Per la Giornata nazionale dei dialetti (17 gennaio 2025) l’editore Disney Panini ha pubblicato un’edizione speciale di Topolino in quattro dialetti: milanese, fiorentino, napoletano e catanese. In molte edicole questi fascicoli sono andati a ruba, segno della vitalità di cui godono i dialetti. In questi ultimi vent’anni, editoria e televisione sono state più dinamiche rispetto al cinema nel valorizzare i vernacoli. Il plurilinguismo non è una caratteristica frequente nel cinema italiano classico, anche se in alcuni film del decennio 2000-2010 si riscontra più propensione all’uso di dialetti e gerghi.  In generale, possiamo distinguere tre principali declinazioni dei dialetti (e/o dell’italiano regionale o locale) nel cinema: un livello alto rappresentato da film del neorealismo come -per fare un esempio eccellente o paradigmatico- “La terra trema” (1948) di Luchino Visconti recitato da attori non professionisti, pescatori di Aci Trezza che parlano nel loro dialetto locale; poi c’è un livello intermedio che corrisponde all’istanza di valorizzare, attraverso il medium popolare per eccellenza, il cinema, il localismo e quindi anche i dialetti come distintivo storico-turistico; e infine un terzo livello, più basso, dove i dialetti e soprattutto gli italiani regionali, riemergono ma con funzione spesso comico-parodica. 

Un fotogramma di Maria Zef

Dialetti e lingue antiche al cinema

Nel cinema alto sono rari i film integralmente dialettali (come come La terra trema di Lucino Visconti, 1948, recitato nel dialetto di Aci Trezza, Lalbero degli zoccoli, 1978, di Ermanno Olmi, in bergamasco arcaico o Maria Zef di Vittorio Cottafavi, del 1981, in friulano), o le pellicole dove gli attori parlano in lingue antiche, come Il primo re (2019), diretto da Matteo Rovere, in protolatino, o il granguignolesco Gesù di Mel Gibson recitato  in aramaico e latino. In pochi casi il dialetto ha lasciato un’impronta caratteristica, quasi iconica: Amarcord, forse il film più celebre di Federico Fellini dopo La dolce vita, è un’espressione romagnola diventata proverbiale; e certi termini sono passati nella lingua comune con il contributo di film famosi come “Paisà” di Roberto Rossellini, (1946) e “Sciuscià” (lustrascarpe”, dall’inglese shoeshine) di Vittorio De Sica (1946). Più presente il dialetto nel filone comico-parodico: molti giochi di parole di Totò partono dagli equivoci fonico-lessicali del dialetto, come nella famosa scena di Totò a colori dove il maestro di musica, anzi, “mòsica” giusta la comica storpiatura fonica di Totò alias Maestro Scannagatti  si mette a discutere con il giardiniere barese che gli chiede “dèca” per “dica” e Scannagatti non comprende. Molti tormentoni verbali totoeschi sono di derivazione dialettale: a partire da ciofèca, per denotare una schifezza, per esempio “questo caffè è una ciofeca” o “a cuoco cupo poco pepe cape” scioglilingua di marca prettamente dialettale (a cuoppo cupo poco pepe cape, dove o cuoppo è il cartoccio dove si consumo il pesce fritto, e cupo in napoletano vuol dire stretto, angusto).

Il contributo del piccolo schermo

Oggi, più che il cinema, è la televisione che può contribuire ad ampliare i confini delle conoscenze linguistiche aprendo con approccio ludico-informale nuove frontiere sulla lingua italiana, con il repechage di parole desuete, letterarie, anche tecniche e scientifiche, come accade da alcuni anni con i “paroloni” e la voce “dialetti” de Leredità, il gioco su Rai 1. A sdoganare nuovamente i dialetti sono stati, però, prima la canzone d’autore -penso a Fabrizio de André con Creuza de mä interamente in genovese- poi scrittori come Andrea Camilleri con il Commissario Montalbano, seguito da tanti epigoni come Bruno Morchio con un altro commissario stavolta genovese, Bacci Pagano. Faccio parte di una generazione non dialettofona, come d’altronde i miei genitori. Quand’ero bambino e poi adolescente (anni Settanta) in casa non si parlava dialetto,  e probabilmente l’idioma locale neanche si conosceva. Il dialetto era considerato poco adatto alla, se non alieno dalla, loquela di una famiglia borghese soprattutto metropolitana di un certo tenore. È snobismo, lo so.

Non era così nell’Ottocento. Persino Alessandro Manzoni parlava  milanese nella vita quotidiana, nonostante avesse risciacquato i proverbiali panni in Arno. Come si può facilmente arguire rileggendo il De Vulgari Eloquentia di Dante, il primo intellettuale italiano che pose una questione della lingua, i dialetti precedono l’italiano, che è lingua “grammaticale” come direbbe Dante del latino, costruita su una selezione operata dal tempo e dai popoli sulle lingue locali. Del genovese -io sono zeneze d’adozione avendo trascorso a Genova e dintorni almeno i primi 20 anni della mia vita e avendo fatto dalla terza elementare ai primi anni di Università- mi sono portato dietro solo alcune parole che sentivo spesso ronzare anche fra non dialettofoni: Zena (Genova), mìa (esclamazione), gallösciou, belìn, anciùe, fugassa, creuza, e carruggio, la prima è un sentiero, un viottolo che si inerpica in collina; il secondo indica i classici vicoli dell’angiporto genovese in cui potete perdervi nel senso toponomastico del termine. Ma per dire come i dialetti hanno guadagnato posizioni anche dal punto di vista editoriale, cercate i bellissimi volumetti della collana Assimil. 

Molti anni dopo, a Milano, verso il 2010, mi resi conto di quanto popolare fosse la poesia dialettale, quando partecipai alla presentazione di un libro di poesie del messinese  Salvatore Puma: la sala della libreria, in zona Solari, già di per sé grande, era piena all’inverosimile. A proposito di Messina e  degli scrittori messinesi, non posso non ricordare I giorni della fera di Stefano D’Arrigo, lo scrittore nato ad Alì, sud-est di Messina, lungo brano pubblicato sul numero 3 del mitico Menabò di Einaudi, brano che sarebbe uscito in forma assai più estesa nel romanzo Horcynus Orca. La redazione di Menabò aveva aggiunto ai Giorni della fera un utile e affascinante glossario pieno di parole del siciliano arcaico e del messinese in particolare. 

DallIngegnere in blu a Gianni Brera

Come dicevo all’inizio, questa tipologia di regesti ha sempre esercitato un’attrazione irresistibile. Dai classici dizionari che ho compulsato anche per scrivere le mie prime poesie, ai più complessi e raffinati Abbecedari e glossari come Il dizionario dellomo salvatico di Giovanni Papini (redatto con Domenico Giuliotti), l’Ideario di Giuseppe Prezzolini passando per il divertente Dizionario antiballistico (1953) di Pitigrilli (dove alla voce “Bacio” leggiamo la più famosa massima dello scrittore piemontese: “Capisco il bacio al lebbroso, non ammetto la stretta di mano al cretino”). E poi  -sto saltabeccando nella cronologia- il prezioso Vocabolario dannunziano di G.L. Passerini (1928) fino ai glossari più recenti che resuscitano le voci più antiche e desuete dell’italiano come Il dimenticatoio (Franco Cesati, 2016) o Il libro delle parole altrimenti smarrite (Sabrina D’Alessandro, Rizzoli, 2011) dai quali potrebbero aver attinto i redattori de L’eredità per il gioco dei paroloni, come “cocottina scutrettolante”, scataluffo o schiribilloso.

Già molto prima, negli anni Ottanta, avevo l’abitudine di compulsare vocabolari e glossari alla ricerca di parole rare, difficili, colte. Non poche di esse confluirono nelle mie prime poesie. Le voci dialettali potevano, occasionalmente rientrare in quel novero, per esempio la parola “bèo”, che in dialetto genovese indica quei corsi d’acqua, quei botri, che incassati fra le ville e le case, portano l’acqua di torrentelli e rii dalle colline al mare. Trascrivevo tutte queste parole (comprese le dialettali che mi capitava di leggere o sentire)  con curata calligrafia su un quaderno rosso e nero. Questa tipologia di libri, questo genere di letteratura (Abbecedari, dizionari, ideari, glossari) rappresentano un’avventura fra le parole, come accade per il Gaddabolario un viaggio fra 219 parole di Carlo Emilio Gadda. Il Gaddabolario, a cura di Paola Italia, è per me come un nutriente e gustoso manicaretto glottologico-stilistico. Una leccornia per gaddamanti, gaddamatori. Suggerisco un itinerario iniziale-aperitivo fra le seguenti voci: cinobalanico, ebefrenico, stivalista, narcissico, forlimpopolesco, pastrufazianamente. (Mi innamorai dell’Ingegnere in blu -per citare il titolo di un libro adelphiano di Alberto Arbasino dedicato a Gadda e che straconsiglio di leggere- in liceo quando lessi il famoso brano tratto dalla Cognizione del dolore, che descrive il pranzo dei “manichini ossibuchivori”. Da lì ho proseguito nella lettura desultoria delle sue opere, non completa ovviamente, ma molecolarmente devota.

Perché concludo con Gadda? Perché con lo scrittore lombardo la letteratura italiana ristabilisce un nuovo rapporto con i dialetti. L’idioma o la parlata regionale o locale, come il romanesco o il milanese, entrano nel discorso, nella frase, perfettamente intrecciati come fili colorati dell’ordito e della trama a formare un nuovo tessuto. È quello che faranno -a livelli più popolari e meno letterariamente ambiziosi- scrittori come Gianni Brera e Andrea Camilleri. Se oggi inglobiamo o fagocitiamo espressioni dialettali nel flusso elegante di frasi in italiano, è perché quasi certamente abbiamo un inconscio ricordo del Pasticciaccio di Gadda (Quer brutto pasticciaccio de via Merulana). Nella tendenza plurilinguistica di una certa letteratura sperimentale, parodica o neorealistico/mimetica, il dialetto gioca un ruolo fondamentale sul piano veristico (si pensi alle ricerche sul gergo romanesco dei pischelli borgatari di Pasolini in Ragazzi di vita: la mia edizione edizione Garzanti del 1975 riporta alla fine un glossario di parole dialettali e gergali), ma anche di deformazione espressionistica.

Chiudo con un ricordo televisivo in bianco e nero: Alberto Lupo che sulla Rai, con Mina, recita un famoso scioglilingua genovese: a-o meu neuo gh’é neue näe neue. Alberto Lupo era nato a Genova, precisamente a Bolzaneto nel 1924. E c’è un famoso racconto di una gara tra un fiorentino e un genovese a chi pronunciava la frase con meno consonanti. Il toscano disse “Io vidi un’aquila volare”, ma il genovese lo stracciò rispondendogli: a eia e äe? Aveva le ali?

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