Mentre celebra messa in una chiesa isolata, un prete diventa il bersaglio degli spari di un gangster che irrompe nell’edificio. Il predicatore fugge attraverso un campo e si imbatte in Caribù, un giovane vivace e allegro che ha appena rubato un’auto. Caribù (questa la buffa traduzione italiana dell’originale Lightfoot) investe accidentalmente e uccide il killer: i due uomini, incontratisi per caso, sviluppano rapidamente una sincera amicizia, con il giovane che aiuta il più anziano a riscoprire i semplici piaceri della vita. Da una parte, abbiamo John ” Thunderbolt “ (l’artigliere) Doherty, un ex rapinatore di banche reinventatosi sacerdote, e dall’altra un giovane energico e desideroso di imparare il mestiere. Due ex complici di Doherty lo inseguono senza sosta per recuperare il bottino di una precedente rapina. Finiscono per trovarlo e, dopo una spiegazione molto virile, tutti insieme decidono di unire le forze per portare a termine un altro grande colpo: la rapina alla stessa banca ultra-protetta. 

Pur se esigua in termini quantitativi, la filmografia di Michael Cimino ha segnato almeno due decenni di storia del cinema americano. Il talento del regista newyorchese – autore di un capolavoro come “Il cacciatore”, vero e proprio astro luminoso intorno a cui ruota una costellazione di sei lungometraggi (per chi scrive, il migliore è “L’anno del dragone”) più o meno riusciti – è evidente fin dal suo esordio, avvenuto nel 1974 con “Una calibro 20 per lo specialista” (Thunderbolt and Lightfoot). Per fortuna la presenza di Clint Eastwood, una star ancora molto amata nel nostro paese, garantisce che questo gioiellino non finisca nel dimenticatoio e venga passato ancora abbastanza frequentemente persino in televisione. Sì perché questo film è un esempio da manuale di quello che dovrebbe rappresentare l’approdo di un nuovo regista sulla scena: originalità, idee e anticipazione di alcuni tra i temi più cari a Cimino.

Dal punto di vista narrativo, il film è sostanzialmente un western. Il primo indizio ci viene fin dalla sequenza iniziale, con la macchina del killer che attraversa orizzonti sconfinati per raggiungere una chiesetta sperduta nel nulla dove si trova l’uomo da eliminare: mutatis mutandis è la stessa identica apertura de “Il buono, il brutto e il cattivo”. I due protagonisti (mi secca ammetterlo, ma Jeff Bridges ruba la scena a Eastwood, unico vera star del cast) sono moderni cowboy, che incarnano i due poli opposti della speranza e della disillusione. Sulle loro tracce, gli ex complici di Doherty (“Il mucchio selvaggio”, do you remember?) finiscono per allearsi con il vecchio socio per un nuovo colpo dopo aver cercato di eliminarlo. 

Amicizia virile, conti personali in sospeso, persino la presenza delle donne marginale e ridotta sostanzialmente a oggetti per la soddisfazione sessuale (però, Catherine Bach!): tutto questo e molto altro rende “Una calibro 20 per lo specialista” una sorta di western contemporaneo con gli inseguimenti in auto al posto dei cavalli e la polizia che sostituisce gli sceriffi. La civiltà è appena visibile in questo film, apparendo solo in scorci assurdi e divertenti, accanto a personaggi eccentrici che sembrano spuntare dal nulla: un guidatore spericolato ossessionato dai gas di scarico, una motociclista seminuda che non esita a tirare fuori il martello se un guidatore la infastidisce, una donna esibizionista e ricca che fa sbavare gli operai edili, un ragazzino che conosce a memoria il percorso dei gelatai, una guardia giurata perversa e nevrotica, una segretaria seducente e una coppia in una Cadillac con un guardaroba completo: ai due protagonisti non resta altro a cui aggrapparsi se non il semplice gusto del viaggio. E Cimino continua a filmare i vasti paesaggi e la fuga o il radicamento dei suoi personaggi al loro interno.

Le sequenze più potenti e toccanti del film sono senza dubbio quelle nei sontuosi paesaggi del Montana, magnificamente filmati dal regista che si afferma da subito come un nuovo maestro del Cinemascope. La maestosità e la verticalità delle montagne serene e senza tempo interrompono le linee orizzontali dei campi e delle strade, offrendo ai due personaggi momenti privilegiati che li elevano al di là della loro mera condizione di nomadi senza altro scopo che la soddisfazione dei propri piaceri personali. Come un vero mistico, grazie alle montagne, elemento nutritivo del suo cinema, Cimino infonde ai suoi due fuggitivi un’anima e una nobiltà. Così il profondo sentimento di amicizia prende davvero forma attraverso questi due esseri, che raggiungono una sorta di completezza nell’equilibrio armonioso che formano con la natura circostante. L’ordine naturale, una volta ripristinato, diventa lo scenario per una meditazione sull’amicizia maschile. Ma la violenza è sempre in agguato dietro la curva successiva, a volte una violenza insensata (come quella dello squilibrato che guida una macchina intossicata dal tubo di scappamento prima di sparare ai conigli che trasporta nel bagagliaio!). E quando i personaggi lasciano la montagna e si avventurano negli spazi urbani, la morte è in agguato e può essere una minaccia costante. Mentre la rapina è eseguita alla perfezione, sia dai suoi autori che dal regista (che dimostra anche una sapiente padronanza della suspense), le sequenze d’azione ambientate in luoghi urbani o suburbani (come il drive-in) prendono una piega tragica e le rivalità riemergono. Questo è un motivo drammatico e visivo che Cimino avrebbe ripreso ne “Il cacciatore” , quando Robert De Niro scende dalla sua montagna dove trae sostentamento dalla spiritualità che emana dal luogo, e più tardi ne “I cancelli del cielo”, quando Kris Kristofferson si rifugia in sublimi paesaggi naturali per sfuggire alla corruzione, al tradimento degli ideali, all’ingiustizia e alla brutalità dell’avanzata civiltà capitalista.

Con questa ambiziosa opera prima, Cimino si posiziona consapevolmente alla fine di una genealogia del cinema americano, dopo Ford e Peckinpah. Esalta i paesaggi americani (con una meticolosa ricerca delle location in Montana), esalta l’amicizia maschile e l’individualismo dei suoi eroi, e mostra una sensibilità elegiaca e un fascino per i perdenti e gli oppressi. Cimino è un regista sia sentimentale che intellettuale, e il suo cinema oscilla tra la nostalgia delle origini (il suo lato primitivo) e una posizione artistica molto moderna (il suo lato manierista). Qui appare anche un tono grottesco e iconoclasta che in seguito verrà abbandonato, in cui maschera scherzosamente Eastwood da pastore e Bridges da donna.

Tra gli elementi ricorrenti del cinema di Cimino, “Una calibro 20 per lo specialista” presenta uno sguardo sulla società americana in crisi di valori e di identità. I due personaggi principali sono fondamentalmente degli sconfitti, sebbene alla fine riescano a recuperare il tesoro scomparso nominato di continuo nel corso della vicenda. Dal punto di vista dell’ispirazione cinematografica, Cimino abbraccia pienamente la modernità pur guardando costantemente al passato. Certamente quasi tutti i registi americani degli anni ’70 amavano confrontarsi con i loro predecessori, sfruttando spesso un rapporto maestro/allievo per infrangere e trascendere le convenzioni e allo stesso tempo affermare una sorta di eredità. Nel caso di Cimino, la situazione è un po’ diversa, poiché abbraccia una genuina nostalgia e promuove una forma di espressione cinematografica che trae la sua atemporalità dalla visione di un’America eterna la cui essenza spirituale affonda le sue radici nei paesaggi naturali mozzafiato. 

Questo probabilmente spiega perché Cimino, nel suo processo creativo, preferisca sviluppare personaggi ed essere guidato da essi piuttosto che partire da idee o concetti preconcetti. Le idee appaiono, scompaiono, cambiano, diventano obsolete e mancano di sostanza e anima; mentre i personaggi mostrano comportamenti secolari che si evolvono in modo più lineare o si ripetono a vari livelli (pacificamente o violentemente) in periodi temporali diversi e secondo schemi mentali che sorprendono sempre e conferiscono loro un’aura di mistero. Le relazioni umane, secondo Cimino, sono senza tempo e complesse, ma il più delle volte cariche di profonda disillusione: non sorprende quindi vederlo iniziare a lavorare con un attore-regista fondamentalmente classico che non esita a sfidare le convenzioni preesistenti: qui Eastwood riesce anche a realizzare un grande gioco di equilibri tra tradizione e modernità, e in questo senso l’incontro con il futuro autore de “Il cacciatore” era destinato a compiersi.

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