Mentre si reca in vacanza fuori città, un giovane antiquario (Raymond Lovelock) incontra una ragazza (Cristina Galbó) diretta alla fattoria della sorella (Jeannine Mestre). In campagna, la giovane donna viene aggredita da uno strano vagabondo presumibilmente morto una settimana prima: presto i due scoprono che il motivo della sua incredibile resurrezione è una nuova macchina sperimentale del Ministero dell’Agricoltura che utilizza gli ultrasuoni per eliminare insetti e parassiti. Convincere le autorità e sopravvivere agli attacchi degli zombie sarà un compito molto arduo…

Non si deve profanare il sonno dei morti (No profanar el sueño de los muertos, 1974), girato nel 1974 , è una coproduzione tra Spagna e Italia. La maggior parte della troupe tecnica era spagnola, così come il regista e alcuni degli attori principali. Jorge Grau non era propriamente un regista di genere, la sua filmografia è ricca piuttosto di titoli drammatici o che racchiudono un messaggio morale con due incursioni nell’horror: oltre al film oggetto di questa recensione, il precedente Ceremonia Sangrienta (Le vergini cavalcano la morte, 1973).

L’innovazione più tangibile introdotta da Grau in Non si deve profanare il sonno dei morti è stata la definizione di una ragione valida per la resurrezione degli zombie. Mentre George A. Romero non offriva indizi o spiegazioni elaborate per questo fenomeno, lasciandolo in gran parte al caso e al subconscio dello spettatore, Grau cercò di rafforzare la sua narrazione concentrandosi sull’aspetto ecologico come variabile dell’evento paranormale. Nel film, l’intrusione nell’ecosistema naturale e l’inquinamento ambientale – che negli anni Settanta iniziavano a imporsi presso l’opinione pubblica come motivi di preoccupazione – erano le cause delle anomalie che risvegliavano i cadaveri in un villaggio inglese. Venivano coinvolti anche macchinari agricoli dotati di un innovativo sistema di fumigazione, apparentemente innocuo per animali o persone, ma efficace contro gli insetti che devastano raccolti e cereali.

Il film è stato girato, per quanto riguarda gli esterni, nella campagna inglese fuori Manchester in paesaggi pittoreschi che hanno permeato il film di un amore per la salvaguardia dell’ambiente e della bellezza naturale, che potevano essere minacciati dalla tecnologia industriale. Le cripte, l’ospedale e alcune scene in interni sono stati girati negli studi di Cinecittà e negli studi di Madrid. Anche il montaggio è stato effettuato a Roma. La colonna sonora composta da Giuliano Sorgini, una partitura di genere con un vivace tema principale pop che si presta ad alcune variazioni e un susseguirsi di musica ambient volta a ricreare un ambiente claustrofobico e demenziale è un complemento perfetto ed efficace per illustrare i diversi episodi della trama. L’efficace resa degli elementi cruenti – centrale in un’opera del genere – è stata affidata a Gianneto De Rossi, che ha realizzato un lavoro visivamente sbalorditivo per i tempi: cadaveri ambulanti con torsi cuciti insieme dopo le autopsie, teste bendate e occhi vuoti e lenti a contatto rosse per contraddistinguere i morti viventi contaminati dalla sostanza chimica…

B-movie oggi diventato di culto tra gli appassionati, il film risulta molto avvincente. La storia prende slancio dopo i primi quindici minuti e, dopo la fase narrativa iniziale piacevolmente “mistery”, emerge l’elemento horror. Il film diventa più dinamico; gli eventi iniziano a dipanarsi, collegando i puntini, e i protagonisti, inizialmente scettici, a poco a poco scoprono la sorprendente verità e ciò che sta realmente accadendo. Le riprese negli scenari naturali sono fantastiche, anche se il film brilla davvero nelle scene in interni, come la cripta e l’ospedale. Non si deve profanare il sonno dei morti non è impeccabile o perfetto, ma i suoi punti di forza superano di gran lunga i suoi punti deboli e, visto oggi, risulta ancora fruibilissimo.
Non un risultato di poco conto per un genere che non perdona errori.





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