Sull’onda di un peregrino anelito alla rivalutazione antiretorica e anti-retropica di attori e scrittori secondari (sic!), marginali (e chi l’ha deciso?), poco noti/sconosciuti, cui diedi l’aire su Assonanze con alcuni articoli nei quali citavo Angelo Infanti nel cinema e Delfini nella letteratura, riprendo il tema con questo breve ricordo di Ruggero Marchi, pseudonimo di Luigi Savini, un attore nato a Ravenna nel 1891 (morto a Bologna nel 1979), che definire caratteristico è un barzotto eufemismo. L’ho rivisto di recente nel film Padri e figli diretto da Mario Monicelli nel 1957. Marchi recita insieme a Vittorio De Sica (il sarto Vincenzo Corallo) nel ruolo di un padre un po’ troppo sorvegliante e occhiuto che smadonna dietro al figlio svogliato e innamorato di una compagna di liceo (figlia del Vincenzo Corallo). Ruggero Marchi, che nel film di Monicelli interpreta un chirurgo (Vittorio Bacci), è inconfondibile: ricorda molto Rizzoli padre, il mitico cumenda, fondatore dell’omonima casa editrice; anche Marchi si distingue per le iconiche sopracciglia pronunciate a selva, il capoccione lustro da pelata maschia e ducesca, il piglio vivace, autorevole ma non presuntuoso dell’uomo navigato ma alla fine buono come il pane o quasi. Un perfetto campione della romagnolità. Cevoli me lo ricorda molto, soprattutto per la pelata.

Ruggero Marchi spicca anche in un altro film cult della commedia all’italiana, Il vedovo, (1959, regista Dino Risi) dove recita il commendator Fenoglio, l’imprenditore di successo amico della moglie (Elvira Almiraghi, interpretata da Franca Valeri) di un Alberto Nardi (Alberto Sordi) altalenante fra cialtroneria, cinismo, aspirazioni velleitarie a diventare un grande uomo d’impresa e la misera realtà della sua reale condizione di fallito.
Ritorniamo al tapino presente. Siamo in un’epoca di grande divinizzazione del Vip passato e defunto e spesso anche grande vecchio e quindi onusto di gloria da palco, da hit, da premi. Nell’agosto 2022, scrissi una riflessione su questo tema partendo dalle celebrazioni di Piero Angela, quasi un mito della televisione e dell’informazione scientifica per il grande pubblico. Quark, una delle più fortunate trasmissioni Rai. Innovatore nella comunicazione, antesignano della divulgazione scientifica, uomo eclettico. Tutto vero. Il figlio, Alberto, lo paragonò addirittu-u-u-ra a Leonardo da Vinci. Adesso non esageriamo: poco mancava che a Leonardo Da Vinci subentrasse il paragone con Dio…Il discorso del figlio Alberto non era affatto caramelloso, anzi a tratti m’è parso originale, a giudicare da quel poco che ho sentito o letto. Però, tuttavia, nondimeno, nevertheless, conciossiacosaché, lasciatemi dir basta con questo cerimonialismo, con questo culto mummiesco delle magne personalità, stop con i rituali museali del commosso panerigico, del vibrante e sentimentalmente gemebondo recuerdo al Gran Virtuoso Patrio Eroe dei Cieli e dei Mari. Basta con il Chiaro di Luna. Non l’avevano già soppresso i futuristi?

Piero Angela è un mito. Un grande. Ok. Lo sappiamo. Lo ribadiamo, lo ripetiamo. Non offendiamo, lui e gli altri monumenti nazionali del sapere, con la glassa della Veneranda Pasticceria del Commosso Epitafio.
In base alla stessa metrica esortatoria di cui sopra, ci permettiamo di suggerire ai grandi network televisivi (ma non solo, anche ai giornali e soprattutto al mondo del web) il recupero di quelle figure intermedie tra la mera comparsa e/o caratterista e il grande attore o divo del cinema/mattatore. Intendo attori bravissimi ma non famosissimi, come Ruggero Marchi, che davano sapore e spezie ai piatti già di per sé saporiti di film nei quali recitavano a fianco di giganti come De Sica. Un esempio di questo tipo di attori negli Usa è Telly Savalas, cui Massimo Moscati ha dedicato una monografia appena uscita. Che tempi.





Lascia un commento