L’ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale, Joe Bonham (Timothy Bottoms) viene brutalmente ferito e dilaniato da una granata. Vivo per miracolo ma orrendamente mutilato e privato di tutti i sensi, Johnny vive attaccato al respiratore e gli rimane solo il suo cervello per pensare, sognare e ricordare la sua vita prima della guerra. Considerato come una cavia scientifica dai medici che lo curano con attenzione, Joe soffre in silenzio, lasciato allo stato di verdura, e cerca di comunicare con tutti i mezzi per concedergli la morte. Dopo alcuni anni in questa condizione tormentati da incubi e allucinazioni, Joe riesce finalmente a stabilire un contatto umano con un’infermiera, che riesce a percepire il suo dolore, e in seguito trova il modo di comunicare con gli altri utilizzando l’alfabeto Morse. L’esistenza del reduce è una condanna a una sopravvivenza senza scopo, che sono uomini insensibili e prepotenti a decidere quanto far durare…
“E Johnny prese il fucile” (Johnny got his gun, 1971) è un film traumatizzante che descrive senza concessioni la disperazione di un essere senza alcuna difesa. L’orrore psicologico raggiunge qui il suo apice: cosa faremmo se non avessimo più l’uso del nostro corpo e dei nostri sensi? Il pensiero è il vero elemento distintivo della natura umana, ma potremmo davvero continuare a vivere se ci restasse solo quello? Una situazione come quella di Johnny è semplicemente inimmaginabile, eppure la storia del reduce è stata sicuramente reale…

Unico lungometraggio realizzato da Dalton Trumbo – scrittore e sceneggiatore che aveva scritto il romanzo omonimo già nel 1938 – “E Johnny prese il fucile” ricevette il Premio speciale della giuria alla 24esima edizione del Festival del Cinema di Cannes. Ma prima di questo tardivo riconoscimento, Dalton Trumbo aveva conosciuto molte difficoltà: il suo pamphlet pacifista (volendo, una variazione sul tema o una prosecuzione ideale del più celebre “Niente di nuovo sul fronte occidentale”) aveva lo scopo di denunciare i risultati della guerra del 1914-1918, ai suoi occhi “l’ultima delle guerre romantiche”.
Ma la sua pubblicazione poco prima della Seconda guerra mondiale risultò di ostacolo al successo del libro: di fronte alla minaccia nazista, il pacifismo era sinonimo di disfattismo. Dopo la guerra, la carriera di Dalton Trumbo come sceneggiatore fu danneggiata dal clima maccartista al punto che Trumbo venne costretto a lavorare sotto pseudonimo per tredici anni. Dalton Trumbo ha già 65 anni quando finalmente riesce ad adattare per lo schermo il suo unico film: l’impegno americano nell’impopolare Vietnam, rendeva l’epoca favorevole alla denuncia della macelleria bellica.

L’antimilitarismo di Trumbo non ha bisogno di soffermarsi sulle ricostruzioni delle battaglie, mostrando solo l’immagine inquietante di un tedesco in decomposizione sul filo spinato e l’esplosione del proiettile che raggiungerà Johnny. Per proibirsi qualsiasi compiacimento nel gore, il regista cercherà di evitare per quanto possibile l’esibizione del corpo mutilato di Johnny, coperto da cerotti e un lenzuolo bianco. Per quanto riguarda i pensieri, il ricorso sistematico alla voce fuori campo è forse una soluzione fin troppo scontata, ma tutto sommato l’unica percorribile perché il protagonista risulta privato del dialogo con gli altri personaggi.
La struttura narrativa del film è audace: i ricordi e i sogni sono a colori e la dura realtà del presente è in bianco e nero, il che amplifica la tristezza dello stato di Johnny. Le scene relative ai ricordi sono struggenti perché trattate con molta tenerezza e pudore e favoriscono l’identificazione dello spettatore con Johnny, che diventa sconvolgente. Il contrasto sorprendente con l’orrore della sua situazione attuale non cede mai al ricatto emotivo. Ma i punti di riferimento a volte possono confondersi, il che dà luogo a scene surreali. In una scena da incubo, Johnny immagina che un topo sia venuto a divorarlo e non riesce più a distinguere il sogno dalla realtà. Si immagina anche in procinto di dialogare con un Gesù totalmente impotente nonostante la sua buona volontà.

Opera fondamentale di un’ideale filmografia contro la guerra, “E Johnny prese il fucile” non attacca solo la follia militare e il cinismo della scienza, ma anche l’ipocrisia della religione, che lo avvicina al suo grande amico Luis Buñuel di cui si riconosce d’altronde l’influenza nel senso della caricatura feroce (i due uomini avevano collaborato insieme al progetto già nel 1964, ma il produttore messicano che avrebbe dovuto sostenere economicamente l’impresa era fallito). Luis Buñuel confesserà d’altronde la sua ammirazione per il film, affermando dicendo di aver “ritrovato il potere del romanzo, tutto il suo lato devastante, con momenti di grande emozione”.





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