Ci sono film che non inventano un genere ma lo perfezionano. La tarantola dal ventre nero (1971) di Paolo Cavara appartiene a questa categoria: non il punto d’origine del giallo all’italiana, ma la sua piena maturità formale, il momento in cui la lezione di Dario Argento – da L’uccello dalle piume di cristallo in poi – si trasforma in un linguaggio autonomo, elegante e terribilmente seducente. Cavara, regista colto e curioso, plasma un thriller che unisce la tensione poliziesca alla raffinatezza visiva, dove la morte diventa un gesto quasi estetico, come se il sangue servisse a dipingere i contorni di una bellezza corrotta.

La trama si apre con un omicidio destinato a segnare l’immaginario del genere: una donna, Maria Zani (Barbara Bouchet), viene paralizzata da un veleno iniettato con un ago sottile, e poi orrendamente sventrata mentre rimane cosciente. Il commissario Tellini, interpretato da un Giancarlo Giannini giovane ma già stanco, viene incaricato delle indagini. Quella che sembra un’oscura vendetta privata diventa presto una catena di delitti, accomunati da un modus operandi identico. Tra le vittime, tutte donne bellissime e apparentemente inarrivabili, si nasconde un filo che conduce a un giro di ricatti, fotografie compromettenti e un salone di massaggi che nasconde più di quanto mostri. Il simbolismo entomologico – la “vespa nera” che paralizza la tarantola prima di deporle le uova – diventa la chiave del titolo e il cuore allegorico del film: la violenza come esercizio di dominio, il corpo come territorio da conquistare.

Cavara, regista dotato di occhio quasi documentaristico, si muove con grazia tra i cliché del genere e un senso di compostezza formale che lo distingue. È come se osservasse il mondo di Argento da un punto di vista più malinconico e meno ossessivo. I guanti neri, le soggettive dell’assassino, i coltelli lucidi e la musica che s’insinua come un veleno nella mente ci sono tutti, ma qui non diventano esercizio di stile: servono a costruire un universo chiuso, claustrofobico e allo stesso tempo mondano, dove la borghesia romana si dissolve tra specchi, vetrine e ombre.

A dare forza al film è soprattutto la presenza disincantata di Giancarlo Giannini, in un ruolo di poliziotto che sembra portare addosso la fatica morale dell’indagine. Tellini non è un eroe positivo, né un genio investigativo: è un uomo in bilico, schiacciato dal sospetto e dal dubbio, incapace di trovare un senso in ciò che indaga. Quando il ricatto tocca la sua stessa vita privata – un filmato compromettente lo mostra nella propria camera da letto – l’inchiesta si trasforma in una ferita personale. È in questo scarto, in questa perdita di fiducia, che La tarantola dal ventre nero trova il suo tono più autentico.

Accanto a lui, Stefania Sandrelli è perfetta nel ruolo della moglie: un volto luminoso che introduce un contrappunto umano e affettuoso nel clima torbido del film. La sua presenza dà misura alla disperazione di Tellini, come se fosse l’unica finestra di purezza in un mondo dove ogni corpo femminile è potenzialmente destinato a diventare vittima. Barbara Bouchet, Claudine Auger e Barbara Bach – tre Bond girl in un solo film – offrono al contrario quella bellezza glaciale e sensuale che Cavara filma con la stessa attenzione di un entomologo per le sue prede.

E poi c’è la musica: Ennio Morricone, come spesso accade nei gialli migliori, è il vero protagonista invisibile. Le sue partiture alternano pulsazioni morbide e note acute, trasformando ogni scena in un rito ipnotico, dove il suono precede la paura e la paura precede la morte. L’accoppiata Cavara-Morricone funziona alla perfezione, donando al film un’eleganza sonora che pochi titoli del periodo possono vantare.

A sostenere questa costruzione raffinata c’è anche la figura, poco ricordata ma fondamentale, del produttore Marcello Danon. Nato a Tunisi nel 1919, Danon fu uno dei produttori più intelligenti del cinema italiano del dopoguerra: a lui si devono successi come Il vizietto e molti film capaci di unire ambizione artistica e appeal commerciale. La sua presenza dietro La tarantola dal ventre nero garantisce quella cura produttiva che si percepisce in ogni dettaglio: ambientazioni lussuose, fotografia limpida, costumi sofisticati, perfino una Roma che non è solo sfondo, ma personaggio.

Il film, spesso definito il miglior esempio di imitazione del giallo argentiano, è in realtà qualcosa di più sottile: una reinvenzione, quasi una versione “borghese” del terrore. Dove Argento si abbandona alla follia e al colore, Cavara dosa il sangue con misura, preferendo la tensione elegante al puro shock. Le sue donne non sono solo vittime, ma simulacri di un desiderio collettivo, icone di un’epoca che confonde eros e violenza, bellezza e morte. Non è un caso che la critica abbia parlato, nel tempo, di affinità con il giallo argentino – non tanto per nazionalità, quanto per quella miscela di sensualità, mistero e perversione che caratterizza il cinema di Buenos Aires degli stessi anni.

Eppure, proprio quando tutto sembra perfetto, il film inciampa nel suo finale. Il colpevole – che qui non è il caso di svelare – appare meno sorprendente di quanto ci si aspetti, e la risoluzione, pur coerente, manca di quel colpo di coda che avrebbe potuto trasformare un ottimo giallo in un capolavoro. È come se Cavara avesse avuto paura di spingersi troppo oltre, preferendo chiudere il cerchio in modo logico ma prevedibile. Resta comunque un epilogo amaro, che si fa perdonare grazie alla malinconia del volto di Giannini e al suo passo stanco nelle ultime inquadrature: un commissario che ha risolto il mistero ma perso qualcosa di sé.

La tarantola dal ventre nero è dunque un’opera di equilibrio raro: un film che unisce tensione, erotismo e stile con una sicurezza quasi chirurgica. È il giallo che mostra quanto il genere, in Italia, sapesse essere adulto, sofisticato, europeo. E anche se il finale non sorprende, ciò che resta è la sensazione di aver assistito a una danza di ombre e desideri, un balletto letale in cui ogni colpo di lama diventa un gesto di bellezza.

In fondo, come il veleno della vespa che immobilizza la tarantola, anche il film di Cavara paralizza lo spettatore: non per paura, ma per fascino. Un fascino che, cinquant’anni dopo, continua a vibrare sotto la pelle.

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