Jeremias Gotthelf fu un pastore protestante che esercitò il ministero a Lützelflüh dal 1832 fino alla morte avvenuta nel 1854 e che venne spinto all’attività di narratore da un impulso religioso-pedagogico. Nato Albert Bitzius, quello che viene considerato insieme a Gottfried Keller il più importante autore svizzero dell’Ottocento apparteneva a un’antica famiglia bernese e si cimentò con la scrittura dapprima in veste di giornalista, pubblicando a partire dal 1828 articoli su temi come la scuola, l’educazione dei poveri, l’alcolismo, l’arbitrarietà istituzionalizzata e l’economia. Alla fine degli anni Trenta i suoi editoriali erano talmente apprezzati e conosciuti da esercitare una forte influenza sull’opinione pubblica, amplificata per giunta dal successo come romanziere grazie a Dolori e gioie di un maestro di scuola pubblicato nel 1837.
Se è vero che la novella Il ragno nero (qui il nostro articolo), per la sua ambientazione cupa e la sofferta religiosità, viene quasi unanimemente considerata il capolavoro di questo scrittore apprezzato da Thomas Mann e che il severo August Strindberg negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo definì come “un divino svizzero che era molto più avanti della sua epoca”, meritevole di un approfondimento è anche il romanzo storico Kurt di Koppigen pubblicato in Italia da Adelphi.

Ci troviamo nel Duecento in Svizzera e Grimhilde e Kurt sono gli unici superstiti degli aristocratici dall’illustre passato e dal tristo presente Von Koppigen. La prima, più malvagia che bella, arrogante e spietata, affida l’educazione del rampollo al factotum Jürg mentre il giovane erede (si fa per dire, vista l’esiguità del patrimonio di famiglia) cresce all’aria aperta e addestrato alla logica del furto e dell’astuzia, della prevaricazione e della forza. Con queste premesse è quasi inevitabile che il ragazzo intraprenda la strada del brigantaggio tra cacce selvagge, furti, razzie e omicidi. Con il tempo Kurt diventa cavaliere, come una sorta di maligno Don Chisciotte di cui condivide un aspetto tutt’altro che nobile ed eroico, alternando momenti di apparente tranquillità (pochi) alle viziose attività a cui è solito dedicarsi. Ma la svolta finale è in agguato e metterà ordine in tanto trambusto.
Kurt di Koppigen si inscrive a buon diritto nella tradizione della grande letteratura fantastica coeva, ricordando in molte parti i lunghi racconti di E.T.A. Hoffmann. Ambientata nella Svizzera medievale (la finzione letteraria proietta il lettore intorno all’anno 1250), la storia racconta le vicende del rozzo e violento protagonista e di come debba fronteggiare con la sua anima mal sbozzata e agitata le prove che il mondo selvaggio e aspro pone di fronte a lui. Fitta di accadimenti tumultuosi e di personaggi che si susseguono senza soluzione di continuità, la narrazione procede spedita e avvincente anche se inevitabilmente fa sorgere nel lettore la domanda sullo scopo ultimo dell’autore. Tutto infatti sembra concorrere a opprimere il protagonista in un destino di perdizione da cui nulla sembra sottrarlo, quando invece la conclusione comporrà il conflitto all’interno di un idillio domestico.

Ma proprio questo finale a nostro avviso, con il suo intento moralistico, finisce con l’attenuare – anche se solo in parte – la forza di Kurt di Koppigen. Pur privo dei toni talora ridondanti tipici del pio predicatore presenti in dosi massicce nelle opere della maturità Uli il fittavolo, Uli il servo e Denaro e spirito in cui prevale la preoccupazione morale e sociale, la conciliante conclusione della storia va a detrimento di quell’oscura bellezza in cui consiste il fascino del male e delle vite dei grandi maledetti della letteratura (non a caso la seconda di copertina dell’edizione italiana evoca Dostoevskij, in modo probabilmente eccessivo).
Una scelta tuttavia perfettamente coerente con il percorso di uno scrittore che, già nell’opera di esordio Lo specchio dei contadini (1835) scriveva, a mo’ di manifesto programmatico, che “la maggior parte degli esseri umani non è in grado né di vedere, né di riconoscere la propria vita. Sono nati ciechi, e quindi è necessario aprir loro gli occhi. Più di un uomo, nato in mezzo alle immondizie, non le vede neanche più, perché ormai è come se avesse il naso serrato. Ecco come vanno le cose a questo mondo”.





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