allo stabilimento pur di risparmiare la ditta dal fallimento. Ogni tanto un pizzico di umorismo: a tutti quelli che, incrociandolo in azienda, gli fanno i complimenti per i suoi abiti dal gusto impeccabile e dal perfetto taglio sartoriale, Harry Stoner risponde, senza fermarsi, “Passati, seta italiana”.

Per Salvate la tigre, Jack Lemmon (1925-2001) ha vinto il secondo Oscar come attore protagonista (il primo è per La nave matta di Mister Roberts, 1955). Harry Stoner è un piccolo, ma bravo imprenditore del tessile (è titolare della ditta di confezioni femminili “Capri”) che deve affrontare i mille problemi conseguenti a una crisi aziendale e prima ancora di mercato, ma deve anche gestire tutti quei fastidiosi, per non dire imbarazzanti, aspetti della vita quotidiana e lavorativa che vanno dalle ruggini e dalle incomprensioni tra vecchi dipendenti e nuove leve (paradigmatiche a questo proposito le rimostranze dell’anziano operaio che non va d’accordo con il giovane stilista Rico) alle richieste piccanti e rischiose di certi clienti strategici che non possono fare a meno dei servizi erogati dalla navigata escort Margo (Lara Parker). Stoner non è entusiasta, ma deve rassegnarsi: se non trova la brava Margo, che, come potete immaginare, ha l’agenda piena di impegni, il cliente taglia gli ordini. Ma questo è niente: suo malgrado, e pur di non chiedere i soldi agli usurai, Harry Stoner dovrà arrendersi all’idea di affidarsi a un professionista degli incendi per riscattare l’indennizzo assicurativo.
Quest’anno è il centenario dalla nascita (1925) di quello che per me -scusate l’esagerazione da fan- è il più grande attore americano del Dopoguerra, soprattutto se pensiamo a un certo tipo di film commedia, agrodolce o tragicomico, che solo l’industria del cinema americano ha saputo produrre soprattutto negli anni Settanta. Lo ricordo nelle storie brillanti ed elegantemente equivoche come Some like it hot (A qualcuno piace caldo, 1959) e Irma la dolce (1963) con Shirley McLaine -per citare due dei più celebri film girati da Billy Wilder con il quale Jack Lemmon recitò in 7 pellicole- fino a La strana coppia (1968, The Odd Couple) con Walter Matthau (con il quale formò uno dei più celebrati duetti tragicomici del cinema mondiale), e ai ben più drammatici Un provinciale a New York (1970), Prigioniero della seconda strada (1975), Airport 77 (1977), Sindrome Cinese (1979), Missing (1982) di Costa Gavras, e Jkf. Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone.

Nello straordinario Americani di James Foley (1992), girato quasi interamente in un ufficio vendite, Jack Lemmon interpreta il ruolo di un agente più anziano che non riesce più a stare al passo con i target imposti dal direttore, un perfetto stronzo con l’orologio da trentamila dollari (l’attore è Alec Baldwin), che incarna il vincente, il business man di successo secondo la visione tarata di una cultura americana purtroppo ritornata al potere. In effetti, Jack Lemmon non interpreta quasi mai parti da vincente, da perfetto americano con il sorrisone a 52 denti (finti), da squalo della Borsa, da inguaribile servo-muto dell’Ottimismo Regnante. Non è nemmeno un marginale o un totale perdente. È un tipico rappresentante di un’onesta, ben educata, istruita e normale media borghesia americana che deve sopportare le storture del sistema sociale ed economico dominato da principi e modelli che sono tutto fuorché l’incarnazione dell’onestà, della buona educazione, della cultura e dell’istruzione. Nelle sue interpretazioni più tragicomiche è quasi sempre vittima suo malgrado (mai tacita o sottomessa. Rassegnata, sì. Spesso esasperata) come accade ne L’appartamento (1960) di Billy Wilder, un altro “must be watched” della sua filmografia.

Una scena nel film Salvate la tigre mi è sempre rimasta impressa e oggi torna quanto mai attuale: Harry Stoner, durante il discorso di presentazione della sua nuova collezione, rivede improvvisamente, tra il pubblico, i volti -feriti e maciullati- dei suoi compagni morti durante lo sbarco ad Anzio dell’esercito statunitense, seconda guerra mondiale. In pieno stato confusionale Stoner riesce, grazie alla sua assistente, a scendere dal palco: mentre assiste alla sfilata è avvicinato da uno strozzino, che gli fa vantaggiose offerte per procurargli il denaro di cui l’azienda necessita. Stoner lo liquida e va, insieme all’amico e socio di vecchia data, Phil Greene, in un cinema porno dove i due dovevano incontrare Charlie Robbins (Thayer David), un esperto di incendi. L’uomo gli dà appuntamento nello stesso luogo l’indomani, dopo aver fatto un sopralluogo. Famosa la sentenza di Charlie Robbins: “Non confondete la moralità con la tecnologia”.
La visione degli ex compagni nello sbarco ad Anzio rafforza in Harry Stoner il risentimento verso un’America irriconoscibile, che ha perso i valori nei quali era cresciuto: “Senti, per favore: non mi venire a parlare dell’America! Io ho un sacco di amici ad Anzio, sotto la sabbia, con i bikini seduti sopra. Una volta mi veniva la pelle d’oca ogni volta che guardavo quella bandiera. Quand’ero ragazzo e stavo solo in una stanza a sentire la radio e suonavano l’inno nazionale, io mi alzavo in piedi, tutto solo in quella stanza, e mi mettevo sull’attenti. Non mi venire a parlare dell’America! Adesso con quella bandiera ci fanno i sospensori!”.

Harry Stoner è un uomo deluso, disincantato, stanco, ma ancora combattivo. Ecco alcune battute di uno dei dialoghi più intensi del film. Si svolge tra Harry e un suo operaio anziano ((Sir Fivush, interpretato da Red Glass) che era stato fra l’altro in un campo di concentramento: l’operaio gli chiede “Che cosa vuoi? Coraggio, dimmelo. Ti ascolto. Io sono una vecchia roccia: dimmelo cosa vuoi. Harry Stoner risponde lapidario e malinconico: “Un’altra stagione”. “Tutto qui? -gli risponde l’operaio- Un’altra stagione? Solo sopravvivere: niente più sogni, niente più speranze?”. “Speranze? Ce l’hanno solo le vecchiette che vanno a Las Vegas con un sacchetto pieno di monetine. Quelle hanno ancora la speranza”. Potremmo mettere questo dialogo come didascalia dell’Italia. Un personaggio complesso, Harry Stoner, un Amleto contemporaneo, perché dissociato da un contrasto insanabile: mantenere l’onestà, la dirittura morale vuol dire non scendere a compromessi; ma è purtroppo con questi che Harry Stoner dovrà salvare la sua azienda. La parte morale (o moralistica) della sua coscienza è rappresentata dal socio Phil Greene con il quale ha discussioni epocali.
Il dramma di Harry Stoner è anche quello di non riuscire a “staccare” dalla sua crisi esistenziale, come accade a tutte le persone serie. Questo aspetto è evidente nelle scene finali quando Stoner conosce una ventenne hippy con la quale ha una breve relazione. La ragazza sembra comprenderlo molto di più della moglie. “Nobody’s twenty” commenta con garbata ironia Harry Stoner, “nessuno ha più vent’anni”. Da ricordare che la sceneggiatura di Salvate la tigre (candidata all’Oscar e vincitrice del Writers Guild of America Award) porta la firma di Stephen Shagan che da essa derivò l’ispirazione per il suo primo romanzo, uscito nel 1972, un anno prima del film.






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