Molti sono condannati al tormento delle contraddizioni sin dalla nascita: sono i nostri genitori che ci consegnano all’inferno delle scissioni e dei conflitti interiori. Il padre di Pier Paolo Pasolini, Carlo Alberto, militare di fanteria, medaglia d’argento al valor civile, bloccò e arrestò quell’Anteo Zamboni (era solo un quindicenne) che attentò alla vita di Benito Mussolini. Forse solo gli specialisti e qualche appassionato di storia conoscono la fine del povero Zamboni: pestato a sangue né più né meno come sarà selvaggiamente picchiato con mazze e catene Pasolini la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 in un campo sterrato al Lido di Ostia. I casi della vita? Il karma? Non ci sono volontà o libero arbitrio che tengano. Uno come Pasolini diventa comunista solo per una questione culturale o ideale? No. Non solo. Forse anche perché ha avuto un padre di destra, prepotente, giocatore di poker. E chissà cos’altro. E non è contraddittorio essere comunista (anche se tutt’altro che ortodosso) per uno il cui fratello (Guido Alberto Pasolini), partigiano cattolico, era stato ucciso dai partigiani rossi, comunisti, a Porzus? Scissioni interiori? Conflitti irrisolti? E che dire della vocazione didattico-pedagogica di Pasolini che di giorno accusava la società dei consumi e la leadership politica del suo tempo di aver corrotto e smidollato l’Italia contadina e analfabeta, e di notte si comportava non molto diversamente da tanti turisti del sesso alla ricerca del piacere.

Ma per sua fortuna tutta la vena creativa e anche l’anelito spirituale e religioso di PPP è un lascito materno: Pier Paolo gravitava affettivamente nella più dolce sfera di Susanna Colussi, una ex maestra di Casarsa del Friuli, che interpretò poi il ruolo della Madonna nel “Vangelo secondo Matteo”. Susanna Colussi è rimasta a fianco del figlio fino alla fine. Con lui si trasferì dal Friuli a Roma nel 1950 in seguito allo scandalo sessuale che aveva travolto PPP. Per i 50 anni dall’uccisione di Pier Pasolini (2 novembre 1975) sono andati onda sul piccolo schermo due film sulla vita e soprattutto sugli ultimi mesi della tormentata esistenza di PPP: “Pasolini” (2014) e “La macchinazione” (2016), il primo diretto da Abel Ferrara, attore protagonista Willem Dafoe nel ruolo dello scrittore e un Riccardo Scamarcio versione Ninetto Davoli. Nel secondo, di David Grieco, vediamo un Massimo Ranieri molto somigliante a Pasolini (per me bravissimo: lo rende anche più gentile, affabile, paterno), e Milena Vukotic nel ruolo della madre, Susanna Colussi. Ne ha già parlato Riccardo Lestini su questo blog, e al suo articolo rimando per un giudizio più ampio sui tre principali film dedicati a PPP (compreso quello di Marco Tullio Giordana), dicendo subito che non concordo con la stroncatura data a La Macchinazione.
Preferisco parlare qui de “La Macchinazione”, un film sugli ultimi giorni di Pier Paolo Pasolini, incentrato sul furto delle bobine (fra le quali quella di “Salò”), sulle ricerche per la stesura di Petrolio (romanzo che uscirà postumo nel 1992), sulle inchieste della controcultura (nel film si parla ampiamente del libro ancora oggi quasi introvabile dell’ignoto Giorgio Steimetz su Cefis). Quasi nessuno dubita oggi che PPP sia stato fatto fuori da una losca e abilissima macchinazione. Basta leggere i libri della giornalista Simona Zecchi (2015 e 2025).

Una delle profezie di Pasolini (che in realtà riceveva ed enfatizzava le visioni e le inchieste di una fervida e ben costruita controcultura) riguarda il futuro di abbruttimento, violenza e istinto omicida, mediocrità, conformismo e qualunquismo, che avrebbero impaludato l’Italia a venire. Aveva a suo modo ragione. Questa profezia si è già ampiamente realizzata: basta leggere i giornali di oggi e degli ultimi vent’anni. Il tutto alimentato dall’incapacità dei governi della Repubblica, e in particolare di quelli succeduti al Crollo del Muro e a Tangentopoli: governi a cui non stanno a cuore né la sicurezza né la sanità, né il lavoro né il merito. Ma la colpa della politica è solo al 50%. Pasolini aveva già capito che non era più la politica a governare. Pasolini ci parla ancora (lo potete rileggere nel librino Garzanti “Il fascismo degli antifascisti”) di un Potere oscuro ma tentacolarmente pervasivo che manovra abilmente chi crede di condurre il tram. Ecco perché in Italia non si sono più fatte vere riforme. E non si faranno mai. “Ho cancellato la parola ‘speranza’ dal mio vocabolario” dice Pasolini a un certo punto del film. Anche noi italiani l’abbiamo abrasa dal nostro palinsesto esistenziale.
Pasolini in televisione
Fra gli interventi televisivi mandati in onda per ricordare la morte di Pier Paolo Pasolini, ci sono alcune celebri ospitate in Rai. A partire da “III B Facciamo l’appello” condotto da Enzo Biagi che intervista alcuni compagni di Pasolini al Liceo Galvani di Bologna (fra i quali Agostino Bignardi, deputato della Repubblica italiana, Partito Liberale). Programma registrato nel maggio 1971, mandato in onda il 3 novembre 1975, il giorno dopo la macabra morte di PPP nel buio di quel campetto di calcio sul Lido di Ostia.

Durante la trasmissione PPP ascolta gli ex compagni di classe -loro vestiti borghesemente in giacca e cravatta, lui, PPP, in sahariana- con discrezione, con la riservatezza che lo caratterizzava nelle sue apparizioni televisive. Gli ex compagni di classe di PPP parevano anch’essi intellettuali, a modo loro: vivaci, simpatici, anche colti; una classe originale quella di Pasolini al Galvani. Come racconta il professor Carlo Gallavotti (filologo classico, grecista, 1909-1992), Pasolini era molto bravo a scuola, in particolare in latino. Pasolini rettifica così: ero uno studente nel complesso bravo, ma discontinuo, studiavo, in alcune materie non eccellevo, in altre sì. C’è stato un collegamento con il professor Borgazzi che ha letto una pagella di PPP. Ogni tanto si rievocava il ricordo di una bellissima cugina di Pasolini: una ragazza friulano-ferrarese, di cui erano innamorati molti suoi compagni. Accenni al fratello di PPP, Guido Alberto, partigiano armato dell’Osoppo, ucciso dai partigiani rossi a Porzûs. La morte del fratello e il dissidio tra la (adorata) madre (la maestra casarsese Susanna Colussi, vera icona per PPP) e il padre (Carlo Alberto Pasolini, ufficiale di fanteria) è stata “una tragedia” per la vita di PPP, parole sue.
Fra i leit motiv prediletti da Pasolini nelle interviste televisive mandate in onda: contrasto, anzi, inconciliabile opposizione tra le nozioni di “sviluppo” e “progresso” (e la verità di questa affermazione la scontiamo tutti i giorni), l’inesorabile potere livellante della civiltà industriale e del consumismo che uniformano e annullano tutte le differenze in un unico modello sociale e linguistico; critica alla televisione come medium che stabilisce un rapporto non paritario con l’utente finale. Attrazione e simpatia per le classi subalterne e per il mondo contadino, come riflesso di un’aspirazione un po’ idealistica e roussoviana alla vita di natura, non falsificata: “Preferirei la compagnia di un analfabeta, di uno che ha fatto la quarta elementare, a quella degli italiani scolarizzati: la cultura media italiana è una cultura di compromesso, superficiale”.

Stimolante il dibattito televisivo (Controcampo, 1975, pochi giorni dopo l’uccisione di PPP) con Alberto Moravia, Paolo Volponi, Alberto Ronchey. Quest’ultimo ha ricordato, molto giustamente, che non poche idee di Pasolini sulla consumocrazia e sulla cultura di massa derivano dalla Scuola di Francoforte; Moravia ha ricordato, fra l’altro, che solo in Italia poteva avvenire un omicidio così efferato perché solo in Italia non esiste il rispetto per la cultura e per l’uomo di cultura. (Nessun accenno a Petrolio, il romanzo-denuncia che sarebbe uscito postumo, e alla forte polemica pasoliniana contro una parte del sistema politico-affaristico dell’epoca, che trovava, comunque, linfa da un’abbondante controcultura). In quel periodo l’idea che la morte di Pasolini non potesse trovare alcuna giustificazione di ordine superiore ed esterno al fatto e al contesto sessuale conveniva a molti; e ancora oggi storici importanti concludono, scettici, che forse nemmeno Pasolini avrebbe creduto alle decine di teorie complottistiche sulla sua morte.
Toccati i principali snodi della biografia pasoliniana: da Bologna, dov’era nato il 5 marzo 10922, l’adolescenza e la giovinezza a Casarsa della Delizia in Friuli, dove esordisce come poeta in dialetto friulano nel 1942. Poi Roma, dove arrivò agli inizi del 1950, con la madre, in fuga da Casarsa in seguito allo scandalo sessuale che gli fece perdere il posto d’insegnante e causò la sua espulsione dal partito comunista, Pasolini ritrova una nuova identità, una sua vita nuova, in tutti i sensi: è a Roma che Pasolini diventa pienamente Pasolini.
Per saperne di più:
Pier Paolo Pasolini, Poesie, con l’introduzione dell’Autore, Garzanti 2015
Susanna Colussi Pasolini, Romanzo di famiglia, Ponte alle Grazie, 2025
Simona Zecchi, Pasolini: ordine eseguito, Ponte alle Grazie, 2025
Simona Zecchi, Pasolini, massacro di un poeta, Ponte alla Grazie, 2015
Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti, 2018
Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Garzanti, 2022
Daniel Raffini, A Roma con Pier Paolo Pasolini, Perrone, 2025
Giuseppe Oddo, Riccardo Antoniani, L’Italia nel petrolio. Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell’indipendenza energetica, Feltrinelli, 2024





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