Cinema, Letteratura e lavoro in Italia. Non sono mancati anche negli ultimi anni libri interessanti sulla materia. Da Il mondo deve sapere di Michela Murgia (da cui è tratto il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti), a Restiamo così quando ve ne andate di Cristò, a Works di Vitaliano Trevisan, che è anche attore e regista, ed è recentemente mancato (come d’altronde Michela Murgia). Il romanzo di Trevisan ripercorre le innumerevoli tappe professionali che hanno caratterizzato la vita dell’autore, a partire dal primo lavoro da ragazzino che lo vede impiegato in una fabbrica di gabbie per uccelli fino all’approdo nel mondo della cultura, passando attraverso numerosi altri mestieri: muratore, cameriere, gelataio, lattoniere, venditore di mobili, disegnatore tecnico, pusher e così a seguire. Una carriera segnata dall’eclettismo ondivago dei passaggi dipanatasi “in una regione, il Veneto, e in una provincia, Vicenza, che fa del lavoro una religione”. Come scrive (in “Lavoro e precariato nella letteratura italiana, cinque romanzi da conoscere”) Livio Santoro, “quando bisogna dar conto del tema del lavoro nella letteratura italiana, recuperando un’opera che l’abbia affrontato in maniera esemplare, si fa molto spesso riferimento al romanzo di Primo Levi del 1978 La chiave a stella, che valse allo scrittore piemontese la vittoria dello Strega e alcune critiche provenienti dal versante più a sinistra della società. Il romanzo, infatti, offriva un’ottimistica visione del mondo del lavoro senza metterne in questione i lati più oscuri, in evidente contrasto con il movimento operaio e i teorici d’ispirazione marxista”. 

Primo Levi

Adottando una visuale più ampia e non necessariamente industrial-proletaria, già nella trilogia della rabbia di Luciano Bianciardi il lavoro e il suo ambiente fisico-antropologico sono ben rappresentati con tocchi comico-caricaturali, soprattutto ne L’integrazione e ne La vita agra (1962), quest’ultimo uscito quasi in parallelo ai numeri 4 e 5 de Il menabò (la rivista diretta da Elio Vittorini e Italo Calvino) dedicati al tema “industria e letteratura”. Nella sua varietà di interventi, Il menabò 4 raccoglie al suo interno anche componimenti poetici che hanno come tema principale il mondo industriale tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le poesie di Vittorio Sereni, da Una visita in fabbrica, aprono il quarto numero della rivista e confluiranno nella raccolta Gli strumenti umani del 1965. Il periodo indicato dal poeta in esergo (1952-1958) non si riferisce al tempo di stesura, ma inquadra un’esperienza personale diretta. I testi di Sereni si riallacciano a una tradizione precedente inaugurata dalla rivista Civiltà delle macchine, del gruppo industriale Finmeccanica, guidata da un altro grande poeta, Leonardo Sinisgalli. I componimenti di Vittorio Sereni esprimono una descensus ad inferos, un aldilà rappresentato simbolicamente dal mondo industriale (per una buona sintesi del menabò 4, rimando al saggio di Carlotta Albanese, “Il dibattito tra letteratura e industria”).

Molto pessimista sul piano non solo ideologico è l’approccio di una letteratura come quella rappresentata da Paolo  Volponi. In Memoriale (1962) si rappresenta la contrapposizione tra operai e imprenditori. Le mosche del capitale (1989), dedicato ad Adriano Olivetti (definito Maestro dell’industria mondiale), romanzo con cui Volponi si aggiudicò il secondo premio Strega (il primo lo vinse con La macchina mondiale), narra la vicenda di un dirigente industriale, Bruto Saraccini, riformista e di formazione umanistica, la cui genialità viene schiacciata dalle logiche di potere e di guadagno. I nomi fittizi dei personaggi sono trasfigurazioni di personaggi reali come la Olivetti (chiamata Azienda MFM) e la Fiat (Megagruppo),  mentre Bruto Saraccini è Volponi stesso.

Vittorio Sereni

Ma non è che il cinema viene dopo, come ingenuo ritardatario, al dibattito su industria e letteratura avviato da Vittorini e Calvino. Anzi, lo precede di molto con il neorealismo. Fra i 30 film che narrano il mondo del lavoro,spicca Il posto (1961) di Ermanno Olmi segue di un anno Rocco e suoi fratelli di Visconti. Nel film di Olmi la storia comincia in una cascina, il ragazzo passa dal mondo rurale alla realtà del mondo industriale ed è un’ambizione giustificata, allora nelle campagne il latifondo esercitava un potere totale, non c’erano i sindacati per i contadini e per molti di loro il lavoro in città era un traguardo, non si accorgevano che stavano vendendo l’anima al diavolo. Olmi descrive il mondo del lavoro, in un film che racconta “la presa di contatto di Domenico, ancora integro nella sua fresca disponibilità e intelligenza, col desolato, intristito, squallido mondo impiegatizio”. Non fa dell’esplicita denuncia sociale, lascia che sia lo spettatore a riflettere su quale sia il prezzo, concreto e ideale, che il giovane dal volto malinconico e smarrito dovrà pagare per aver conquistato, senza nemmeno troppa fatica, quel posto fisso.

L’uscita recente delle poesie di Luigi Di Ruscio, e l’appena trascorso centenario dalla nascita di Paolo Volponi (1924-1994), non sono certo gli unici motivi che spingono a toccare un tema fondamentale, ma poco trattato dai mass media: quello del rapporto tra mondo del lavoro e cinema/letteratura. In un saggio non ancora tradotto in Italia, Business & Poetry, di Dana Gioia, pubblicato in Can Poetry matter? (1992), si descrivono diversi casi di scrittori e poeti che non disdegnano i luoghi di lavoro (e della vita quotidiana) come cornici di poesie spesso bellissime. D’altronde, Allen Ginsberg immagina di incontrare (l’ombra di) Walt Whitman al supermercato, poesia ripresa da un altro poeta americano, più giovane, Angus Wanker (traduzione mia):

Credo di averti visto, Allen Ginsberg,
con la tua barba da profeta uscire 
dal supermercato con l’aria incazzata 
e trasognata del poeta che vive
nel deserto affollato delle grandi città, 
ho immaginato di offrirti qualcosa
(un caffè, un whisky, o una sigaretta:
queste le mie modeste trasgressioni….:)
e ti direi che l’inizio dell’Urlo
è fra i più memorabili che ho letto 
I saw the best minds of my generation
(ho visto le migliori menti della mia generazione)
anche se vado pazzo per quest’altro:
“America I’ve given you all and now I’m nothing”
America ti ho dato tutto e ora non sono niente.

Allen Ginsberg

E in un supermercato è ambientato uno dei film più belli e veri sul rapporto tossico tra essere umano e luoghi di lavoro, La legge del mercato (2015), di Stephane Brizé, dove un disoccupato di 51 anni, dopo infiniti corsi di formazione e riqualificazione e colloqui e curricula, trova finalmente lavoro in un punto di vendita come addetto alla sicurezza e alla prevenzione di furti: il protagonista si trova di fronte a un dilemma: continuare a spiare i colleghi o lasciare quel posto. 

Ma torniamo in Italia. Nato a Fermo nel 1930, Di Ruscio ha lavorato come operaio a Oslo, ma ha scritto poesie secondo me originali incentrate non solo sul tema del lavoro, ma anche della poesia, e della sua poesia in particolare: versi lunghi, torrenziali, autobiografici, esistenziali. Da non perdere la prefazione di Massimo Raffaeli. La poesia che riporto qui mi ricorda un analogo e recentissimo incidente a Torino nel quale hanno perso la vita dei giovani gruisti:

Ieri è crollata di schianto la gru elevatrice
ognuno sparì dietro quella grande polvere 
uno spezzarsi improvviso dei martoriale si spezza
in piena notte la botta il guidatore vidi in un salto salvarsi
prima che la grande polvere si alzasse vidi quel salto 
l’acrobata trovò un filo teso in un punto giusto implacabile
corse per tutta la linea del reparto scintilla di fili elettrici toccati

Luigi Di Ruscio

In un futuro, quello dei nostri nipoti, quindi neanche troppo lontano, non si porrà più neanche il problema, perché il lavoro non ci sarà più: intendo il lavoro sano, quello dei nostri genitori, quello che ti permetteva di vivere, tirar su famiglia e andare in pensione; quello che non ti stordiva e ti permetteva anche una vita privata. Ne La vita agra la pena per il mondo aziendale, il rifiuto del successo e dell’ambiguo meccanismo della selezione, la contestazione del consumismo (“uomini e donne con gli occhi arsi dalla febris editoria, che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone”) e dei valori della civiltà di massa spingono l’autore sulle spiagge cast-away di un’utopia felicemente regressiva, di un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” dove “il lavoro si sarà ridotto quasi a zero, vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione. Saremo tutti vegetariani (…) Il problema del tempo libero non si porrà più, essendo la vita intera una continua distesa di tempo”. Potrebbe essere una visione anche distopica. Ma, considerando la velocità con cui si sta  muovendo il mondo della robotica umanoide, è certo che avverrà. 


Per quanto riguarda il rapporto letteratura e industria, letteratura e lavoro, suggerisco la lettura di questo saggio:
lavoratori e lavoro nella letteratura contemporanea, E&P, n.6 novembre-dicembre 2013; Rubrica/Libri e storie, pag.2
Luciano Bianciardi, La trilogia della rabbia, Feltrinelli, 2022
Luciano Biancardi, Carlo Cassola, I minatori della Maremma, Minimum Fax, 2019
Vittorio Sereni, Tutte le poesie, Mondadori, 2023
Luigi di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019

Autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending