Il ritorno di Uberto Pasolini (2024) con Ralph Fiennes e Juliette Binoche nel ruolo dei protagonisti (Ulisse e Penelope) si concentra sull’ultima parte dell’Odissea, quella che narra l’epilogo di un lungo e tempestoso coming home del “polìtropos” Odisseo (“L’uomo ricco d’astuzie, o Musa, che a lungo/errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;/ di molti uomini le città vide e conobbe la mente,/molti dolori patì in cuore sul mare”, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti), il suo “ritorno” appunto alle spiagge di Itaca e al suo regno insidiato dai Proci, i pretendenti al trono e alla moglie Penelope. È un approccio originale al poema omerico perché si concentra su una parte della narrazione che è anche quella meno famosa e attrattiva, meno “phantasy”, ma psicologicamente più vicina a noi, anzi contemporanea, perché, dopo i prodigi e i pericoli incontrati durante il suo periplo, mostri ben peggiori Ulisse ritrova in patria e soprattutto al potere al posto suo. Era dai tempi di Andrej Končalovsky (1997) la cui miniserie televisiva è liberamente tratta dall’Odissea con aggiunte dall’Eneide e dall’Iliade, che cinema e televisione non affrontavano direttamente il più contemporaneo dei poemi dell’antichità. L’Odissea di Andrej Končalovskij (1997) vede recitare con Armand Assante nel ruolo di Ulisse, Greta Scacchi come Penelope, Isabella Rossellini (Minerva), Irene Papas (Anticlea) che è stata Penelope nella insuperabile Odissea di Franco Rossi (1968).

Sembra che il nuovo progetto cinematografico di Christopher Nolan, reduce dal successo di Oppenheimer (che gli è valso il premio Oscar come migliore regista) sarà una nuova versione dell’Odissea. Non è ancora chiaro se si tratterà di un libero adattamento del poema omerico o una versione più fedele. Bisognerà aspettare il 2026, ma nel frattempo ricordiamo alcuni precedenti che hanno fatto la storia del cinema e della televisione. A partire dall’Odissea di Franco Rossi (1968), la migliore versione su piccolo e grande schermo del poema omerico, con lo straordinario Bekim Fehmiu, l’attore albanese che interpreta Ulisse così bene che quando penso al mitico Laerziade non posso che associarlo alla figura di Fehmiu. Il cast era perfetto: penso, per esempio, a Irene Papas nel ruolo di Penelope, a Barbara Bach in quello di Nausicaa, a Scilla Gabel come Elena, e Juliette Mayniel nella parte di Circe. Alla regia oltre Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava che diresse l’episodio di Polifemo: ancora oggi ricordo la paura che provai quando -bambino- vidi quelle scene nella spelonca del Ciclope, per giunta in fascia di prime time, prima di andare a letto. E ogni puntata era introdotta dalla lettura di brani dell’Odissea da parte di Giuseppe Ungaretti.
L’Odissea di Franco Rossi mi riporta alla memoria l’Ulisse di Mario Camerini (1954) interpretato da Kirk Douglas, bravissimo, potente, muscolare e arrogante Ulisse, un po’ lontano dalla figura più sobria, normale e per questo ancor più convincente impersonata da Bekim Fehmiu. L’Ulisse di Camerini è stato uno dei film italiani più visti in tutta la storia del cinema nostrano (credo sia all’ottavo posto in assoluto). Ulisse è un eroe omerico, ma già molto moderno: reduce perseguitato dagli dèi dell’Olimpo, a partire da Nettuno (ma è protetto da Atena), deve affrontare prodigi e mostruosità della natura nel corso del suo periplo nel Mediterraneo. Deve resistere alla sensualità di donne e semidee come Calipso, Circe, Nausicaa, le Sirene. Sogna il ritorno in patria dalla sua Penelope, ma è affascinato dall’avventura e dalla conoscenza. L’Odissea è il prototipo letterario antico del cinema phantasy, e lo sceneggiato di Franco Rossi rimane magistralmente insuperabile.

Quattro libri o film in uno
L’Odissea, poema di circa 12.000 versi articolato, come l’Iliade, in 24 canti, è il racconto del ritorno in patria, a Itaca, dell’ultimo degli eroi di Troia, Odisseo (Ulisse). In realtà è un opera che contiene in sé almeno 3-4 blocchi narrativi autonomi: Introduzione (Concilio degli dei) e Telemachia (cioè il viaggio del figlio di Ulisse, Telemaco, a Pilo e Sparta alla ricerca del padre); la zattera di Odisseo e la corte dei Feaci dove Ulisse narra le sue avventure (libri V-XII) dal Ciclope alle Sirene; poi la partenza dall’isola dei Feaci e l’arrivo a Itaca con il riconoscimento da parte di Telemaco e il ritorno in città (XIII-XIX); infine la preparazione e l’esecuzione della strage dei precedenti con la famosa gara dell’arco (XX-XXIV).
Dopo la decennale guerra, due lustri ancora sono trascorsi, gli altri eroi hanno fatto ritorno a casa o trovato la morte nel corso del viaggio, mentre il solo Odisseo è trattenuto lontano dall’odio di Poseidone, adirato con Ulisse a causa del figlio Polifemo. Da otto anni l’eroe figlio di Laerte, re di Itaca, è ospite della ninfa Calipso, nella cui isola è giunto dopo le avventure che egli stesso racconterà nella reggia di Alcinoo re dei Feaci: sono i famosi apologoi dei canti IX-XII nei quali il protagonista narra quanto gli è accaduto dopo la partenza da Troia: gli episodi dei Lotofagi, dell’isola dei Ciclopi e di Polifemo, di Eolo, dei Lestrìgoni, la sosta presso la maga Circe, la visita al regno dei morti dove fra l’altro ascolta la profezia di Tiresia (e incontra la madre, Agamennone, Achille e Aiace), le Sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole con le vacche sacre uccise per fame, e la collera del dio, fino all’ultimo naufragio all’isola di Ogigia accolto dalla ninfa Calipso. È un vero e proprio flashback, racconto nel racconto che interrompe la linearità della narrazione evidenziando una più evoluta capacità di strutturare il racconto.

Visto che stiamo facendo una breve carrellata sulle Odissee cine-televisive ricordiamo Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?) dei fratelli Coen, trasposizione dell’Odissea girata nel 2000 e ambientata nel Mississippi del 1937, durante la Grande depressione. La storia riporta le vicende di tre galeotti appena evasi dai lavori forzati, interpretati da George Clooney, John Turturro e Tim Blake Nelson (l’unico di tutto il set, a detta dei registi, ad aver letto l’Odissea). Tornando in Italia con Ulisse. Il mio nome è Nessuno, il cartone animato andato in onda su Rai 2 nel 2012, è adattato a un pubblico di bambini dai cinque ai dodici anni. Firmato dal fumettista Massimo Rotundo, è stato diretto da Giuseppe Laganà. Il cartone è liberamente ispirato al libro Il mio nome è Nessuno di Valerio Massimo Manfredi. Con Il ritorno di Ulisse, girato da Stéphane Giusti nel 2015, abbiamo invece una coproduzione tra Francia e Portogallo, con l’Italia in partecipazione. Tra gli attori, Alessio Boni e Caterina Murino. Tre anni dopo, ecco Ulysses: A Dark Odyssey, di Federico Alotto, che ci riporta a una trasposizione del mito nella modernità. Un militare di carriera, soprannominato Ulysses, rientra dal fronte e cerca di dimenticare la guerra e a ritrovare sua moglie Penelope. Quello di Odisseo (Ulisse per i latini) è il viaggio più importante della cultura occidentale (insieme alla Divina Commedia di Dante), ispiratore di tanti altri viaggi successivi. Un Destino imperscrutabile e crudele (scatenato dall’odio di un Dio) prende di mira Odisseo e i suoi compagni. Itaca, l’isola natale, pare allontanarsi: più Ulisse la desidera, più essa si allontana. Ma quel mondo, il suo mondo, il suo regno, è cambiato per sempre. Nulla è come prima. E questo spaesamento sembra aleggiare anche nel film di Umberto Pasolini.





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