Chiunque voglia scorrere la lista dei cento migliori film britannici del XX secolo stilata dal British Film Institute nel 1999 sarà forse sorpreso di trovare nelle primissime posizioni un titolo un po’ dimenticato. Se è difficile contraddire infatti la scelta dei compilatori di mettere Il terzo uomo in cima all’elenco, seguito da ben tre film di David Lean con la significativa intromissione del Sir Alfred de Il club dei 39 (quarto), in sesta posizione ci si imbatte in Sangue blu (Kind hearts and coronets, 1949: “I cuori gentili valgono più delle corone, e la fede semplice più del sangue normanno”: questi i versi di Tennyson che danno al film il suo titolo originale) una commedia nera di Robert Hamer disponibile su Amazon Prime Video. 

Sangue blu è certamente l’opera più rappresentativa tra quelle realizzate dagli Ealing Studios, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si specializzarono in commedie che stigmatizzavano con ironia e intelligenza i costumi del popolo di Sua Maestà. Quello stesso anno gli Studios realizzarono anche Passaporto per Pimlico (candidato agli Oscar per la sceneggiatura originale), da cui Sangue blu tuttavia si distingue per la sua amoralità, la virulenza del suo argomento e il suo modo di sconvolgere completamente tutti i valori inglesi. Se ora tutto questo può sembrare eccessivo per una commedia, si tenga presente che il Paese era alle prese con la ricostruzione del dopoguerra e l’identità nazionale aveva costituito una base per unire il popolo di fronte alle avversità: il freddo individualismo dell’eroe del film sconvolge lo spietato sistema di classi della società inglese non meno apertamente di quanto aveva fatto il recente conflitto.

Il film è basato sul romanzo Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman del 1907. La sceneggiatura riprende la premessa e l’ambientazione dell’Inghilterra edoardiana (simbolo di ingiustizia che risale a tempi lontani), ma apporta diversi cambiamenti importanti. L’eroe assassino del romanzo era per metà ebreo, e questa caratteristica potrebbe indicare l’antisemitismo dell’epoca o, al contrario, denunciare l’immagine egoistica che la gente aveva a quel tempo degli ebrei. Un’ambiguità impossibile da mantenere dopo la guerra contro i nazisti ma Hamer, volendo associare questa lotta di classe a una certa forma di razzismo, renderà italiano l’eroe (che nell’adattamento per il nostro paese diventerà spagnolo). La crudeltà del romanzo in cui l’eroe non esita a uccidere i bambini per raggiungere i suoi scopi è volta in deliziosa ironia da un umorismo nero espresso in particolare dalla distaccata voce narrante fuoricampo.

Dopo che sua madre ha scelto l’amore anziché la nobiltà sposando un tenore italiano, il piccolo Louis si ritrova separato dalla stirpe degli Ascoyne-Chalfont, una prestigiosa famiglia nobile inglese. Nonostante le sue modeste origini, il bambino viene cresciuto nel ricordo del suo rango di cui studia gli alberi genealogici e per questo gli viene proibito di mescolarsi con altri bambini indegni di lui. I D’Ascoyne, tuttavia, non vogliono avere nulla a che fare con questa imbarazzante famiglia e si rifiutano di aiutare finanziariamente Louis e sua madre o di contribuire alla sua carriera. Costretto a lavorare come semplice commesso, una volta adulto Louis (Dennis Price) vede tuttavia il suo risentimento assumere una dimensione completamente nuova quando alla madre, tragicamente scomparsa, viene negato un loculo nella tomba di famiglia. Decide allora di riconquistare il posto che gli spetta assassinando gli otto eredi Ascoyne che lo separano dal ducato (tutti interpretati da Alec Guinness): a complicare la sua scalata, l’amore per l’amica d’infanzia Sibella (Joan Greenwood) e quello per la bella Edith di Ascoyne (Valerie Hobson)…

Dennis Price è perfetto per esprimere la condiscendenza dei ricchi verso le classi inferiori e l’avidità dei poveri di elevarsi a tutti i costi nella società. Anche se inizialmente si può essere commossi dalle sue delusioni (in particolare per la morte della madre, l’unica scena in cui sembra esprimere un’emozione sincera), la sua fredda determinazione nel crimine, il modo sempre più arrogante di imporre la sua presenza da gentiluomo e le sue risposte distaccate finiscono per renderlo antipatico quanto coloro con cui combatte. I due personaggi femminili rappresentano ancora meglio questa duplice natura, manifestazione dei due mondi da cui proviene il nostro eroe. La depravazione, l’ambizione e la capacità di calcolo di Sibella sono eguagliate solo dalla prudenza, dall’ingenuità e dalla consapevolezza del suo status di Edith. La seduzione provocatoria della prima trova il suo contraltare nella presenza e nell’elegante bellezza della seconda. 

La messa in scena di Robert Hamer contribuisce a questo approccio con la sua inventiva: le maestose visioni del lusso in cui vivono i D’Ascoyne non sono solo addolcite dai loro atteggiamenti arroganti e hanno un tremendo contrappunto nelle morti ridicole che il regista filma con un senso della gag (l’ammiraglio annegato, la caduta nella cascata) e delle situazioni grottesche (il prete avvelenato) che trasformano il tutto in un delizioso gioco del massacro in cui la risata attenua la violenza delle situazioni. Stupidi, egocentrici e fuori dal mondo tra i piani alti, pronti a tutto per avere successo, freddamente interessati e immorali tra la gente, gli aristocratici che si aggrappano ai propri privilegi si dimostrano tanto spregevoli quanto i popolani che sognano solo di prendere il loro posto. Questa è l’Inghilterra turbolenta che Robert Hamer ci descrive. Il finale rende omaggio a questo trionfo della cattiveria (e all’estensione di facciata di questi valori con il boia e il personale carcerario così deferenti nei confronti del duca) e del cinismo calcolatore, della lussuria e del conforto offerti al nostro eroe dalle due pretendenti, uno delle quali dovrà scomparire.

Menzione finale per Alec Guinness su cui le testimonianze divergono. Pare che l’attore, originariamente destinato a interpretare uno, due o addirittura quattro ruoli, si sia offerto volontario quando seppe delle difficoltà che i direttori del casting avevano nel trovare comparse che gli somigliassero anche solo in parte fisicamente. L’idea fu trovata divertente e stimolò l’inventiva del direttore della fotografia Douglas Slocombe quando si trattò di riunire tutti i genitori D’Ascoyne nella stessa inquadratura. Per evitare trucchi troppo grossolani che avrebbero potuto alterare la resa dell’immagine, si optò per un espediente ereditato dal cinema delle origini, con un sistema di riavvolgimento della pellicola e successive impressioni dell’attore in ogni ruolo. La sequenza, seppur molto breve, richiese diversi giorni di riprese e contribuì ad arricchire la leggenda del film. Tuttavia l’attore, che trova qui in qualche modo l’apice della sua consueta inclinazione al trasformismo che lo portava a cambiare volto ed età a ogni nuovo film, resta relegato sullo sfondo. Da notare anche che avrebbe ricominciato, sempre per Ealing, nel 1957 con Il capitano soffre il mare di Charles Frend, dove interpretò il personaggio principale e i suoi sei antenati marinai. La sua performance in Sangue blu ispirò Steno e Totò per la realizzazione di Totò Diabolicus.

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