Ho raccontato, in un precedente articolo sulle Sirene, anche la terribile storia -narrata da Ovidio e dai mitografi come Igino e Apollodoro- che si cela dietro al più melodioso dei volatili, l’usignolo, il virtuoso del canto per antonomasia, il più amato da scrittori e poeti per il suo gorgheggio che stimola la creatività e l’emulazione stilistica. Non poteva mancare un testo dedicato all’Usignolo (nella raccolta Nuovi Poemetti) anche nella produzione di Giovanni Pascoli: è una poesia d’amore divisa in tre brevi parti, e solo nell’ultima finalmente compare l’usignolo, dopo un timido ingresso sul limitare della composizione, sotto forma di un “bisbigliar di bianche/ova e celesti con gocce rosse,/calde nel musco, sopra i pappi, ed anche/tra foglie secche…”. 

“Ecco che il trillo si leva nella sera:
Allor s’aprì la prima stella in cielo;
E dalla terra tacita e sorpresa
Si levò un trillo come un lungo stelo.
Un’altra, un altro. Ad ogni stella accesa,
Un nuovo canto. Un canto senza posa 
Correva ardendo lungi la distesa 
Del cielo azzurro. -È l’usignolo, o Rosa!-“

Giovanni Pascoli

L’usignolo è anche al centro di uno dei componimenti più belli di Giosuè Carducci, in Rime Nuove, dedicato a Virgilio: il sonetto è composto da una serie di similitudini (racchiuse tra il primo e l’ultimo verso: “Come….tale il tuo verso a me, divin poeta”) fra le quali spicca l’immagine dell’usignolo che, nascosto fra i rami (“E il secreto usignuolo entro le fronde”), diffonde nell’ampiezza e nella tranquillità del paesaggio il proprio canto (“Empie il vasto seren di melodia”); e ispira la memoria del viandante che sull’onda di quel canto ripensa alla propria amata dimenticando il tempo presente (“Ascolta il viatore ed a le bionde/chiome che amò ripensa, e il tempo oblìa”). 

Ma il virtuosismo della penna non bada a distinzioni di generi e si esibisce volentieri anche in prosa. All’interno de L’innocente, il secondo romanzo della “trilogia della Rosa” insieme a Il Piacere e a Il trionfo della morte, Gabriele D’Annunzio si abbandona a una pagina pirotecnica degna del suo predecessore in materia, Giovan Battista Marino, che lo anticipò nella descrizione del canto dell’usignolo. Ma prima leggiamo D’Annunzio:   

“L’usignolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso, un getto di trilli facili che caddero nell’aria con un suono di perle rimbalzanti su per i vetri di un’armonica. Successe una pausa. Un gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato, straordinariamente come per una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento interrogativo, passò per una catena di variazioni leggere, ripetendo la piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario, un desio accorato, un’attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso, acuto come un grido di angoscia; si spense. Un’altra pausa, più grave. Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola, tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio degli uccelli appena nati, al cinguettio d’una passeretta; poi, con una volubilità mirabile, quell’accento ingenuo si mutò in una progressione di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono, crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s’inebriava del suo canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi, effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e dolce, sommessa e squillante, leggera e grave e interrotta ora da gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti lirici, da invocazioni supreme”. 

Usignolo su un ramo fiorito, ukiyo-e di Kubo Shunman (1757–1820)

Questo brano, insieme ai versi del Marino, è ampiamente citato anche all’interno (capitolo XI: L’usignolo) di un dotto libro di Paolo Isotta (1950-2021), Il canto degli animali: i nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e poesia, nel quale il musicologo tratta anche la musica simbolica degli aligeri colleghi di Orfeo, definiti nei versi di Giovanni Pascoli sempre con accuratezza degna di un ornitologo (i puffini dell’Adriatico, i balestrucci, le cince, ecc.). il capitolo del libro di Isotta include l’Oiseau de Feu e Le Rossignol di Igor Stravinskij, fino (e qui andiamo al capitolo XV) al canto degli uccelli tradotto timbricamente nella musica di Oliver Messiaen. Ma vediamo le famose ottave dell’Adone1, lo sterminato poema del Marino (20 canti), dedicate al canto dell’usignolo. Ogni ottava qui riportata è preceduta da un titolino in corsivo di mia invenzione per dar l’idea del tema o dell’immagine-guida di ogni strofa:

32 L’usiguolo è La Sirena dei boschi

Ma sovr’ogni augellin vago e gentile
che più spieghi leggiadro il canto e ‘l volo,
versa il suo spirto tremulo e sottile
la Sirena de’ boschi, il rosignuolo;
e tempra in guisa il peregrino stile
che par maestro dell’alato stuolo.
In mille fogge il suo cantar distingue
e trasforma una lingua in mille lingue.

33 Il virtuosismo canoro del “Musico mostro”

Udir musico mostro, oh meraviglia,
che s’ode sì ma si discerne a pena
come or tronca la voce, or la ripiglia,
or la ferma, or la torce, or scema, or piena,
or la mormora grave, or l’assottiglia,
or fa di dolci groppi ampia catena,
e sempre, o se la sparge o se l’accoglie,
con egual melodia la lega e scioglie.

34 Il polistrumentismo dell’usignuolo 

Oh che vezzose, oh che pietose rime,
lascivetto cantor, compone e detta!
Pria flebilmente il suo lamento esprime,
poi rompe in un sospir la canzonetta.
In tante mute or languido, or sublime
varia stil, pause affrena e fughe affretta,
ch’imita insieme e ‘nsieme in lui s’ammira
cetra, flauto, liuto, organo e lira.

35 Le scale ascendenti e discendenti

Fa de la gola lusinghiera e dolce
talor ben lunga articolata scala:
quinci quell’armonia che l’aura dolce
ondeggiando per gradi in alto esala;
e poich’alquanto si sostiene e folce,
precipitosa a piombo alfin si cala.
Alzando a piena gorga indi lo scoppio,
forma di trilli un contrapunto doppio.

36 L’usignuolo e la sua lingua da “schermidor destro e feroce”

Par ch’abbia entro le fauci e in ogni fibra
rapida nota o turbine veloce.
Sembra la lingua, che si volge e vibra,
spada di schermidor destro e feroce.
Se piega e ‘ncrespa, o se sospende e libra
in riposati numeri la voce,
spirto il dirai del Ciel che ‘n tanti modi
figurato e trapunto il canto snodi.

37 Stupore per la potenza canora dell’usignuolo “atomo sonante”

Chi crederà che forze accoglier possa
animetta sì picciola cotante?
E celar tra le vene e dentro l’ossa
tanta dolcezza un atomo sonante?
O ch’altro sia che la liev’aura mossa,
una voce pennuta, un suon volante?
E vestito di penne un vivo fiato,
una piuma canora, un canto alato?

Ritratto di Giambattista Marino

La presentazione dell’usignolo, che avete appena letto, fa parte del canto VII canto dell’Adone, dedicato all’orecchio e ai piaceri dell’udito. E il cavalier Marino, non pago di averci già stupito con la sua abilità tecnica e poetica, non si ferma qui, perché nelle ottave seguenti (38-56) si lancia in un altro pezzo di bravura, descrivendo la gara tra l’usignolo e il suonatore di liuto, una competizione musicale che troverà il suo triste epilogo nella morte del virtuoso pennuto.

Per cinque porte si entra nelle cinque zone del giardino del Piacere: la prima porta e il primo giardino sono dedicati ai piaceri della vista, la seconda porta introduce ai piaceri dell’odorato. Nel canto VII entriamo appunto nel terzo giardino, dove il poeta celebra i piaceri dell’udito; nello stesso canto viene trattato il piacere del gusto con le piante fruttifere e il convito nel quarto giardino. Nel canto VIII Adone entra nel quinto giardino, quello dei piaceri del tatto, dominato dalle figure del Piacere e del Talamo.

Fernando Bandini

E io che cosa potrei aggiungere al profilo letterario dell’usignolo? Con quali altri artifizi potrei abbellire la “Sirena dei boschi”, come direbbe Giovan Battista Marino? Fernando Bandini (1931-2013), vicentino, ha scritto poesie in italiano, latino e dialetto. Dopo Giovanni Pascoli, è il più grande poeta in latino della modernità. E con Pascoli condivide una lingua poetica (italiana e latina) precisa ed evocativa al tempo stesso (moltissimi i fitonimi e gli zoonimi nella poesia bandiniana), ariosa, nostalgica, a tratti cosmica; sovente colloquiale ma sempre discretamente elegante e ricercata. Cito alcuni versi di Bandini, da L’usignolo di Erone (nella raccolta Meridiano di Greenwich) che a me piacciono particolarmente:

“Ero uccello di bosco, ora assomiglio
all’usignolo-automa di Erone che in sé fonde
la meccanica e l’essere: gorgheggio
soltanto se animato da una carica
di memorie di lacrime o di collera”


LETTURE

Giovan Battista Marino, Adone, a cura di Emilio Russio, Rizzoli Bur, 2022
Paolo Isotta, Il canto degli animali: i nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e poesia, Marsilio, 2017
Giosuè Carducci, Poesie, Rusconi, 2016
Giovanni Pascoli, Poesie, scelte da Luigi Baldacci con note di Maurizio Cucchi, Garzanti,  2013
Gabriele D’Annunzio, L’innocente, Milano, Mondadori, 1996. (Prima ed. Napoli, Ferdinando Bideri, 1892 poi Milano, Treves, 1896)
Fernando Bandini, Tutte le poesie, a cura di Rodolfo Zucco, introduzione di Gian Luigi Beccaria, con un saggio biografico di Lorenzo Renzi, Mondadori, Oscar Baobab Moderni. 


1 Il testo proviene da Giambattista Marino, L’Adone, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, Einaudi, 1976. Riproduce esattamente parte del volume 37 della collana “La letteratura italiana. Storia e testi”, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli, 1954.

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